“E cominciò a mangiare il corpo del padre perché di lui non restasse neanche il ricordo”. Diario di Davide

Posted on Aprile 07, 2019, 7:57 am
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“Senza gestire l’ignoto” significa, appunto, farsi azzannare dall’ignoto. Il carteggio tra Vera e Nathan si interrompe e cambia la ‘quinta’, la scenografia – e quindi la sceneggiatura. Qui si comincia a raccontare ciò che ha portato alla scrittura di quel carteggio, quale malia o malattia. Il ‘Diario di Davide’, ambientato tra il 2018 e i nostri giorni, ovviamente, è una finzione: una nube di pensieri scritti da un personaggio fittizio che si chiama così, Davide. Perché due persone, altrimenti sconosciute, scelgono di amarsi attraverso lo spettro della letteratura, indossando prodigiose maschere? Anche questa è una delle domande. Ringrazio, va da sé, Veronica Tomassini, complice in questa mia conversione narrativa.

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Novembre 2018

Allora, non ho altro, quella è la parentela: la mia sorellastra che sgancia il corpo del padre dalla corda – la immagino lunghissima, la corda, perfora il soffitto, le nuvole, annodata direttamente alla caviglia di Dio, senza che per altro, nonostante gli strattoni (un suicida strappa Dio alla sua distrazione), Dio si accorga di lui. Poi allunga il corpo del padre in un luogo visibile, la piazza, di solito – a volte è il centro della basilica, poco prima delle scale su cui salta l’altare – l’importante è che sia sotto gli occhi di molti, sguardi che brillano di gioia – è toccato a lui, a lui, e se lui è morto noi siamo vivi, lui si è ucciso perché a noi sia concesso di vivere un tocco di più – e lo spoglia. Qui l’immaginazione aderisce alla realtà: Liv – mia sorella è stata chiamata così perché mio padre adorava Liv Ullmann, una delle svariate muse di Ingmar Bergman, quella di Persona e L’ora del lupo – è bellissima. Una bellezza geometrica, glaciale, che non lascia traccia di aggettivi, che è un rifiuto, senza ombra di sesso, vendicativa. Ingrid spoglia il padre e lo pulisce – tutta la ammirano perché pensano a un gesto di grazia, radicata, la figlia che prepara il padre alla rinascita nell’altro mondo, soltanto io so che così Ingrid impedirà a mio padre di morire, soggiogandolo a una memoria cattiva. Con attenzione piena di minuzie Ingrid leva le scarpe del padre, poi le calze, gli lecca i piedi, lecca nel groviglio tra le dita, poi risale, lecca ovunque, anche il cazzo che sembra muoversi come uno scorpione, è l’unica cosa ancora viva di mio padre. La chiamo, urlo il suo nome perché se ne ricordino tutti, mentre Ingrid morde e mangia le labbra di mio padre, poco prima che aspiri il naso, che succhi le palpebre come fossero ostriche. Dice “sono stata la puttana di tuo padre” – rimarca tuo padre, perché una volta, tentandola, credendo che distillare una parentela arcana fosse sufficiente a scoparla, mi aveva detto, quello non è mio padre, è tuo padre – forse sono invidioso perché il padre ha smerciato la mia primogenitura consegnandola a questa donna che ora lo sputtana pubblicamente – suicida, traditore, puttaniere, sputtanato. Poi torna a fare quello che fa, pubblicamente, Ingrid – indossa un tailleur molto elegante, ha studiato da avvocato a Parigi, d’altronde – si alza la gonna, scosta le mutande – ha gambe che sembrano soffio ed epitaffio – e si scopa mio padre, il morto, il suicida – e dopo che ne ha goduto si getta sul suo petto, che si apre, cremoso, e lo mangia. Incurante delle mie urla, Ingrid mangia mio padre, così tuo padre sparirà dalla faccia della terra, mi sembra che dica, forse mi sbaglio, forse mi perdona.

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Si chiama Veronica e mi ha salvato – per questo non le chiedo di spogliarsi – è lei che con la sua richiesta mi ha spogliato. Che qualcuno ti richieda mentre precipiti fa dell’abisso una tenda e impone una crescita, un aranceto, dove non c’era che roccia – chiederti, proprio come si prega l’attenzione di un superiore che può organizzare la grazia o schiacciare il viso, fino all’esplosione. Mi ha scritto una mail – a me è sembrata un anello.

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Dice che non ci vedremo, che non voglio vederla, questa cosa la turba, non le piace che la chiami ‘la Santa’ – eppure conosce il tessuto dell’assenza, sa che la carne è perentoria, è ostia, soltanto una volta, poi è la consuetudine del pasto. Dobbiamo saggiarci, prima dell’assaggio.

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Proprio quando non ho più nulla se non una sorella che ha nove anni meno di me e da sette ha dichiarato di non volermi più vedere. Ammetto che mi esaltava unirmi con la sorella – ritrovarci dopo che il destino ci ha dannati, da destini dispari, e amarci, in spregio al mondo, un amore come una faglia, una di quelle faglie oceaniche che testimoniano lotte continentali e che il tormento e l’amore è la ragione del pianeta, e che è turbata per questo la contorta ideologia dei capodogli. Scopare mia sorella, edificare, insieme, in un’Asia della fantasia, una fila di figli, una foresta genealogica: questo pensiero dava oro alla mia lingua.

Proprio quando non avevo altro che questa fantasia disfatta – tra l’altro, quando mio padre si suicida, con il gas, il gas che costruisce un tessuto blu, giottesco, sul corpo del morto, in un paese di mare, squallido nel polline turistico, nel pollame delle chiacchiere, mia sorella aveva poco più di un anno, io quasi undici – arriva la sua domanda. Anzi una pretesa. Qualcosa di inequivocabile. Ho bisogno di essere percosso, picchiato – quindi di disobbedire – essere la sola preda che divora il predatore. Non avevo niente – neanche la ventenne che ho inondato di libri per una mezza stagione di lussuria – sono una mezza sega, in effetti, non vado mai meticolosamente in fondo, cado, piuttosto, appena tentenno Giustizia e Colpa, i demoni che mi ha scagliato addosso mio padre dalla tomba, cominciano a mordere, facendomi demordere da ogni istinto alla felicità, alla fede nell’io, all’impresa delle voglie.

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So cos’è la deposizione e perché è importante pulire i piedi del morto: l’altro mondo è un cammino. In vita le mani servono ad afferrare, nell’altro mondo le mani sono ostaggio di altri, non le abbiamo, siamo monchi, mancanti, non ci resta che camminare, allenare fremito e fretta all’incontro. Gli angeli ci sequestrano le mani, perché siamo noi gli afferrati, e bocca e occhi sono dita. Ieri mi è arrivata, da valutare per un restauro, una Pietà di un ignoto belga del Seicento. Un Giovanni fin troppo turbato regge il corpo di Cristo, una enormità rispetto alla stazza del ragazzo, un tracollo di carne bianca e bluastra – ancora divina? Ai piedi del Cristo, come un cane sulla ciotola, la Maddalena, immagino, che gli succhia i piedi – ha un piede in bocca, sta bevendo dalla stimmate i residui di sangue. I piedi sono neri ed è certo che la Maddalena li mangerà, perché del Cristo non deve restare nulla, né corpo né traccia tra i cronachisti e gli storici, ma il ricordo, sbandato dalla contraffazione come ogni ricordo, e il buco in fronte dell’ostia.

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Mi impediscono di vedere i miei figli – li guardo, così, da lontano, in macchina, quando escono da scuola, senza disturbarli, la loro gioia leggera e fragile, come se fossero figure di un quadro. Tutto sembra perfetto se non lo tocchi, se non lo inietti di parole.

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Istigo i miei studenti a scoprire il mostro che si agita dentro di loro e dietro, ad accarezzarlo, a regalargli parole d’amore affinché non gli si rivolti contro. Spero nella loro mostruosità, piuttosto – e che me ne facciano dono – voglio perlustrare la loro indole per dominarla, appendere l’inconscio e lo sconosciuto al gancio di una mia parola. “Voglio essere adorato da tutti gli alfabetizzati”, dico a una donna complice nelle mie ovvie voluttà – ha una voluminosa fantasia e io la penso sempre, mentre immagino di lacerare qualcuno, come alla dama delle ninfe, a quella che prepara le ragazze alla mia sovranità. Ne adoro il cinismo, tipicamente femminile, la qualità nel carpire l’oscuro e l’immensità dell’immondo dietro gesti quotidiani, catodici, milanesi.

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Veronica mi ha salvato – va detto che ai più paio un uomo intelligente, a volte volitivo, volenteroso, che sta dalla parte dei buoni – sono generoso, dicono, e quella che appare come aristocratica educazione è indifferenza. Probabilmente stai già pensando a come sedurre l’amica di nostra figlia quando sarà maggiorenne, mi dice ciò che fu di mia moglie. Mia figlia ha dieci anni – mia moglie ha talento nel farmi male, ma ha ragione. Ho bisogno di essere amato, il corpo è una effervescenza della mente, infine, è il frutto di una frugata e fuggitiva fantasia, di per sé non esiste, per questo quando Veronica insiste per vederci io erigo un’alba di avverbi e lì mi incurvo per cena.

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Ciò che tocco si infetta: anche se amo nel bene, chi amo incorre nel male, lascio, dopo il mio passaggio, che è sempre parziale, un’armerie di parole insulse, di desideri inesauditi, esausti. Le lettere con cui corredo i miei amori – tutti drastici, naturalmente assoluti – sono teche piene di spade di antichi re del Nord, archi di Navaho, vestaglie di samurai in meditazione. Puri ornamenti, insomma. Quando mia moglie, nelle sue arcane ricerche, ha scoperto che ho avuto una relazione con una sua ex alunna, mi ha relazionato sul fatto che lei ha cambiato città, con il suo nuovo amore, pur di non vedermi. Addirittura. Secondo me è uno scherzo, perché non mi ricordo neanche il suo nome. Questo vuol dire che non ho la forza di amare o che “non hai il coraggio di essere amato”, come dice mia moglie? Entrambe le conclusioni sono troppo semplici: semplicemente, sto bene ovunque, mi adatto a soddisfare ogni corpo, poi, senza motivo, me ne disfo, sono stufo di me stesso, piuttosto, di ciò che sono. Per questo, tengo Veronica a distanza, in un mausoleo di verbi: non voglio che si corroda, che avvampi svanendo. Voglio che sia salva. Oppure. Sono io che non voglio salvarmi, perché salvezza significa anche morire.

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Veronica è sorpresa dal mio entusiasmo – non so nulla di lei – remota ammirazione per l’onestà radiosa da cui scrive. Per scrivere Veronica ha bisogno di un contatto, di vedermi, almeno attraverso la voce – la voce è speculare agli occhi. Io invece ho bisogno di sapere che non ci vedremo mai, perché di noi diamo la cosa più cara a chi non può averne cura, allo sconosciuto – quello è il privilegio dell’amore, il pregio della fratellanza, lo sfregio.