Il libro degli scrittori dimenticati, il canone degli emarginati, l’elenco dei grandi assenti. Intervista a Davide Morganti

Posted on Marzo 30, 2020, 11:42 am
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È uscito un libro molto originale che s’intitola Il cadavere di Nino Sciarra non è ancora stato trovato (Wojtek Edizioni), scritto da Davide Morganti. Leggetelo! È un romanzo ma allo stesso tempo un pamphlet. La vicenda è un pretesto: i fratelli Sciarra, siciliani trapiantati a Napoli, sono morti. Un uomo ha il compito di entrare in casa e recuperare le salme. Uno solo dei fratelli viene trovato, l’altro no. Nella casa c’è qualunque cosa, un mare di roba accatastata, e soprattutto libri. Il protagonista vaga, si perde, tuttavia legge, incomincia a leggere di tutto, pare già conoscere quello che legge e lo apprezza. In realtà il romanzo di Morganti vuole dare voce agli scrittori di cui non si parla più, in un’Italia che ha perso il senso del giudizio e della letteratura. Durante la storia vengono elencati nomi su nomi, titoli su titoli, ne viene fuori un ritratto della letteratura italiana paradossale, in gran parte sconosciuto, sommerso. Per dirla con le parole della mistica e teologa Adrienne von Speyr, scritte per altro argomento, ma che ben si adattano al nostro libro (perdonate, cito a modo mio!): “C’è uno strato più profondo, in cui si viene trasferiti, si cade come in un’atmosfera più rarefatta, in una zona più scura, in cui si possono incontrare solo poche forme, ma più forti, più tenaci, immunizzate per vivere sotto una così grande pressione”.

E viene voglia di continuarlo quell’elenco magnifico di emarginati, di grandi assenti; così vengono in mente Giulio Del Tredici, Sergio Antonielli, Alessandro Spina, Mauro Curradi, Carlo Alianello, Andrea Giovene, Giuseppe Marotta, Giuseppe Curonici, Sebastiano Addamo, Enzo Striano, Bino Sanminiatelli, Antonio Pizzuto, Maurizio Salabelle… e via, andando avanti all’infinito, perché la letteratura è infinita!

Eppure Morganti non è un dimenticato, è attivo: scrive sul Mattino di Napoli, è insegnante di filosofia, scrittore, giornalista, sceneggiatore, drammaturgo; ha conosciuto il successo, ha vinto il premio letterario Neri Pozza, con cui ha pubblicato due anni fa La consonante K; dal suo libro Caina (Fandango, 2009), è stato tratto un film che ha vinto il Festival del cinema di Parigi, entrando anche nell’ultima selezione italiana per l’Oscar al miglior film straniero. Per non parlare degli altri suoi libri, di cui cito solo alcuni: Moremò (Avagliano, 2006), L’asciutto e la marea (Gremese, 2008), Tre volte 10 (Ad Est dell’Equatore, 2012). In quest’ultimo: Il cadavere di Nino Sciarra (che è ancora diverso dai precedenti sebbene mantenga uno stile espressionista, fra reale e assurdo), si percepisce uno slancio cristiano, nel gesto di carità che contiene, come a voler dare spazio a chi ha avuto meno fortuna, a chi non viene più ricordato, o solo marginalmente, ma che occorre continuare a leggere e ad approfondire. A questo proposito parlo all’autore.

Com’è nata l’idea del romanzo?

Insegno Lettere alle superiori da anni e nei manuali di rado trovo gli scrittori che mi interessano, ci sono sempre gli stessi e si ripetono compulsivamente come se ci fossero stati solo loro e nessun altro. Il mio amico Ciro Marino, editore di Wojtek, mi chiese un libro e io gli proposi uno sugli scrittori italiani dimenticati, lui accettò ma solo se avesse avuto una forma narrativa.

La vicenda dell’uomo che ha il compito di recuperare il cadavere di Nino Sciarra sembra quasi un pretesto per raccontare i troppi scrittori italiani dimenticati.

Sì, lo è, la letteratura italiana ha un numero elevatissimo di scrittori bravi se non addirittura grandi come Coccioli o Fiore e invece di lamentarmi ho pensato quasi di volerne fare un rendimento di grazie. Qualcosa, mi pare, per quanto minima, sta avvenendo tra i lettori.

Il protagonista, con lo scorrere delle pagine, appare sempre più oppresso e prigioniero in quella casa stregata che diventa un luogo claustrofobico, alla Buñuel. Da che cosa è angosciato? Qual è l’origine della sua inquietudine?

I libri portano inquietudine, sono inquietudine non solo immaginazione, il protagonista viene pian piano posseduto dai libri che, come fossero morti risorti, lo circondano, lo inseguono, lo implorano. L’uomo ha la necessità della narrazione, delle storie, delle parole e se lui se ne dimentica, la responsabilità passa al libro.

Nel dare voce agli scrittori dimenticati, viene fuori un quadro ricchissimo della nostra narrativa del Novecento, un ritratto inedito e controcorrente, in polemica anche con la critica ufficiale e le proposte editoriali di oggi.

La cultura ufficiale mi ha sempre interessato poco ma non per polemica, semplicemente sin da ragazzo, quando leggevo Boine, Slataper, Michelstaedter, mi volgevo a guardare quello che stava in penombra perché spesso sono più affascinanti le radici che le foglie. Se poi uno ama avere la luce, come diceva Duccio della serie televisiva “Boris”, smarmellata sulla faccia, dovrebbe sempre ricordare che a un certo punto le facce spesso si spengono prima delle luci.

Nonostante l’angoscia del protagonista, si ha la sensazione di leggere un libro felice, dalla prosa guizzante, in continua scoperta, mutevole, e in continua scoperta del piacere di conoscere.

Cercando il cadavere i libri diventano la vera ricerca e spero di aver usato una prosa ritmata e coinvolgente per non impantanare il lettore nello stesso fango mistico del protagonista.

C’è poi il tema della solitudine. Sembra che l’isolamento giovi agli scrittori esaminati. Nell’isolamento gli scrittori sono più veri, meno soggetti a condizionamenti inutili: quello di apparire, e la commercializzazione acritica delle opere pubblicate. La solitudine fa bene allo scrivere?

Non ne farei un dogma ma per me sì, per gli altri non so, la solitudine è un talento necessario alla scrittura.

I libri sono una cosa viva nel tuo romanzo, una cosa umana e misteriosa. Hanno una loro vita, come se l’anima dell’autore fosse ancora lì, presente dentro quelle pagine, impresse a fuoco da uno spirito che non vuole morire, bensì esistere come il fuoco palpitante.

Volevo che i libri avessero la Verità, quella con la maiuscola, quella che gli uomini ricercano da sempre nelle parole, insomma la Verità, che oggi fa inorridire perché viene confusa con il fanatismo e con il terrorismo e invece è solo una marcia di avvicinamento a sé e al vivere.

Molti degli scrittori che tu citi non sono nemmeno degli irregolari, allora perché nessuno se ne occupa più, nonostante l’indubbio valore?

Non lo so, forse perché erano brutti!

È un libro coraggioso il tuo, perché affronta gli effetti dell’egemonia culturale italiana, che tende a cancellare, a rimuovere. Spesso chi ha fede e lo dice, entra in una distinzione, in una categoria che non esiste, paga per la sua testimonianza, che dovrebbe essere preziosa, anche perché non vuole negare, non si contrappone ad alcuno; e invece viene messo da parte, diventa uno scrittore minore.

In realtà è più una fede che vorrei avere che una fede che ho, ma non importa; riguardo al libro: non è coraggioso ma solo sincero.

Caro Davide, a conclusione di questa intervista voglio dirti che viene voglia di appartenere davvero a quell’elenco grandissimo che hai compilato, infinito, multiforme, a quella ricchissima biblioteca di appassionati, tale è il valore di chi vi appartiene; e insisto: io, personalmente, vorrei essere dimenticato, rimanere nei miei libri come uno che ha sperato di morire nella verità, qualunque sia, e di essere lasciato nell’ombra!

Vincenzo Gambardella