Che cosa significa leggere? Sprofondiamo in Gilles Deleuze, filosofo di “formidabile complessità”

Posted on Giugno 04, 2020, 12:19 pm
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In questi eterni, deliranti, surreali pomeriggi lombardi, non resta che rifugiarsi nella filosofia, come dentro una baita dimenticata nel bosco, come varcare la porticina di un eremo silenzioso, un millenario monastero. Inviolato. Misterioso. Enigmatico. “Il pensiero, nessuno lo prende molto sul serio, tranne quelli che si considerano pensatori o filosofi di professione” chiosa Gilles Deleuze. Scomparso, suicida – sconfitto dalla malattia polmonare, si getta nel vuoto dalla finestra del suo appartamento parigino nel 1995 – nel fiammeggiante 1968, dà alle stampe Differenza e ripetizione, considerata una pietra miliare del pensiero filosofico novecentesco, poco conosciuta a causa della sua “formidabile complessità”. Complessità, difficoltà, illeggibilità, che ora un gruppo di giovani studiosi di filosofia, coraggiosamente, affronta nel volume fresco di stampa Il mezzo secolo deleuziano. Leggere oggi «Differenza e ripetizione» (a cura di Stefano Marchesoni, edito da Mimesis), come Teseo affronta il labirinto, regalando fili d’Arianna per districare, attraverso diversi sentieri, i nodi del pensiero affascinante e complesso di Deleuze.

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“Un giorno il secolo sarà deleuziano” scrive, com’è noto, nel 1970, Michel Foucault: ora che è trascorso mezzo secolo dalla pubblicazione di Différence et Répétition, sembra giunto il tempo di rileggere e domandarsi se sia possibile “trovare nell’imponente compattezza di quest’opera, degli squarci su ricerche ulteriori che esigono di essere portate avanti”. Si chiede, infatti, il curatore dell’opera: “l’ingrato clima, non solo atmosferico ma anche e soprattutto politico-sociale, nel quale ci troviamo a vivere è propizio o avverso all’empirismo trascendentale deleuziano? Non assistiamo forse oggi a una recrudescenza di quel «mondo della rappresentazione» che è il principale bersaglio polemico di Deleuze?”. Gli impavidi cavalieri dello studio deleuziano sono Cristina Zaltieri, Stefano Marchesoni, Sandro Palazzo, Viviana Faschi e Stefano Ferrara, distinti per formazione, ma uniti in questa interessante sfida filosofica. Tra le parole che voglio riscrivere, puntuali ma universali, appunto sul mio taccuino quelle dell’autore e attore Stefano Ferrara: “Leggere davvero Differenza e ripetizione è un trauma, un impatto, qualcosa che ti costringe a ripensare il modo stesso di intendere la lettura. O meglio: qualcosa che rivela, testimonia un certo modo di leggere, a cui ci siamo abituati, una certa posizione, che ci troviamo ad occupare nel momento in cui iniziamo a leggere. Perché il punto è questo e questa la domanda: qual è la posizione del lettore? Quale la posizione che deve occupare un soggetto per poter dire che sta realmente leggendo? Non è una questione semplice, banale: per nulla. Ognuno di noi dà per scontato il fatto di scoprire qualcosa quando legge. Ma non è così. Spesso la nostra lettura è a salti: cerca di afferrare ciò che le serve e tende ad isolare delle parole, attorno a cui, quasi sempre, costruisce un antecedente ed un successivo, che, ancora prima di leggere, anticipa senza nemmeno rendersene conto. Ma leggere (Leggere) non è questo. Leggere è stare sulla parola, una ad una, una dopo l’altra, «lasciando la parola» – letteralmente – a ciò ch’è scritto, incontrandolo e non continuando a volerlo anticipare. Perché altrimenti, quando ti ritrovi, poi, davanti ad una scrittura in anticipabile, come quella di Differenza e ripetizione, è il delirio. E allora che fare? Rallentare, fino a perdersi in ogni singola parola? Nemmeno. Quel che Deleuze ci insegna – e lo vedremo – è altro: è ascoltare, pazientare, lasciarsi spiazzare, senza fingere che tutto questo sia facile, naturale, semplice – perché non lo è”.

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Ferrara mette in scena L’istante del leggere e si fa corpo il “corpo a corpo” quotidiano della lettura e dell’interpretazione, un’avventura difficile e seducente, non priva di sconforto che tutti noi, almeno una volta (nel mio caso, infinite volte) abbiamo provato.

“Inizi.

Una frase, l’altra, il primo periodo.

Stop.

Niente: non hai capito niente.

Di nuovo.

Inizi: una frase (lentamente), di nuovo quella frase (ancora più lentamente), ancora e di nuovo quella stessa precisa identica frase (sempre più lentamente).

Ma niente.

Ti blocchi, ti fermi, respiri.

Daccapo.

Una parola, poi l’altra, poi indietro, avanti, prosegui – una, due, dieci -, ti blocchi, indietreggi, lentamente, poi acceleri, rallenti, freni.

Stop.

Sei ancora al primo paragrafo (sei solo al primo paragrafo).

Non hai capito granché, ma qualcosa si fa strada.

Qualcosa.

Non sai cos’è. Avverti solo una strana sensazione, un senso di impotenza, di inadeguatezza. E ti senti stupido, piccolo, non accetti minimamente che possa scivolarti tutto così, dalle mani, sotto gli occhi, senza averne il controllo, la padronanza. E sei tu, sei nudo, sei esposto: un corpo a corpo non con delle parole, ma con qualcos’altro, qualcosa che ti costringe a compiere una torsione, una scelta, una scelta etica”. È sentiero arduo, in salita, la lettura di Deleuuze, oggi. Le sue stesse parole deleuziane che hanno una “consistenza carsica”, secondo la definizione di Viviana Faschi che nel saggio Ripensare l’etica per una tonalità emotiva dell’eterno ritorno, ci conduce per mano all’interpretazione del ritorno, eterno, a cavallo tra Nietzsche e Deleuze, di quel “qualcosa” che è indigesto, inassimilabile e che quindi non se ne va, ritorna. Si comincia dalla parola “ritornare”, che racchiude in sé un prefisso che ci fa tornare sui nostri passi, esattamente come la ri-lettura di un testo ostico.

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“Si tratta di una questione che continua a tornare, che non va giù e che quindi è caratterizzata dal prefisso ri- (il ri- di ri-tornare, ri-petersi, ri-cordare e così via), quello stesso ri- che in latino era re-: il re- di re-venio da cui deriva il francese re-venant: colui che ri-torna per definizione, il fantasma. Il fantasma, ovvero colui (o meglio la qual cosa) che non cessa di ri-tornare, si fa portatore di turbamento, di infestazione e contaminazione, nel presente, nel presente, di materiali che non gli appartengono”. Certe questioni, situazioni si cristallizzano, si calcificano, ritornano, tanto più prepotentemente quanto più abbiamo cercato di scacciarle. “I fantasmi in questo senso intesi, ovvero le cose che ri-tornano (eternamente le medesime), acquisiscono tanta più potenza quanto più sono ignorate, ovvero rimosse, come polvere sotto il divano. E, alla maniera della polvere accantonata, che continua ad accumularsi e prolifera, così i fantasmi dimenticati paradossalmente tornano di più, tornano più spesso, diventano più spaventosi e minacciosi. Più lo si ignora, più lo si rimuove, più il meccanismo re-venant forgia una realtà ad hoc basata su ripetizioni sterili che, come direbbe Nietzsche, non sono forse altro che quelle che comunemente vengono chiamate «leggi di natura», anche se, viste in questa prospettiva, non sembrano poi così disturbanti. Non appaiono disturbanti poiché sono la realtà-carillon che nasconde il reale-metamorfosi”. Il mondo, dunque, si trasforma in un carillon, un “incanto” che è un “canto che rimane fermo”, come commenta Francesco Moiso, in una “melodia privata della sua possibilità di variare – scrive Faschi – è un disco quando, appunto, si incanta (ovvero quando la puntina del giradischi procede in circolo invece di compiere una necessaria variazione cambiando solco)”. Ma non c’è nulla di tenero, di incantato, perché, scrive Deleuze: “la profondità, la distanza, i bassifondi, il tortuoso, le caverne, il disuguale in sé formano il solo paesaggio dell’eterno ritorno”. Non c’è nessuna puerile rassicurazione in questo gioco perché, scrive il filosofo parigino: “è appunto un cattivo gioco quello in cui si rischia di perdere quanto di vincere, poiché non vi si afferma tutto il caso. (…) Il sistema dell’avvenire, invece, va denominato gioco divino, in quanto la regola non preesiste, il gioco verte già sulle proprie regole e il bambino-giocatore non può che vincere, l’intera sorte essendo affermata ogni volta e tutte le volte”.

Linda Terziroli