“Del mio prossimo m’interessa pochissimo, d’altronde, siamo un paese dall’identità liquefatta… Ad agosto comincerò a scrivere un libro. L’ultimo”: dialogo estivo con Giampiero Mughini

Posted on Luglio 25, 2018, 7:12 am
6 mins

Rimbambito dalla bambagia estiva, vago tra i bagnanti per il gusto di affogare. Vacanza ha a che fare con il vacare, che in me suona simile a cacare, evacuare. Insomma, c’è sempre qualcuno – di solito, uno str***o – che vaga da un punto all’altro dell’immane intestino estivo, arriva alla vacanza con una faccia e ritorna con un’altra, genericamente più truce. Vacare, poi, biologia etimologica, significa essere vuoti: solo i vuoti vanno in vacanza, a evacuare le poche risorse di cui sono in possesso. Gli altri, pieni di sé, o fuggono – cercando la fuga da sé, va da sé – o viaggiano – cioè, si arrischiano a cambiar vita. Altrimenti, sostano, sostenuti dalla propria petulante personalità. Insomma: abitando un luogo atto a far vacanza e senza altra storia che la propria gloria alberghiera, misuro la differenza tra la nebbia che dilaga come un gas per Riccione d’inverno e il chiasso estivo, che s’abbarbica la notte alle finestre come un geco. Si sa, si passa il tempo a osservare gli altri per darsi ragione della propria mostruosità – il romanziere, in effetti, lo insegna Tolstoj, non guarda gli altri, gli bastano gli innumerevoli altri, ignoti, che ha dentro di sé. Per farla breve. A mo’ di consolazione dall’afrore vacanziero, scrivo a Giampiero Mughini. Rispondimi ad alcune domande, ti prego, così ne faccio un editoriale da solleone. In verità, il fatto che Mughini non debba dimostrare nulla ad alcuno – ha l’età che rende rimbambiti i cretini da una vita o fa re, intoccati saggi –, che sia adornato di un vispo cinismo e che viva sull’intrepidezza della propria intelligenza, lo rende il mio interlocutore ideale. Le domande, per la cronaca, sono queste:

*Che fa Mughini d’estate? Si rinchiude nell’igloo della propria biblioteca, frequenta il bunker del proprio ego, si ristora tra le masse turistiche in località affollatissime? Insomma, che fai? Ovvero: lettura ‘mughinesca’ del rito italico della vacanza estiva. Pochi aggettivi ben calibrati.

*D’estate, che si fa? Si legge, si scopa, si ozia, si penetra in una frustrazione analoga a quella della vita cittadina? Tu, cosa leggi? Cosa dici che dobbiamo leggere sotto l’ombrellone o in cima ai monti?

La risposta è questo testo, di dolce spietatezza. (d.b.)

*

Per me l’estate non è una stagione che arrovescia quel che sono il resto dell’anno. Niente affatto. Non cambia la mia testa, non modifico le mie scelte di pensiero e di sensibilità. Quanto al frequentare assiduamente “il bunker del mio ego”, anche quello lo faccio tutto l’anno ed è quello che mi rende una brava persona: uno che mantiene la parola data, che non colpisce l’avversario alle spalle, che consegna in tempo il proprio lavoro, che restituisce al tempo pattuito il denaro eventualmente chiesto in prestito, che preferisce non leggere un libro che non gli piace anziché strombazzarne tutto il male possibile. Mi piace il mare e per questo derogo a uno dei miei principi: non andare mai nei luoghi in cui ci sono più di 5-6 persone. Sì, non sono uno che ha in grande considerazione il suo prossimo, e del resto credo oggi sia difficile per un italiano avere grande considerazione del proprio prossimo. Siamo un Paese la cui identità si sta liquefacendo. E del resto basta vedere chi sono gli uomini e le donne che hanno avuto il massimo del consenso elettorale un paio di mesi fa. Qualcuno di voi, glielo avessero pronosticato, ci avrebbe creduto? Io non credo. E dunque d’estate non faccio nulla che non faccia il resto dell’anno.

Trovo un po’ ripugnante il verbo “scopare”, un verbo che non ho mai adoperato nel mio parlare quotidiano. E comunque un verbo che alla mia età cade inevitabilmente in disuso, e comunque che non dipende certo dai gradi di temperatura. Sto pochissimo sotto l’ombrellone e in quel caso leggo i giornali quotidiani, gli stessi cinque che leggo d’inverno: Repubblica, Corriere, la Stampa, il Foglio, il Fatto. Se Pangea fosse fatta di carta, immancabilmente la comprerei o mi abbonerei.

Questa estate mi porterò appresso quattro o cinque libri: il libro di un ex ambasciatore israeliano sulla Guerra dei sei giorni vinta da Israele nel 1967, un racconto di Dostoevskij tradotto dalla grande Serena Vitale e appena pubblicato da Adelphi, il libro di Rosetta Loy dedicato a Cesare Garboli (era stato il suo grande amore), il libro di Sandra Petrignani sulla Ginzburg entrato nella cinquina finale dello Strega, un libro di Pierre Siniac, uno scrittore francese pressoché totalmente ignorato in Italia, uno che ha scritto solo libri “noir” e che è di certo uno dei più grandi scrittori francesi degli ultimi quarant’anni. Il 9 agosto tornerò a Roma. Non so quello che mi aspetta. Non ho nessun rapporto o contratto di lavoro. Non so che cosa farò per campare. Ah sì, comincerò a lavorare a un nuovo libro, probabilmente l’ultimo della mia vita. Crepi il lupo.

Giampiero Mughini