“Pure la morte, De Crescenzo, non può certo averla presa sul serio”: omaggio tonante a un intellettuale autentico, sopportato da troppi con malcelato fastidio

Posted on Luglio 19, 2019, 8:37 am
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Già me lo vedo che, dall’alto, legge i coccodrilli scritti ormai da tempo immemore. Chi gli attribuisce non so quante copie vendute in vita, chi le raddoppia. E le lingue in cui sarebbe stato tradotto? Ho letto di tutto: diciotto, ventuno, cinquantotto. “E che stanno dando, i numeri al Lotto?!”: ecco cosa avrà pensato lui, forse facendo i debiti scongiuri – prima di rendersi conto che questa volta era davvero impossibile fare fronte al problema.

La prima – e, ahimè, unica occasione – in cui lo sentii, ai tempi dell’università, per invitarlo, tramite una sgangherata associazione libertaria di cui facevo parte, il Maestro esordì così: “Ragazzo, prima che lei possa dire qualsiasi cosa, sappia che io oramai non mi sposterò da qui, se non per la mia morte. Piuttosto, venga lei a trovarmi”. Non fui tanto sveglio da cogliere l’opportunità. Speravo di intervistarlo un giorno, ma anche per quello aspettai troppo a lungo – ho il difetto di immaginare che certa gente non morirà mai.

In compenso, qualche settimana fa, in pieno centro a Napoli, ho visto una sua mostra fotografica. Erano immagini che in parte già conoscevo, dai vecchi numeri di “Photo” risalenti agli anni’ 70. Immagini strepitose di una Napoli ancora visibile sottotraccia dietro quella vagamente rimessa a nuovo per i turisti – ma che sempre e comunque, per fortuna, resta Napoli. Non si poteva certo dire che dalle foto non si riconoscesse immediatamente l’autore. Il suo occhio fotografico era esattamente come la sua prosa: chiaro, immediato, ironico ma non distaccato, direi partecipativo.

De Crescenzo è, anzi era, esattamente l’intellettuale che manca oggi in Italia. Insomma, l’opposto del sussiego scalfariano, del supercazzolamento inflittoci dai soliti noti. E, di conseguenza, sopportato con malcelato fastidio da tutti quelli che non dicono un cazzo, ma siccome lo proferiscono con piglio cattedratico, si sentono minacciati da chi, essendo realmente profondo, riesce anche a far ridere. I suoi volumi di Storia della Filosofia hanno avuto, in tal senso, un destino affine ai manuali di Storia scritti con tono divulgativo da Montanelli e Gervaso: letti da tutti, ma considerati troppo superficiali da quelli che hanno costruito una redditizia carriera sul “più cultura alle masse, ma meglio che le masse non se ne facciano troppa, altrimenti mi mandano a fare in culo”.

Essere comprensibili come lui non è un male, eppure, leggendo un qualunque giornale, ci si renderà conto che quasi nessuno ha compreso questa sua fondamentale lezione. E la risata? Peggio che mai! L’avversario va annichilito a colpi di cannone, invece che seguendo la logica del castigat ridendo mores. Tristezza! Ci vorrebbe nuovamente uno come lui, più gente come la sua gente. Non per niente diceva il nostro intellettuale partenopeo: “A volte penso addirittura che Napoli possa essere l’ultima speranza che resta alla specie umana”. Come non essere d’accordo! L’Italia dovrebbe essere napoletana, pena farci due palle così – e ce le fanno, ce le fanno!

Non ci si faccia prendere dai cattivi pensieri, comunque. Di una sola cosa siamo sicuri, pure la morte, De Crescenzo, non può certo averla presa sul serio.

Matteo Fais