Il Vangelo secondo De André. 50 anni fa l’album più estremo di Faber: “La buona novella”

Posted on Gennaio 08, 2020, 9:21 am
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Mezzo secolo fa, lo squarcio. La spada nella roccia friabile del pentagramma italiano. Un’ascia di parole e poesia, declinate in musica e voce. L’obiettivo? Semplice: raccontare la rivoluzione del primo, grande “sovversivo contestatore” dell’umanità: Gesù. Ma non in maniera canonica. Nelle note che accompagnano i testi delle canzoni, l’autore precisa di aver inserito in alcuni brani citazioni tratte dal Protovangelo di Giacomo, desunte da un volume edito nel 1867 con traduzioni di Luciano Scarabelli.

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Un raggio di sole che illumina gli umarèll e le battone del “quartiere del buon Dio”, la sciarpa dei poveri che solo così, in quella umanità detta come lui sapeva fare, possono trovare un po’ di tepore. Non la speranza, semmai – e non è poco – un accenno di caldo. Sai che non sei solo, che c’è qualcuno che ti racconta. Che ti dà voce e quindi vita.

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“Si era in piena lotta studentesca e le persone meno attente – che sono poi sempre la maggioranza di noi –  compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: ‘Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia – che peraltro già conosciamo – della predicazione di Gesù Cristo’. Non avevano capito che in effetti (…) voleva essere un’allegoria – era una allegoria – che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore, 1969 anni prima, aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazaret e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Non ho voluto inoltrarmi in percorsi, in sentieri, per me difficilmente percorribili, come la metafisica o addirittura la teologia, prima di tutto perché non ci capisco niente; in secondo luogo perché ho sempre pensato che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarselo. Il che è esattamente quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo i piedi sulla terra. Ho quindi preso spunto dagli evangelisti cosiddetti apocrifi. Apocrifo vuol dire falso, in effetti era gente vissuta: era viva, in carne e ossa. Solo che la Chiesa mal sopportava, fino a qualche secolo fa, che fossero altre persone non di confessione cristiana ad occuparsi, appunto, di Gesù. Si tratta di scrittori, di storici, arabi, armeni, bizantini, greci, che nell’accostarsi all’argomento, nel parlare della figura di Gesù di Nazaret, lo hanno fatto direi addirittura con deferenza, con grande rispetto. Tant’è vero che ancora oggi proprio il mondo dell’Islam continua a considerare, subito dopo Maometto, e prima ancora di Abramo, Gesù di Nazaret il più grande profeta mai esistito. Laddove invece il mondo cattolico continua a considerare Maometto qualcosa di meno di un cialtrone. E questo direi che è un punto che va a favore dell’Islam. L’Islam quello serio, non facciamoci delle idee sbagliate”.

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Fabrizio ha scelto di stare con chi vive sul filo della trasparenza. Persone vive ma che non devono essere né viste né nominate: le mignotte, i senza tetto, i disperati, i bècchi (Giuseppe, per lui, lo è. Consapevolmente, ma lo è. Cornuto, divinamente, in modo che non se la possa prendere. Cornuto per età avanzata, per disegno celeste, per condanna, per contrappasso), i preti di frontiera, gli indiani d’America, i trans.

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Ad un certo punto l’artista tratteggia il volo più alto del mistero: la vita che sta per nascere. Una vita iniziata in maniera più terrena che spirituale. Va immaginata, questa magia. Ascoltata nella sua voce, unica. “E lei volò fra le tue braccia/ come una rondine/ e le sue dita come lacrime/ dal tuo ciglio alla gola/ suggerivano al viso/ una volta ignorato/ la tenerezza d’un sorriso/ un affetto quasi implorato./ E lo stupore nei tuoi occhi/ salì dalle tue mani/ che vuote intorno alle sue spalle/ si colmarono ai fianchi/ della forma precisa/ d’una vita recente/ di quel segreto che si svela/quando lievita il ventre”. È esattamente quello che ogni donna vorrebbe sentirsi dire dal proprio compagno. È esattamente quello che ogni uomo dovrebbe sussurrare alla propria donna. Un dipinto di parole, l’ecografia del cuore.

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La buona novella esce novembre 1970 dalla Produttori Associati (PA/LPS 34) con copertina tinta ocra. La grafica del disco cambia due volte, prima di tornare a quella della prima edizione: nel 1970 è ripubblicato dalla Produttori Associati con l’elaborazione di una fotografia in bianco e nero mentre nel 1983, per la serie Ricordi Orizzonte, è riprodotto il trittico di Simone Martini.

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“Io ho degli amici: Roberto Dané, che ha usato l’intelligenza per censurare e suggerire, l’affetto per stimolare e convincere e infine il forcipe, perché questo lavoro diventasse un lavoro finito, perché nascesse; Gian Piero Reverberi, che ancora una volta ha saputo vestire di musica la mia consueta balbuzie melodica; Corrado Castellari e Michele ai quali devo un’idea per la musica de Il testamento di Tito; Franco Mussida-chitarra, Franz Di Cioccio-batteria, Giorgio Piazza-basso, Flavio Premoli-organo, Mauro Pagani-flauto del complesso ‘I Quelli’ ed il chitarrista Andrea Sacchi che dopo due giorni di distaccata collaborazione hanno dimenticato gli spartiti sui leggii e sono venuti a chiedermi ‘perché hai fatto questo disco, perché hai scritto queste parole’. Anche con loro la fatica comune si è trasformata in amicizia: da quel momento”.

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Lui si chiama Fabrizio De André e mezzo secolo fa è uscito con il suo lavoro più denso. Forse non il più orecchiabile, ma con ogni probabilità il più alto.

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Aveva 30 anni quando è uscito con La buona novella. Un concept album non da sentire ma da ascoltare.

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È stato Gian Piero Reverberi a coinvolgere nella realizzazione del disco anche i componenti del gruppo “I Quelli”, che di lì a poco formeranno la Premiata Forneria Marconi, con cui De André intraprenderà circa dieci anni più tardi il celebre tour del 1978/79, contenuto in due dischi ancora oggi inarrivabili.

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L’aggettivo “apocrifo” in greco significa “segreto”, “nascosto”. Sembra che stesse a indicare, fino al IV secolo d.C., alcuni scritti che qualche setta cristiana metteva a disposizione solo degli iniziati, non ritenendo che gli scritti fossero di facile comprensione per le masse. Quando la Chiesa cominciò a distinguere in “ispirata e no” la letteratura su Cristo escluse quei testi apocrifi dal codice “canonico”. Gli apocrifi sembrano colmare il vuoto dei quattro canonici (Marco, Matteo, Luca, Giovanni) sull’infanzia di Maria, la storia di Giuseppe, l’infanzia di Gesù e la storia di Erode e Pilato. Ma la differenza più affascinante è l’attenzione che gli autori mettono anche sulla natura “comunque” umana dei protagonisti. Pur essendo fuori della Chiesa, gli apocrifi hanno lasciato una traccia ben profonda: dalle più piccole e radicate tradizioni (la grotta, l’asino e il bue, i nomi dei Magi e dei genitori di Maria), sino alle basi sulle quali poggia il dogma dell’Assunzione e la definizione “Madre di Dio”. La loro storia è sotterranea. I fedeli cristiani non li conoscono, la Chiesa non li divulga, per secoli sono stati ignorati. Eppure Dante, Tiziano, Michelangelo, Raffaello, Hugo, Bulgakov devono averli letti se hanno raccontato o dipinto scene che solo gli apocrifi contengono.
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Attraverso i Vangeli apocrifi, scelti come traccia da seguire per elaborare la trama del disco, emerge la vocazione umana e terrena, quindi provocatoria e rivoluzionaria della figura storica di Gesù. In questo album la figura di Cristo è narrata attraverso quella dei personaggi che hanno a che fare con lui e la sua storia, mentre appare direttamente come protagonista solo nella canzone Via della Croce.

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L’infanzia di Maria è di una violenza raffinata, quasi silenziosa: la ragazzina vive un’infanzia segregata nel tempio (“dicono fosse un angelo a raccontarti le ore, a misurarti il tempo fra cibo e Signore”). L’impurità delle prime mestruazioni (“ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio, la tua verginità che si tingeva di rosso”) provocò il suo allontanamento e la scelta forzata di uno sposo. Il matrimonio avviene con un uomo buono ma vecchio, il falegname Giuseppe, che la sposa per dovere. L’estrazione del suo nome avviene come si faceva nelle sagre di paese. Come quando venivano messi in palio i maiali da macellare: “Popolo senza moglie uomini d’ogni leva/ del corpo d’una vergine si fa lotteria”. In Tre Madri Maria ha la pienezza di essere una mamma e ha un moto umano, di genitrice. Un’amara voce che le sale dal cuore e che esce come una supplica disperata: “Non fossi stato figlio di Dio/ t’avrei ancora per figlio mio”.

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Il vangelo secondo De André: così Faber arriva, nel suo laicismo, là dove tanti uomini di chiesa non sono riusciti.

Alessandro Carli