Di Maio si muta in Madre Teresa di Calcutta, vuole “abolire la povertà”, che è l’unico privilegio di cui godiamo. Contro i ricatti di Stato, Santa Chiara al Ministero: di economia aveva capito tutto

Posted on Settembre 26, 2018, 12:12 pm
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Il Corriere della Sera ribatte le parole del Ministro ‘Gigi’ Di Maio: “Da metà marzo 2019 saranno avviati i centri per l’impiego e sarà erogato il reddito di cittadinanza. Aboliremo la povertà”. Mi premono le ultime parole. Aboliremo la povertà. Di Maio forse si sente una Madre Teresa di Calcutta a contrario. Come è possibile abolire la povertà? E poi: perché abolire la povertà? Infine: che cos’è la povertà?

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Ho una manciata di neuroni nel cervello che scattano come ghepardi, non sono Einstein e neppure Sant’Agostino, ma sono certo di una cosa. I Governi brandiscono la parola ‘povertà’ per farci stringere l’ano alla misura di una lenticchia. Vogliono incutere paura. L’idea implicita è che il Governo ti fa ricco, che andare al Governo sia una specie di corsa all’oro. Un Governo non esiste per governare, ma per spartire denaro.

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Esattamente 790 anni fa, era tardo settembre anche allora, Santa Chiara ottiene da papa Gregorio IX – lo stesso papa che scomunica Federico II – il cosiddetto “privilegio della povertà”. Così scrive il papa, parole alate: “È noto che, volendo voi dedicarvi unicamente al Signore, avete rinunciato alla brama di beni terreni. Perciò, venduto tutto e distribuitolo ai poveri, vi proponete di non avere possessioni di sorta, seguendo in tutto le orme di colui che per noi si è fatto povero, e via e verità e vita. Né, in questo proposito, vi spaventa la privazione di tante cose: perché la sinistra dello sposo celeste è sotto il vostro capo, per sorreggere la debolezza del vostro corpo, che con carità bene ordinata avete assoggettato alla legge dello spirito… Secondo la vostra supplica, quindi, confermiamo col beneplacito apostolico, il vostro proposito di altissima povertà, concedendovi con l’autorità della presente lettera che nessuno vi possa costringere a ricevere possessioni”.

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La pretesa di Santa Chiara – una donna che non lotta per il denaro e per le concessioni, ma per avere la concessione di non possedere denaro – è spirituale, ovvio. Ma è anche politica. Chiara – che viene da famiglia abbiente, sa cosa sono i soldi – non vuole subire alcuna ingerenza ecclesiastica nella sua vita spirituale, non accetta possedimenti né finanziamenti. Non vuole vivere sotto l’egida degli uomini, ma tra le mani di Dio.

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Santa Chiara dovrebbe diventare la patrona del Fondo Monetario Internazionale perché quanto a economia, ha capito tutto. Il denaro crea rapporti di sudditanza, il possesso rende schiavi – puoi comprarti venti ville tra Indonesia e Samoa, ma poi devi occuparti anche dello scarico del cesso, se non funziona – se vuoi essere libero, devi recidere ogni rapporto economico con le cose.

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Santa Chiara ha capito che è quando non hai nulla che puoi fare tutto, che dal nulla tutto è possibile. Altrimenti, è possibile soltanto ciò che puoi comprare. Ma nessuno di noi equivale ai soldi che ha nel portafogli. Anzi, nel portafogli non dovremmo avere soldi. Perché? Perché i soldi, lo sterco del demonio, fruttano se li spendiamo, se ne facciamo concime. Se li teniamo lì, in tasca, puzzano e basta.

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Santa Chiara ha capito che l’uomo è benedetto dal lavoro, non dal denaro – e che il lavoro si qualifica da sé, non è quantificato dal denaro. Il lavoro creativo – di qualcuno che costruisce qualcosa, qualsiasi cosa, che sia un libro, una sedia, una casa – non ha altra gratificazione che l’opera; un lavoro che prevede sudditanza deve essere pagato, perché il tempo speso per fare qualcosa che non vorrei fare è definito dal denaro, è stretto nel patto del denaro.

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Se fossi un Ministro non vorrei abolire la povertà, che è un valore sublime – tutti, naturalmente, siamo poveri, non siamo altro che fiato che erompe e stomaco che digerisce – ma lavorerei affinché ciascun cittadino trovi il lavoro che ne esalta il talento. Questo è il punto: giocarsi tutto nell’opera, il denaro è accessorio. Se facciamo del denaro il fine, disinteressandoci del lavoro, beh, affoghiamo nella frustrazione, restiamo ciò che siamo, dei poveracci.

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Come i santi, anche i poeti rompono lo schema del sistema costituito – cioè, stritolato dal cappio economico – perché fanno qualcosa di assolutamente gratuito e di irrichiesto.

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Ovvio, non veleggiamo tra le nuvole e non abbiamo eredità per comprarci un attico su Marte. Le spese martirizzano la nostra vita – ora che ricordo, devo ancora pagare la scuola per i figli e la bolletta del telefono… – ma io continuo a spendere la mia vita facendo, sfacciatamente, ciò che amo. Sono povero, ogni mattina scendo in battaglia senza corazza, nudo, sgargiante di gioia e di rabbia – non sono un poveraccio.

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Soltanto i grandi uomini hanno il coraggio di mendicare, alterando i rapporti consolidati – tu hai ‘soltanto’ del denaro, mentre io ho me stesso, e devi pagarmi per questo, perché ti senti inferiore, ti paghi la buona azione quotidiana, stipendi la tua buona coscienza.

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Non voglio essere ricattabile dallo Stato, non voglio nulla, non ho bisogno di altro, ho tutto quello che mi serve – il “privilegio della povertà” è la primizia dell’individuo. Al contrario, sottraendoci la libertà, ci vogliono succubi del denaro, dello Stato – e pigliando i soldi statali, credendoci furbi, siamo soltanto complici. (d.b.)