Contro l’amore romantico, folle e passionale: la fedeltà è la vera trasgressione. Ovvero, elogio spinto di Denis de Rougemont

Posted on Ottobre 30, 2019, 11:09 am
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Ella m’ha interrogato un giorno, ed ecco che mi parla ancora. Per qual destino son nato? Per qual destino? La vecchia melodia mi ripete: Per desiderare e per morire. Tristano e Isotta

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Come ha detto Amanda Lear in un’intervista, la più grande trasgressione oggi è sposarsi. E chissà cos’avrebbe detto al riguardo Denis de Rougemont, scrittore e filosofo francese famoso per un libro in particolare, L’amore e l’Occidente, un saggio degli anni ’30 che fa riflettere e discutere ancora oggi, e che apre gli occhi su uno dei sentimenti forse più sopravvalutati e mal interpretati di tutti i tempi: l’amore.

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Rougemont che era molto cattolico, scrisse questo saggio spinto da un impeto di rabbia e delusione. Un saggio pessimista, che punta il dito contro l’amor cortese e il dolce stil novo. Secondo Rougemont è colpa dei catari se abbiamo iniziato a pensare che l’amore dovesse avere a che fare con la sofferenza e la morte per essere vero amore.

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Dal Medioevo in poi la donna diventa un essere da magnificare, non da insidiare carnalmente, idolatrata per la sua capacità di mettere in contatto il misero uomo con il sublime.

S’inizia così ad amare l’amore, non la persona, e Rougemont passa in rassegna tutta la storia della letteratura dell’Occidente per sostenere la sua tesi, perché di tesi si tratta. Sono supposizioni, non ci sono prove, ma Rougemont ci crede. E fu criticato per questo, ma da alcuni anche preso sul serio negli anni a venire, tanto che il libro venne aggiornato dallo stesso Rougemont nel ’54 per perorare la sua causa.

La sua visione pessimistica non cambiò, anzi, si fece ancora più dura e convinta, e credo che non avrebbe cambiato idea neanche se lo avesse aggiornato oggi.

Siamo tutti cresciuti con l’idea che l’Amore con la A maiuscola debba essere permeato di dolore, di tragedia e di ostacoli. Quell’amore in cui uno dei due deve morire, deve amare più dell’altro, deve amare fino a impazzire.

Rougemont considera Tristano e Isotta capostipite di questa condanna alla felicità, in netto contrasto con l’istituzione del matrimonio cattolico, ormai attaccato su tutti i fronti da quell’amore-passione ostentato dai pagani e dai catari, gli eretici.

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“L’uomo che ha scritto ciò (in Tristano e Isotta) sapeva che la passione è qualcosa di più dell’errore: che è una decisione fondamentale dell’essere, una scelta a favore della Morte, se la Morte è la liberazione da un mondo regolato dal male”.

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Rougemont non sopporta che l’amore impossibile abbia avuto la meglio e che il tradimento sia ormai una costante evasione da quello che dovrebbe essere il matrimonio: l’accettazione incondizionata dell’altro, del vivere con l’altro. L’amore acquisisce così un’accezione malata che porta al vuoto, alla morte, all’assenza, all’autosabotaggio, al masochismo.

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“Abbiamo bisogno di un mito per esprimere il fatto oscuro e inconfessabile che la passione è legata alla morte”.

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E lo scrittore attacca anche Hollywood, che ha sfruttato a più non posso il decadimento dell’amore, enfatizzando solo un lato dell’amore-passione: il sesso. Prima si agognava all’amor puro di Beatrice, ai tempi di Rougemont a Marilyn, e oggi al culo di Kim Kardashian.

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“Ma il platonismo degenerato, che ci ossessiona, rende ciechi alla realtà dell’oggetto, com’è nella sua verità, oppure ce la rende poco amabile. E ci lancia all’inseguimento di chimere che non esistono che in noi”.

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L’amore positivo e sano sembra essere passato di moda. Ci hanno fatto il lavaggio del cervello. Ovvio che il matrimonio non regga più. Il matrimonio – da principio fondato su un accordo che prescriveva di procreare e difendere il patrimonio – non può avere come basi l’amore, un sentimento così passeggero e mellifluo.

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“Ed è altrettanto naturale che, ossessionati dall’universale propaganda per il romance, si colga la prima occasione di innamorarsi di qualcun altro. Ed è del tutto logico che si decida immediatamente di divorziare per trovare nel nuovo ‘amore’, che comporta un nuovo matrimonio, una nuova promessa di felicità”.

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Bisogna reinventare il mito, secondo l’idealismo di Rougemont, ma non su basi prettamente cattoliche, perché la figura della donna è cambiata, così come la coppia.

Bisogna recuperare la capacità di riconoscere all’amore che esso è anche e soprattutto quotidianità, e impegno, e sacrificio, e non quello che viene raccontato dai film o dai romanzi. Il lieto fine di una favola è l’inizio di un meraviglioso patto che prevedrà anche scontri, monotonia e rinunce ma nessuno racconterà e mostrerà mai questo aspetto.

Pensiamo che una storia sia finita al primo sentore di noia, di routine, perché ci hanno inculcato che l’amore deve essere passionale, travolgente, a costo di morire per amore ma per Rougemont nulla è più assurdo e triste di questo.

È l’egotismo la causa dei nostri mali; e siamo convinti che per sentirci vivi si debba camminare sempre radenti a un precipizio e che non ci sia bellezza senza tragedia.

Puttanate. Ci hanno riempito di puttanate per cantare sonetti, dar contro alla Chiesa, rifilare romanzi e farci andare a vedere film che trasmutano la realtà. E tutto per sentirci più vivi, perché, come sempre, non riusciamo a dare valore alla nostra esistenza se non ce la complichiamo e non sentiamo il cuore battere più forte del normale.

L’ansia che sazia, la passione come senso del tutto, e la morte come obiettivo cui correre incontro anziché ritardare.

Perché la felicità non fa vendere abbastanza.

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“Noi vogliamo la passione e l’infelicità a condizione di non confessar mai che le vogliamo in quanto tali?”.

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Rougemont non dà soluzioni, crede però che bisognerebbe impegnarsi nella ricerca di un nuovo equilibrio della coppia, perché non esiste una scienza del matrimonio felice.

Ciò che è certo è che la fedeltà ai tempi di Rougemont, e soprattutto oggi, rappresenta il più profondo non-conformismo.

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“Ma siamo ancora capaci d’immaginare una grandezza che non abbia nulla di romantico? E che sia il contrario d’un esaltato ardore? La fedeltà di cui parlo è una follia, ma la più sobria e quotidiana. Una follia di sobrietà che mima abbastanza bene la ragione, e che non è eroismo, né una sfida, ma una paziente e tenera applicazione”.

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E il tutto per dar vita a una grande opera d’arte, a un’immensa alleanza, che va contro la natura poligama dell’uomo, accettando la vita su questa terra e non il richiamo della morte.

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“Essere innamorati non significa necessariamente amare. Essere innamorati è uno stato; amare è un atto”.

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La donna, così, diventa finalmente uguale all’uomo e non il suo scopo. Diventa una persona e non una fata o un’immagine da idolatrare. Non è più un sogno ma una realtà con cui condividere la propria vita, nel bene e nel male.

L’uomo fedele non vede più soltanto il corpo desiderabile di una donna ma un essere indipendente che esiste autonomamente, in cui si cela un mondo enigmatico e affascinante, da scoprire ogni giorno.

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“Il desiderio va veloce e a casaccio dove gli frulla, l’amore è lento e difficile, impegna davvero tutta una vita, e solo un simile impegno gli sembra idoneo a svelare la sua verità”.

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Il colpo di fulmine è una leggenda per il nostro Rougemont. Uno che all’epoca sarà passato sicuramente per bigotto ma che oggi può risultare davvero più trasgressivo di tanti altri presentando la monogamia come garanzia di piacere, come riscoperta del puro godimento carnale, per nulla divinizzato.

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E Rougemont tira in ballo anche la Cina per sostenere la sua causa, un paese dove la parola amore non esiste, dove il verbo amare è usato solo per i rapporti tra madre e figli, dove i giovani vengono dati in sposi dai genitori e il problema dell’amore non si pone.

E invece l’occidentale passa tutta la vita a chiedersi se ama oppure no la donna che ha sposato. Per i cinesi è sintomo di follia, perché sembriamo voler cercare la pace e la tranquillità ma quando la troviamo, non sappiamo restarvi.

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“La risposta ‘normale’ al desiderio è il far l’amore o il fuggire, la risposta passionale (o allergica) è il rendersi preda di una febbre quasi mortale in certi casi, di un delirio che di volta in volta fa gridare di dolore o getta in estasi, spinge al crimine o costringe al suicidio, trasfigura il mondo o lo devasta agli occhi del malato che si lamenta ma teme di guarire e rifiuta di essere curato. La cura consisterebbe in un confronto dell’infervorato con la realtà. L’equivalente degli antistaminici prescritti nei casi di allergia sarebbe indurre l’appassionato a guardare e a vedere l’altro qual è. È proprio questo che l’appassionato rifiuta, e con tutta la sua passione. Preferisce allontanarsi da colei che nella sobria luce dei giorni trascorsi insieme rischierebbe di vedere troppo nitidamente”.

Dejanira Bada

*In copertina: Rita Hayworth e Glenn Ford in “Gilda” (1946)