Chi è davvero Davide: il capo di una banda di nomadi o un potente sovrano? La battaglia (politica) tra gli archeologi alla ricerca del regno perduto del re biblico

Posted on Luglio 12, 2020, 9:34 am
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Nel X sec a.C., Gerusalemme era un luogo ostile agli agricoltori, ma occupava una posizione perfetta per i fuggiaschi. Non più di cinquemila persone abitavano quel territorio e le piccole comunità in cui si raggruppavano erano circondate da un paesaggio impervio, spaccato dai crepacci e aggrovigliato fra le querce. La pioggia era imprevedibile. A oriente, il deserto quieto e vuoto. A occidente – invitanti – vi erano le rigogliose pianure delle città-stato filistee, con le loro rotte commerciali sul mediterraneo e le ville lussureggianti. Qui invece, la vita era dura. Né ville, né monumenti, ma solo case in pietra grezza. Orde di fuorilegge vagabondavano per questa selva giudea, depredando i villaggi vicini. In odio agli egizi e temuti dai filistei, improvvisamente questi predoni offrirono il loro servizio proprio a un re filisteo. Astuto e intraprendente, egli impose un destino più alto alle sue genti. Inviò i suoi uomini in avanscoperta e fece condividere il bottino con gli anziani delle montagne, che lo resero capotribù delle colline meridionali. Arrivarono poi le conquiste di Hebron e Gerusalemme. Qui, fece trasferire la propria stirpe in quello che – nonostante la frugalità – alcuni chiamerebbero palazzo. Il suo nome era Davide.

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Orazio Gentileschi, “Davide che uccide Golia”, 1605 circa

Fresco di cattedra all’Università di Tel Aviv, Israel Finkelstein era più interessato ai processi migratori che alla storia biblica. Infatti, secondo l’archeologo israeliano i primi abitanti si insediarono in Cananea a seguito di migrazioni interne: le civiltà nomadi divennero sedentarie per qualche generazione, per poi spostarsi nuovamente e insediarsi altrove. I primi israeliti, dice Finkelstein, erano “autoctoni”; ossia Beduini. Ovviamente, nell’Antico Testamento, la Cananea è la regione in cui gli Ebrei si insediarono una volta terminato l’Esodo. Qui, Davide conquistò il suo regno e, insieme a suo figlio Salomone, fece prosperare il suo popolo e governò tutto ciò che si trovava fra le rive dell’Eufrate e il deserto del Negev. Anche se probabilmente non è durato più di una o due generazioni, il Regno Unito d’Israele rappresenta l’apogeo della civiltà israeliana. In Davide, gli ebrei vedono “la sovranità sul territorio, la leggenda dell’impero”; i cristiani invece credono che “sia collegato direttamente a Gesù e alla nascita della cristianità”; mentre nell’Islam viene riconosciuto come legittimo profeta e predecessore di Maometto. Secondo Finkelstein, Davide è “l’elemento centrale, nella Bibbia e nella nostra cultura.” Nella lunga guerra per riconciliare fatti storici e fatti biblici, l’epopea di Davide è la prima battaglia decisiva. Non esistono fonti di alcun tipo che provino l’esistenza di Abramo, Isacco o Giacobbe. Dell’Arca di Noè non è rimasta nemmeno una scheggia e le mura di Gerico sono crollate in seguito a un terremoto secoli prima della venuta di Giosuè. Tuttavia, nel 1993, un archeologo israeliano ha ritrovato un’incisione in aramaico su una tavoletta di basalto che menziona la “Casa di Davide”. Datata IX sec. a.C., rappresenta il più antico reperto riferito ad un personaggio dell’Antico Testamento: Davide non è solo il personaggio cardine della Bibbia, ma è anche l’unico di cui forse si potrebbe provare l’esistenza. Ciononostante, resta difficile fare i conti con la mancanza di reperti nell’area di Gerusalemme, che “potrebbero essere conservati in una scatola per scarpe” secondo Yuval Gadot del Università di Tel Aviv. Per ovviare a questo problema, anche Finkelstein, insieme alla medesima università di Gadot e ad altri enti, ha reso l’archeologia israeliana un’avanguardia, soprattutto attraverso l’utilizzo di tecnologie quali i test sul DNA, l’elaborazione digitale delle immagini e l’assunzione di personale forense altamente qualificato. Nonostante il progresso tecnologico, la questione resta aperta: da dove sono venuti i primi israeliti? Quando appaiono i primi segni di un culto centralizzato e monoteista? O in modo meno prosaico, ma non meno cruciale, chi era Davide? L’onnipotente sovrano descritto nella Bibbia, o un semplice Sceicco Beduino?

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William Albright, padre dell’archeologia biblica e fervido credente, oltre ad aver appreso l’ebraico da autodidatta e ad aver studiato il greco antico, il latino, l’accadico, l’aramaico, il siriaco e l’arabo al college, riteneva che le sacre scritture non fossero che un compendio di fatti verificabili. Con questo spirito e nel pieno della propria carriera, partì per la Palestina alla ricerca di prove che smentissero le critiche all’attendibilità della Bibbia e che anzi, la storicizzassero. Nel 1936, Albright passò il testimone a Nelson Glueck, un altro archeologo americano orgoglioso di scavare “con la cazzuola in una mano e la Bibbia nell’altra”. Setacciando decine e decine di ettari in Transgiordania, scopri un’antica industria di rame e confrontando alcuni cocci, lì ritrovati, con altri reperti disponibili, datò l’intero sito al X sec. a.C. Questa e altre scoperte hanno fomentato una corsa all’archeologia senza eguali in Israele. Gli ebrei volevano dimostrare l’esistenza delle connessioni fra il proprio presente e il passato. “L’archeologia ebraica attualizza il nostro passato e mostra la continuità storica del paese” così commentò il Presidente Ben-Gurion mentre il suo Capo di Stato Maggiore Yigael Yadin diventava la guida dell’archeologia nazionale. Nel 1955, Yadin varò il più grande scavo archeologico che il paese avesse mai visto, dissotterrando l’antica città di Hazor, distrutta da Giosuè e ricostruita da Salomone. Yadin si approcciò all’impresa secondo la sua competenza: reclutò duecento braccianti dal nord Africa, fece installare una rete telefonica interna per velocizzare le comunicazioni e fece costruire un sistema di rotaie ausiliarie per trasportare i detriti; era un’operazione militare. In particolare, i suoi uomini portarono alla luce un portale a sei volumi identico a quello ritrovato a Megiddo, un’altra città del tempo di Salomone. “Entrambi i portali sono stati disegnati dallo stesso architetto reale” scrisse Yadin nel ’58, convinto di essere difronte alla prova che stava cercando.

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Guarcino, “Saul assale Davide”, 1646

A quel tempo, Finkelstein aveva nove anni e il “culto nazional popolare” per l’archeologia non arrivò fino al casolare di campagna in cui viveva con la sua famiglia. Suo padre, un immigrato ucraino con un passato da promessa dello sport, si era trasferito poco fuori Tel Aviv per cercare fortuna nell’agricoltura e aveva già pianificato il futuro del figlio: sarebbe diventato un fisico nucleare. Finkelstein, già dall’età di quattro anni, era considerato un prodigio della matematica e quando, in età adolescenziale, rivelò alla famiglia la sua propensione per l’archeologia, questi restarono basiti. “A chi interessa? A quale scopo?” gli chiese il padre fino al giorno in cui esalò il suo ultimo respiro. Così Finkelstein, nel 1970, si unì al dipartimento di archeologia di Tel Aiv e in poco tempo si costruì “la reputazione del giovane rampante di nuova generazione, che sfidava apertamente i metodi tradizionali con cui Israele portava avanti l’archeologia” commenta Römer del Collège de France. Dopo anni passati ad esaminare gli altopiani della regione, Finkelstein voleva vedere se nelle valli fossero presenti evidenze di strutture sociali diversamente sviluppate. Scelse Megiddo, il vecchio lotto di Yadin. “Il pannello di controllo del Levante” lo chiama ancora oggi a settantuno anni, con la sua profonda voce baritonale, mentre con le mani gesticola quasi a condurre una fantomatica orchestra. Prima di andare sul campo, Finkelstein passò un anno intero a prepararsi, studiando attentamente la stratigrafia e le linee temporali del territorio che si apprestava ad esaminare. Più leggeva e più non capiva nulla. Yadin aveva datato il sito all’epoca di re Salomone, ma i reperti di un palazzo ritrovati in loco, mostravano somiglianze inequivocabili con un altro edificio di Samaria la cui costruzione risaliva a un secolo dopo Salomone. Confrontando i ritrovamenti con quelli di un altro sito archeologico nella Piana di Esdraelon, si accorse che i frammenti di vasellame erano identici. Tuttavia, questo sito risaliva ai tempi della dinastia omride: “qualcosa non quadrava”, commentò Finkelstein. L’eminente archeologo iniziò quindi a ragionare su più larga scala, concentrandosi sul Regno di Israele in relazione al contesto in cui si trovava. Trecento anni prima della venuta di Davide, la Cananea era governata dagli Egizi, ma nel X sec. a.C. il Faraone si ritirò da quella regione a causa della tremenda siccità che la colpì. La stessa siccità che fece sgretolare l’impero degli Ittiti, nell’attuale Turchia, e quello di Micene, nel Peloponneso. Quali erano le probabilità che un nuovo impero tanto grande nascesse all’improvviso e per di più fra le ostili montuosità di Giuda? “Un impero necessita di una capitale; a Gerusalemme non c’è che un piccolo villaggio. Un impero ha bisogno di forza lavoro; in Giudea non c’è niente se non comunità molto ridotte. Ad un impero serve amministrazione; qui non ci sono segni di scrittura. Dov’è questo impero?” si chiese Finkelstein.

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Tanzio da Varallo, “Davide con la testa di Golia”, 1616

Una pubblicazione del 1996 di Finkelstein su Levant proponeva una revisione della datazione dei reperti di Megiddo e molti altri in tutta l’area attraverso un’argomentazione tecnica, inequivocabile. Secondo questa tesi, tutte le rovine che provavano lo splendore del Regno Unito di Israele erano da riattribuire all’impero di Omri, che nella Bibbia viene dipinto come un sovrano marginale, ma che secondo gli studi di Finkelstein deteneva il potere sulla regione in quel periodo e di cui la Casa di Davide era probabilmente vassalla. Finkelstein, convinto di aver dimostrato il suo punto, pensava che il mondo accademico avrebbe accettato la sua teoria, passata alla storia come “cronologia breve”, ma si sbagliava di grosso. L’articolo scatenò un putiferio nell’ambiente accademico-archeologico e molti si scagliarono contro Finkelstein. Alcuni lo tacciarono di essere iniquo nelle sue valutazioni, altri di essere superbo e alcuni non riconobbero il valore scientifico del suo lavoro. Dentro e fuori dal paese, Israel Finkelstein spaccava le comunità accademiche. “Viene descritto come un glorioso regno, un impero enorme, con autori di corte, un esercito sconfinato e successi militari; poi arrivo io e dico ‘Aspetta un minuto. Erano solo dei bifolchi che vivevano nella campagna di Gerusalemme, mentre tutto il resto è solo teologia o ideologia’: è normale che ciò che dico scuota chi crede che la Bibbia sia il verbo di Dio”, disse Finkelstein commentando la reazione dei colleghi.

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In Le Tracce di Mosè, scritto e pubblicato nel 2001 insieme allo storico e giornalista Neil Silberman, Finkelstein propone una nuova prospettiva nel modo di studiare la Bibbia, un approccio che si concentra sul periodo di scrittura dei testi sacri – attorno al 722 a.C. – invece che sui fatti narrati al loro interno. Infatti, è proprio in quel periodo che il potente Regno di Israele cadde sotto gli Assiri e si ridimensionò nel più piccolo e meridionale Regno di Giuda. In pochi anni le migrazioni da nord a sud portarono la popolazione da mille a dodicimila unità, generando un bisogno d’identità nel nuovo e disomogeneo popolo. C’era bisogno del “sogno di un’epoca d’oro – reale o immaginaria – in cui i propri antenati vivevano in territori ben definiti e nella gioia della promessa divina di pace e prosperità”. A suon di recensioni e pubblicazioni, Finkelstein iniziò un duello a distanza con William Dever, anch’egli istrione dell’archeologia biblica. I due si erano sempre scambiati critiche sagaci sulle rispettive tesi, ma quando Dever recensì il best seller di Finkelstein e Silberman sulla Biblical Archaeology Review, l’israeliano esplose. La situazione degenerò nel momento in cui Dever accusò Finkelstein di post-sionismo e questi lo prese come un attacco personale. Il dibattito valicò i confini dell’archeologia, con i due a rappresentare, più o meno involontariamente, le due correnti di pensiero relative all’interpretazione della Bibbia: minimalismo e massimalismo biblico. Seppur respingendo in toto le accuse, Finkelstein ha spiegato così la sua posizione: “l’interpretazione letterale non solo è inadeguata, ma non rende giustizia nemmeno agli autori. Solo se letti con senso critico, si coglie il genio nei Testi Sacri”.

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Negli ultimi dieci anni, la riveduta cronologia dell’antico Israele ad opera di Finkelstein ha ricevuto molteplici critiche; fra le più puntuali ci sono state quelle del sessantatreenne Yosef Garfinkel, capodipartimento di archeologia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Affascinato dalla semplicità dei khirbe (letteralmente arabo per “rovina”), termine utilizzato per indicare palazzi e/o edifici distrutti relativamente presto dal momento della loro costruzione, Garfinkel si dice “al novanta per cento sicuro” di aver trovato l’antica città di Ziklag nel khirbe di al Ra’i. Qui, una prima squadra di archeologhi ha rinvenuto due frammenti di coccio che riportavano cinque lettere proto-cananee, mentre una seconda squadra – al lavoro su di un silo – ha ritrovato, fra i numerosi artefatti, anche quattro noccioli di oliva utili per la datazione al carbonio. Nonostante l’utilizzo delle più avanzate tecnologie, il sito gestito proprio da Garfinkel sembrava disordinato anche per un profano dell’archeologia, forse a causa della sua sconfinata e frivola curiosità, che spesso lo portava a concentrarsi su aspetti e fatti eccentrici. Cresciuto ad Haifa, Garfinkel aveva iniziato gli studi a Gerusalemme nel ’92, specializzandosi sul vasellame del neolitico e sulle origini della danza. Ha poi acquistato fama disseppellendo delle miniature antropomorfe del VI millennio a.C. vicino al fiume Giordano e da allora esposte al Louvre. Successivamente decise di cambiare ambito dopo ave notato la penuria di archeologi biblici all’Università Ebraica.  Proprio in quegli anni, arrivò la prima sferzata alle tesi di Finkelstein: a Gerusalemme Est, l’archeologa Eliat Mazar aveva portato alla luce le fondamenta delle mura di un grande edificio pubblico ai piedi del Monte del Tempio, il luogo esatto in cui, secondo i Libri di Samuele, il Re di Tiro aveva fatto costruire il palazzo di Davide. La struttura era impossibile da datare, ma allo stesso tempo era racchiusa fra gli strati di ciò che viene chiamato un sandwich archeologico: vasellame e frammenti del IX sec. sopra e reperti del XI sec. sotto. “Ho trovato il palazzo di Re Davide!” esclamò Mazar di fronte alla stampa ebraica. La risposta di Finkelstein non tardò: “Dice che si tratta di un edificio maestoso del X sec. e che si tratta del palazzo di Re Davide, ma niente di tutto ciò è vero”. Intanto, Garfinkel impaziente di gettarsi nella mischia venne illuminato da un suo studente, sicuro di aver trovato un nuovo sito molto promettente a poche decine di chilometri da Gerusalemme. Intrigato, Garfinkel decise di raggiungerlo insieme allo studente per sondarne il terreno. Si chiamava Qeiyafa e diede immediatamente i suoi frutti. Da una prima analisi, si raggiunse uno strato che conteneva ceramiche dell’Età del Ferro, ma di che secolo si trattava? “Decimo? Forse nono?” ricorda Garfinkel. Le ricerche proseguirono e in meno di un anno fu chiaro che si trattava di un’intera città. “La Pompei biblica” venne soprannominata dal suo eccentrico scopritore. Fra i cocci e gli edifici, vennero trovati alcuni carissimi noccioli d’oliva, poi spediti all’Università di Oxford per la datazione al carbonio. Se venissero datati al 850 a.C. “riceverei un dottorato ad honorem a Tel Aviv” disse scherzosamente Garfinkel, ma i noccioli avevano circa duecento anni in più. Bingo. “Il colpo di grazia ai minimalisti” era servito; la mancanza di ossa di maiale a Qeiyafa escludeva i Filistei dallo scacchiere, la posizione a sud toglieva di mezzo una possibile appartenenza al regno omride o altri imperi settentrionali e le fortificazioni con casamatta a quattro volumi, i due ingressi cittadini e la netta separazione fra edifici pubblici e privati rappresentavano la “cianografia” di quello che sarebbe diventato lo standard architettonico giudaico. Garfinkel pensava che il regno di Davide fosse relativamente ridotto, come anche Finkelstein, ma riconosceva in Qeiyafa la città biblica di Shaaraim. Se Garfinkel aveva conquistato il favore delle masse, Tel Aviv restava la roccaforte di Finkelstein e da qui arrivarono le critiche più accese all’archeologo reo d’essere “un archeologo preistorico, che mai si era occupato di questo periodo prima d’ora e che si era intromesso senza reali conoscenze in merito,” almeno secondo Lipschits, un collaboratore di Finkelstein. Poi le annose accuse di bulldozing e quelle di far sfigurare una generazione “che per anni si era preoccupata di come Israele e gli ebrei fossero percepiti”. Anche il sistema dei finanziamenti non aiutava Garfinkel. Un sistema dipendente da donatori spesso poco interessati alla ricerca in sé e per sé. Molti erano e sono religiosi, ingolositi dall’idea di spargere il verbo; altri sono simpatizzanti di destra alla ricerca di motivazioni valide che giustifichino il diritto degli ebrei alla Terra promessa. Alcuni, sono entrambe le cose. E così, Schniedewind, della University of California, Los Angeles, ha ammesso che i ritrovamenti di Garfinkel “furono determinanti, ma le sue interpretazioni… beh, tutti hanno bisogno di soldi, no?”.

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Cima da Conegliano, “Davide con la testa di Golia e Jonathan”, 1501 circa

Così, nei primi anni ’90, una semi-sconosciuta organizzazione chiamata Elad ha iniziato a comprare e confiscare le case dei civili palestinesi a Silwan, un villaggio adiacente a Gerusalemme sotto il quale giacciono i resti della Città di Davide. Nonostante le vittime palestinesi abbiano dichiarato che David Be’eri, ex comandante dell’esercito israeliano e insegnate in una yeshiva, abbia utilizzato metodi poco ortodossi durante questo processo condotto per Elad, alla fine è riuscito a stabilirsi e a dare il via alla fase due: gli scavi. Quando in tribunale gli è stato chiesto “con che cuore” potesse scavare sotto le case della gente, lui ha risposto che “Re Davide l’aveva fatto!”, lui stava “solamente facendo le pulizie”. Il caso si risolse quando il Governo israeliano concesse la proprietà legale di Silwan a Elad, oltre che a un regolare contratto per l’istituzione della Città di Davide come parco nazionale. Sotto Netanyahu, Elad divenne il principale sponsor di scavi archeologici a Gerusalemme Est, la zona più contesa del paese. Antichissime reliquie, una piscina di Erode, un condotto acquifero costruito da re Ezechia e le mura dissotterrate da Eliat Mazar. Ci sono anche tre siti archeologici in attività che i visitatori possono ammirare da alcune piattaforme rialzate. Un’infrastruttura in grado di radunare più di un milione di persone ogni anno. Anche se Finkelstein non è d’accordo con la politicizzazione del sito, gli rende comunque merito: “se fosse stato in mano allo stato, ci avrebbero messo quattrocento anni. […] dovranno rispettare i loro programmi politici, ma ciò non interferisce con la ricerca”. Ma se anche per Finkelstein, “Gerusalemme non è Nablus” e quindi “non ci sono ragioni per cui tirare in ballo il diritto internazionale per fermare Israele dallo scavare a Gerusalemme”, i palestinesi la vedono diversamente. Gerusalemme Est è la capitale del loro stato, ma Elad ha reso impossibile la ripartizione e ora “sono i coloni a essere in controllo a Gerusalemme,” almeno secondo Jawad Siyam, che ha perso la casa dopo trent’anni di battaglie legali contro i coloni di Elad che gliel’hanno occupata. Yonathan Mizrachi, direttore del gruppo di archeologi che contestano la ricerca su suolo occupato, sostiene che “Elad ha capito molto tempo fa che l’archeologia è l’asso nella loro manica per giustificare l’occupazione da parte dei coloni israeliani”. Lasciando da parte i dilemmi morali, Finkelstein sostiene che la Città di Davide, possa non essere affatto la Città di Davide. “Vedo dell’architettura bizantina, una villa Romana e case del periodo intertestamentario,” ma niente dell’Epoca del Ferro. Sempre secondo Finkelstein, la Gerusalemme della Bibbia era situata in cima al Monte del Tempio, il luogo più sacro per la religione ebraica e sede di due delle moschee più importanti al mondo. Nel 2011, rifacendosi ad una pubblicazione del 2000 del collega tedesco Ernst Axel Knauf, Finkelstein ha pubblicato un paper secondo il quale, durante alcuni periodi, la città si è espansa verso sud, verso ciò che oggi è noto come la Città di Davide. Tuttavia, il centro della città – non più di un villaggio – rimase sempre sul monte, al punto più elevato, almeno durante il X sec a.C. Tolto Finkelstein e i due co-autori, questa teoria venne rifiutata dagli ambienti accademici per problemi di natura idrologica, ma di recente Nadav Na’aman ha rivelato di aver ritrovato un frammento di argilla ai piedi del Monte del Tempio. Il frammento conteneva del sedimento del fiume Nilo e quindi testimonia una corrispondenza fra i governatori egizi e quelli cananei durante il XIV sec. a.C. Come era arrivato fino a lì, se non rotolando dal rialzato centro cittadino? Con questo nuovo elemento, la teoria caldeggiata da Finkelstein diventa quindi un assist ai massimalisti alla ricerca di una giustificazione valida per la penuria di reperti del Regno Unito di Israele. In ogni caso, la teoria non è né verificabile né confutabile, poiché le leggi israeliane impediscono di scavare e sondare il Monte del Tempio in quanto luogo sacro.

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Un’altra ipotesi ventilata è che, in realtà, il palazzo di Davide non sia mai esistito. In questa versione della storia, accanto ai Filistei, i seguaci di re Davide si accamparono in tenda. Infatti, Erez Ben-Yosef, un altro archeologo dell’Università di Tel Aviv, ha scoperto un antico accumulo di scorie rameiche da ben diecimila tonnellate. Il principale oggetto di studio di Ben-Yosef è proprio la metallurgia, ma – avendo quarantuno anni – appartiene a una nuova generazione di archeologi imbevuta delle teorie di Michel Foucault e di antropologia sociale. Ben-Yosef è fortemente convinto che la vera chiave al mistero di Davide sia nascosta proprio nelle profondità delle miniere di Timna. Attribuite, negli anni ’30, a Salomone da Glueck, il ritrovamento di una reliquia egizia sembrava aver rimescolato le carte e stroncato questa datazione in modo definitivo. Tuttavia, Ben-Yosef e Tomas Levy della UCSD, attraverso un avanzatissimo processo di datazione al carbonio, hanno dimostrato che l’estrazione del rame prosperava in quella regione fra l’XI e il IX sec. a.C., molto dopo la ritirata degli egizi da quelle terre. I due attribuirono l’attività industriale agli Edomiti, i discendenti di Esaù e vassalli di Davide. Rifacendosi a Living on the Fringe, pubblicato da Finkelstein nel ’95, Ben-Yosef crede nell’esistenza di una “società invisibile” non percepita dagli archeologi, ma comunque reale. L’esperienza dello stesso Finkelstein con le tribù beduine del Sinai suggeriscono una semplicità sociale estrema, “senza gerarchie, senza legge”, tuttavia esistono grandi esempi di società nomadi complesse secondo Ben-Yosef. Si pensi a Gengis Khan, o in questo caso all’estrazione del rame: un’attività del genere necessità per forza di una gerarchia interna, con minatori, fonditori e trasportatori; e certamente di una struttura politica in grado di garantire il libero commercio in tutta la regione. Era come un’antica “Silicon Valley” secondo Levy e siccome si trattava di una popolazione nomade, non si lasciavano alle spalle sostanziali segni di abitazione. “Non avremmo scoperto nulla di tutto ciò, se non si fossero dati all’industria del rame,” dice Ben-Yosef, convinto che gli Edomiti non siano stati i soli a far fiorire l’attività estrattiva nella regione: Davide e Salomone potrebbero aver creato il contesto amministrativo. “La portata della produzione ci dice che si trattava di più di qualche semplice tribù” e considerare Davide solo uno sceicco beduino sarebbe riduttivo. “Ma se davvero avesse discendenza nomade, perché avrebbe mai dovuto costruire un palazzo di pietra?”.

Ruth Margalit

*Il reportage, riprodotto in parte, è stato pubblicato su “New Yorker”; la traduzione è di Giacomo Zamagni

**In copertina: Caravaggio, “Davide e Golia”, 1597, particolare