“Delirai fino a mostrare della palpebra la norma”: l’epistolario del candore e del dolore di Veronica Tomassini e Davide Brullo

Posted on Febbraio 10, 2019, 10:10 am
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Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio, con una strana ossessione per le tigri di vetro. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale.

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Tabriz, 13 maggio 1950

Come le dita d’argento di un re – che condizionano il fluire della legge, il frastuono della leggenda, il fulgore esplicito della vendetta – i serpenti entravano nelle narici del cavallo, una capriola nel cranio, dilapidando le memorie del sauro o rubandole – memorie di corse e di guerre, di prati e di vittorie – poi uscivano dalla bocca, simili a un suono. Nella piana di Kapan – legioni di cavalli – a terra – sventrati da un’epidemia. Fu un’apocalisse di serpenti – i corvi stavano a mezz’aria, in massa, come un altro cielo, consapevoli della contaminazione. Dall’alto – centinaia di cavalli – così simili agli angeli – come se gli angeli, come racconta il libro dei Vigilanti, si fossero uniti ai mortali tradendo in massa Dio e per troppa passione il loro cuore di cristallo si fosse disintegrato – “avrebbero regalato le stelle, in cesti, purché qualcuno avesse avuto il coraggio di tagliargli i capelli, di relegare la lingua a un’offerta”.

Pensavo che la mia espiazione fosse raggiungerti a piedi – più tardi ho visto che oltre ai cavalli c’erano gli allevatori – e i loro figli – straziati dal morbo: occhi intorpiditi nel giallo, lingua gonfia come un rospo, e una alterazione nelle giunture che stringe alla paralisi. Provai parole immaginarie in questo alieno Giorno dei Giorni – a cosa servono le parole se non risollevano dal male, se non risolvono la morte? I cani ipnotizzati dal morbo ammirano la morte da cui hanno avuto scampo – i serpenti, immuni, proseguono a ideare un poema in sibili, sillabe oneste recapitate qui da un vocabolario della compassione. Un bambino mi ha morso – il morbo imparenta alla paura.

Perché mi scrivi parole statiche quando ti ho donato la fratellanza? Perché mi costringi a essere l’esecutore della tua dissipazione?

L’aria è verde – secondo gli Sciti il cosmo è un campo, le stelle sono steli, e la tigre sul cui dorso sono cucite le galassie ne divora alcune, ogni notte, ma chi può numerare la sua avidità?

Sono malato, Vera. Il morbo mi ha paralizzato quasi subito e non puoi chiedere perché? a una volontà disfatta – ho visto uomini che si mordevano il viso, fino a svenire, a svanire in un cespuglio di sangue, e mi sono chiesto dov’è l’anima, quando sorge il male, si può mungere, ha l’entità di un bicchiere, cosa? Forse non c’è niente e chiamiamo occhi la cosa che ha fame.

Di sera

L’ostinazione della tua stasi mi spaventa, Vera – forse ti ho impresso un morbo – ma è sempre quando non c’è più nulla che si ama e il vuoto è un viatico, un vaticino, una sedia su cui qualcuno, prima o poi, si apposterà per inventare la nostra vita.

Qualcuno mi ha portato nell’ospedale di Tabriz – ho chiesto se esiste un fato, e quale cavaliere può condurre l’istanza dei cavalli morti, ammorbati, nell’al di là montano, e ho immaginato la loro proteiforme obbedienza, la padronanza dell’Est, la forma con cui un nitrito può costringere le capitali verdi a inginocchiarsi – poi, dicono, delirai fino a mostrare della palpebra la norma. Non c’è alcuna coerenza nei nomi che si dicono nell’estasi o nel delirio, nessun riassunto del caos – forse ti ho pronunciata, forse ti ho chiesta.

La prima carta celeste di cui si ha memoria è stata incisa su un osso, risale a diverse migliaia di anni fa, è stata scoperta poco lontano da qui. L’incisione è rude: un uomo sembra afferrare la luna, e con essa comincia a falciare le stelle – un altro uomo, sdraiato, le ingoia. C’è stato un tempo, forse, in cui il mondo si creava ogni giorno, in cui le vite si inventavano, in cui una lettera sigillava la prova, senza altra richiesta, senza altro ricatto.

Più tardi

La tua remissione mi spaventa – mi spaventano i tuoi atti, replicati e anonimi, come se fossi una monaca distesa sull’altare del nulla. I giorni, se non li si afferra per i capelli, ubriacano, stordiscono fino a rubarci l’identità – e la nostra identità, Vera, è la fuga, noi esistiamo finché la Storia non ci accerchia nella sua disperata spirale – ne sento il fetore addosso. Perché non mi cerchi, se ti tortura l’attesa? Perché non vivi al posto di pretendere che un altro ti dia la vita? Io ti ho dato la vita eliminandoci da ogni parentela, disseccando i codici del tempo, per te ho limato la reazione degli astri, non capisci? Per te ho creato un universo – e ora tutti gli uomini mi sembrano di una specie fa, irriconoscibili.

Intorno ai letti una capsula di veli – come se fossi una reliquia – il distillato del morbo. Ho perso tutto – ed è questo forse ad acquietarmi nell’amore per te. “Come puoi commerciare in costellazioni e non supporre che un giorno cada su di te un grande male?”, mi ha detto, qualche giorno fa, a Vardenis, un monaco. Gli ho risposto, in modo evasivo, che c’è chi sa rallentare l’albino della Storia, poi l’ho lasciato. Mi hanno rubato le cartelle in cui conservavo due carte stellari molto preziose: una rappresentava il cosmo secondo gli Ainu, in Giappone. Al centro del loro universo, si muove un magnifico capodoglio: le stelle sgorgano dai suoi occhi. Forse esistono universi disparati, diverse storie, incompatibili misurazioni del tempo e un dio per ciascuna civiltà, assiso sulle torri – qualcuno ha ucciso gli dei con lo stratagemma, li ha messi in barattolo, ce ne cibiamo ancora, continuamente, per questo l’alba in Occidente è una macchia.

Di notte

Forse non dormo più – il sogno è un sibilo – è impura e sibillina la certezza con cui vuoi allontanarmi – ma bisogna essere carnefici delle identità per adorare l’amore. Ruoterò Israele come una pistola, e tu sei il proiettile che mi disintegra il cranio – forse è solo così, raccogliendomi, che potresti amarmi.

I veli intorno al mio letto si muovono, stratificati, come i sette cieli, come la geologia dei paradisi celesti, verdi e viola. Mentre tu ritorni alla carne, senza rimuovere alcun cenno di memoria, io mi smaterializzo – ma ricordo il tuo corpo, sottile come un bracciale d’argento, che si annoda al mio, cercando la giunzione miliare – qualcuno dice che un angelo sosta immobile sulle spalle degli amanti, e non decide tra il veleno e l’assolto.  

Il canto di un religioso, sulla cima di Tabriz, riavvia il desiderio degli uccelli, consolida le mura della città, aggioga le famiglie e spaventa gli astri che si nascondono nell’altro lato del mondo. Il mio compagno di letto è un siberiano – è certo di sapere le parole che incantano gli spiriti morti. Ogni tanto estrae una tigre di vetro dal cuscino, la tiene lì, accucciata, se la mette sul petto. Si sono rotte le zampe, così la tigre sembra una foca, ma l’uomo è certo che la tigre, ogni giorno, lo porti a casa, nell’estremo Nord, dove lo sguardo si sbilancia in ghiaccio, e fa l’amore con la moglie, ogni giorno, e consiglia i figli. “La tigre mi fa assumere tutte le forme, posso essere mosca e pioggia, rabbia e radiosità”, sussurra. Penso che è bello amare in questo modo, in un modo bianco.

Qui nessuno ci sveglia, i medici sono gli emissari di un dio affamato.

Nathan

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