“Pur di non obbedire impariamo a cagliare i sogni”. Diario di Davide

Posted on Aprile 14, 2019, 7:31 am
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“Senza gestire l’ignoto” significa, appunto, farsi azzannare dall’ignoto. Il carteggio tra Vera e Nathan si interrompe e cambia la ‘quinta’, la scenografia – e quindi la sceneggiatura. Qui si comincia a raccontare ciò che ha portato alla scrittura di quel carteggio, quale malia o malattia. Il ‘Diario di Davide’, ambientato tra il 2018 e i nostri giorni, ovviamente, è una finzione: una nube di pensieri scritti da un personaggio fittizio che si chiama così, Davide. Perché due persone, altrimenti sconosciute, scelgono di amarsi attraverso lo spettro della letteratura, indossando prodigiose maschere? Anche questa è una delle domande. Ringrazio, va da sé, Veronica Tomassini, complice in questa nostra conversione narrativa.

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Gennaio 2019

Poi dice sei demoniaco perché mistifichi i segni, corrompi la realtà, ne disintegri le giunture – e usa come coltelli i miei libri setacciando il veleno da ogni menzogna, con aliena soddisfazione – allora, sentendo quella parola che fa scattare tutte in verticale le ossa, demoniaco, faccio ciò che non dovrei – in fondo, credo nell’ancora del bene, credo ancora nel bene, credo all’appello dell’inappellabile, credo agli appostamenti della pietà, credo – sbatto violentemente la porta – altrimenti avrei dovuto sbattere lei – e i vetri, come una implorazione, come i sette cieli verificati dalle ciglia di un dio deliberatamente debole, decollano, e sono io che cado in quel momento, con frastuono blu – ogni cosa è così parziale che basta non dire ‘casa’ e la casa scompare, e la carne è più tagliente del vetro.

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Guido fino all’imboccatura della notte, fino al punto in cui il giorno la aggioga – perché la notte, per chi la conosce, ha andatura di cervo. Demoniaco. Sono demoniaco. Tracciare la biografia di uno scrittore dai suoi libri non è un esercizio vile, provinciale, piuttosto – significa muoversi alla periferia, scambiando i cani randagi per intenzioni crudeli, perché? Di segni è pieno il mondo, la parola è segno a se stessa, non rimpiange altro che la fragilità del proprio creatore – la letteratura ha esigenze formali, per questo morali, la necessità di torcere la vita verso l’avvio all’avventura. Di un libro non conta il vero, ma il bello, eppure, sono demoniaco. L’albergatore ha le astuzie di un Minosse, ad ogni piano dell’hotel si sconta una pena diversa, immagino – ma lei è di qui, mi dice, come a dire, ma perché non torna a casa?, ma poi, con sorprendente gentilezza, mi offre un caffè, è tunisino, dimostra di conoscere ogni disperazione e il talento di chi espia. Per disciplina, tengo l’anima in una bambagia di filo spinato e lo spirito ha vigore di volpe – scambio qualche parola sulla precarietà, forse una turba di termiti distruggerà Torino. L’albergatore sa che Dio è un’aspirazione e si pulisce le unghie, credendo, ordinariamente, nell’uomo e nel suo denaro. Neanche questa notte scrivo a Veronica: per avere pretesa occorre essere preda e noi siamo ordinati alla letteratura.

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Farò di Nathan un disordinato – l’escoriazione di un patto – il frammento di una promessa detta male, alla stazione, nella stagione dei venti. Più gli chiedono amore, più lui scappa, perché anche le costellazioni, che ama, sono proliferare di bugie, scintillanti. A questo scintillio occorre attenersi. Veronica è infelice, lo percepisco subito, perché capisce che dialoghiamo da un tabù, è un avviso di visionari vederci dall’opaco delle lettere e io un Adamo alla demenza.

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Non ammetto richieste – arrivo inavvertito – troppo tardi – all’agguato, quando l’amore è un guanto.

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Si dà la vita, forse, a ciò che si vorrebbe uccidere – in letteratura è così, per questo Veronica mi vede come una condanna – io la penso come un quadro, lei ha disintegrato le icone, ha succhiato gli occhi alle Madonne.

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Penuria di vita e vite esornative, intorno, volti come addobbi – non so se la letteratura è aristocrazia o resa – abbrivio o arrivismo – cosa cambia? Immagino un continente su una piastrella per dare agio al lutto – i miei nonni, prima uno poi l’altro, nello scavo della demenza, hanno dimenticato il figlio suicida, perciò c’è speranza, ogni vita è la sua interpretazione ma non siamo riassunti nei nostri errori.

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La mia ingenuità è da impunito, appare spietata. Tutto ciò che scrive offende, tutti pensano di riconoscersi nei miei libri, che li abbia rimbambiti di sorrisi e di galanteria per colpirli alle spalle con un verbo. La mia avidità demoniaca è pari al brumoso narcisismo di chi mi condanna ignorando gli obblighi della forma, la quota della scrittura.

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Veronica è come me – accampati in una roulotte, ai margini, nel bosco che cresce mangiando la metropoli, dando balzo alle pietre del millennio scorso. Ci cibiamo di cortecce, come gli immortali, e il nostro è il cristianesimo degli screziati e degli screanzati, prega con l’erba in bocca, a un dedalo dalla risposta, proprio dove il cane s’incava nella luce. Tratti da una liturgia irregolare, sullo sfinire del fiume, che le accerchia come un bracciale le anche, qualcuno, dal luogo della sentinella, dall’alto fa il nostro nome, che è noto nel cardio della città, ed è chiaro, solo che pur di non obbedire impariamo a cagliare i sogni.

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Mi mostrano il viso esangue di un San Giovanni bambino dipinto dal Cagnacci – da giorni contemplo le sue mani che fioriscono come brevi serpi – sul mignolo sono segnate le sigle dell’artista. La contemplazione ferma il tempo e la sua turbina – me l’ha mostrato una signora, una piccola sovrana del luogo, una che realizza in mezz’ora le mie esigenze di denaro di un mese, di un anno, forse. La ricchezza ti riempie, il potere scava – la ricchezza ti calma, il potere freme – la ricchezza ti porta a benedire, il potere a patteggiare – il ricco non ti porge la mano, taumaturgica, mentre il potente deve farsela stringere, per dimostrare che è vivo. Il ricco non vuole il potere, lo detiene; il potente continua a inseguire ciò che non avrà mai, la parola in grado di dare la vita, di dettare la morte. Tra ricchezza e potere, c’è la sessualità: la forza della natura. Tutti hanno bisogno di essere scopati, in quel caso non c’è ricchezza che trattenga, non c’è potere che tenga.

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Quando abitavo a Novara, molti anni fa, ero affascinato dagli aironi. Tutti i giorni prendevo il treno per andare a Milano, all’università. Il treno lambisce le risaie, questi occhi rovesciati della terra – il palmo dell’angelo che fa il massaggio cardiaco alla pianura Padana – e le montagne, in fondo, troppo, come un ghigno. L’eleganza dell’airone mi manda all’austerità dei morti, che di notte, immagino, fluorescenti, si incontrano intorno alle risaie, guidati dagli uccelli, a negoziare i ricordi, a carpire qualcosa di sé dalle acque, da quella gioielleria di riflessi. Dicono che gettassero lì, nelle risaie, i bambini nati morti dei contadini, fertilizzano la terra, dicono – di notte, la scansione delle risaie come i gradi di un Purgatorio superficiale.

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Accolgo ancora l’aggettivo demoniaco – d’altronde, bastano i soldi per riparare uno strappo e avere sconti sulla sanzione. Nessun atto è scevro dalla sua giustificazione – il Minosse tunisino non sembra avere altra vita che l’albergo, un luogo che specifica l’uomo al vizio. Le sembro demoniaco?, so già la risposta, demoniaca, ma si figuri, con quella faccia da bravo ragazzo, fa, da cretino, dico. Poi, c’è sempre un punto di pace, poco prima che l’alba dimostri il suo corpo tigrato, mi dice. Nella piscina esterna dell’albergo si tuffano alcune rane, grosse come scimmie, come se avessero un segreto da deporre al cloro.

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Tu non sai amare, mi dice – è così? Non amare gli altri non significa amare se stessi. Ogni atto d’affermazione è un pentimento, ogni virtuoso sfocia nella crudeltà, inattesa. Veronica cerca il cecchino dell’infelicità, se per un attimo ti ho arresa al sole, che ci basti, le dico, ma a noi, bastonati, non basta nulla.