David Jones è il poeta epico più grande del ’900, parola di W. H. Auden. Eppure, chi lo conosce?

Posted on Dicembre 19, 2018, 7:33 am
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È andata così, in modo del tutto casuale. Stavo leggendo un libro di Norman O. Brown, s’intitola Apocalisse e/o Metamorfosi lo ha pubblicato l’editore Irradiazioni dieci anni fa, è di vertiginosa bellezza. A un certo punto viene citato un poeta. David Jones. Non lo conosco. Norman O. Brown parla spesso di filosofi, ma nei suoi scritti, di solito, trae filosofia dai poeti. I suoi maestri sono William Blake e Rilke, Thomas S. Eliot, Ezra Pound, Petrarca, Wallace Stevens, Robert Frost, Coleridge. E David Jones. Faccio una gita nella mia testa – di solito abito altrove. David Jones. Chi cavolo è David Jones?

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anathemataDavid Jones, rullo di tamburi, è uno dei grandi poeti inglesi del Novecento. Quando, nel 1937, dopo aver pubblicato la prima grande opera, In Parenthesis, David Jones ottenne l’Hawthornden Prize – vinto, tra gli altri, da Robert Graves, Evelyn Waugh, V.S. Naipaul e Bruce Chatwin – fu William B. Yeats a fare gli onori, “mi inchino e dico: ‘Salute all’autore di In Parenthesis”. Wystan H. Auden, poco propenso agli inchini, scrisse che Jones “è il massimo autore epico di questo secolo”, Thomas S. Eliot rimarcò, “Quando In Parenthesis sarà conosciuto in modo abbastanza largo sarà sottoposto senza dubbio allo stesso tipo di analisi minuziosa e di esegesi toccato alle ultime opere di James Joyce e ai Cantos di Ezra Pound”.

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Di genia gallese, artista di genio, incisore, illustratore – alla Tate potete leggere il suo profilo – nel 1928 David Jones comincia a scrivere In Parenthesis, poema modernista sulla Prima guerra. Thomas S. Eliot, che ha fiuto, fiuta odore di grande opera. Nel settembre del 1936 il poeta scrive alla Faber che quel poema “affatto affascinante” va “preso in seria considerazione” per la pubblicazione. Il libro, in effetti, viene pubblicato. “Questo libro è una epopea, questo libro è uno dei più strani dei più cupi e dei più eccitanti che ci sia capitato di pubblicare”, è inciso nella ‘quarta’ della prima edizione di In Parenthesis. Il libro, francamente inatteso e inclassificabile, seduce un po’ tutti. Anche Dylan Thomas. Che nel 1946 realizza per la BBC una lettura di In Parenthesis.

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In previsione del centenario dalla fine della Grande Guerra, nel 2016, il Royal Opera House ha messo in scena l’opera di Iain Bell tratta da In Parenthesis di David Jones, ritenuto uno dei reperti letterari più importanti di quel tempo bronzeo e terribile. Quest’anno Mondadori, grazie a Fabio Pedone, ha tradotto il poema come Tra parentesi: è il primo grande testo di David Jones – che è morto nel 1974 – pubblicato come si deve. Il libro, tra ritmo jazz e ballata attorno al fuoco, mescola materiali alti e remoti – i miti gallesi, l’epica medioevale – a effetti gergali, grevi. “Alcuni di voi sono nati con la camicia/ scelti fortunati e privilegiati/ dalla razza di quelli salvati dal fuoco/ e il tesoro mio dal corno d’unicorno con solo un momento ancora, la cui balia girava l’occhio superstizioso per vedere la sua costellazione fausta da dietro i vetri”. Tra parentesi mi pare l’evento editoriale dell’anno. Non mi pare si siano strappati le vesti, quelli delle ‘terze’.

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C’è, però, un però. Anzi, due. Il primo è un’opera. Il secondo è una manfrina politica. Il primo ha un nome: The Anathemata. Il poema più grande e difficile di David Jones, pubblicato nel 1952 da Faber, giudicato da Auden “probabilmente il più raffinato poema inglese scritto in questo secolo” – e lui ne sapeva qualcosa, leggetevi L’età dell’ansia di W.H., anzi no, non si trova più in libreria, ovvio… Perché nessuno si è preso la briga di pubblicarlo? Troppo difficile. Vero. Lo scriveva anche il Telegraph parecchi anni fa – era il 2002, impugna la penna Michael Symmons, il pezzo s’intitola Poetry’s invisible genius. The Anathemata fa di David Jones, insieme a James Joyce, Ezra Pound e Eliot il maestro del modernismo. Quando Igor Stravinsky fece la sua ultima visita in Inghilterra disse di essere venuto fin qui soprattutto per omaggiare David Jones. Tra molti poeti egli è riconosciuto come un genio del XX secolo. Eppure, perché è così poco famoso rispetto alla grandezza della sua opera?”. Già. Perché? I Cantos e Finnegans Wake, per dire, opere ardue, impossibili, a tratti illeggibili, in Italia sono tradotte. David Jones manca.

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David JonesDavid Jones, carattere schivo, va detto – “Forse eccentrico, sicuramente difficile, Jones visse ritirato nell’ultima parte della sua esistenza, in ristrettezze, ma non – come si è creduto – isolato; continuava a incontrare giovani lettori; sopravvivono i suoi carteggi con amici scrittori e artisti”, scrive Pedone – si converte al cattolicesimo nel 1922; The Anathemata, sinteticamente, è una specie di visione plurima accaduta a un uomo durante la Messa. “Jones non guadagnò mai abbastanza da potersi permettere una vita diversa dalla frugalità a cui lo avevano costretto i lunghi anni di privazione dopo la scomparsa dei genitori. Viveva in una piccola stanza in affitto e, per tirare a campare, più volte dovette appellarsi alla generosità degli amici. Il cappotto sdrucito che indossava per tutto l’anno, indipendentemente dalla stagione e dalla temperatura, era l’eloquente riflesso di una povertà vissuta con estrema serenità e gaiezza, lontana dagli eccessi rancorosi di un Baron Corvo. Prima di morire, si schierò con quei cattolici inglesi – e furono molti – ostili alle riforme promosse dal Concilio Vaticano II”, scrive Luca Fumagalli, tra i pochi a essersi occupati di Jones in Italia. Nel 1971 c’è anche il suo nome – tra quelli di Agatha Christie e Vladimir Askenazi, di Cecil Day Lewis e Robert Graves, di Graham Greene e di Iris Murdoch – nella lista di scrittori e intellettuali inglesi che chiesero – e ottennero – da papa Paolo VI la possibilità di celebrare messa ‘alla tridentina’ in UK e Galles.

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Il poeta cattolico per giunta ‘difficile’ per altro poco simpatico, dà fastidio? Forse. Intanto, festeggiamo la prima pubblicazione italiana – senza testo a fronte, però – e peroriamo la causa di The Anathemata pubblicando parte di un lungo saggio scritto da W.H. Auden sul The New York Review of Books. Titolo originale: Adam as a Welshman. Era il primo febbraio del 1963, per la cronaca. (d.b.)

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Anathemata può essere descritto come l’epopea di due Adamo. Forse può essere utile al lettore, per approcciare quello che è decisamente un poema difficile, immaginare, mentre legge, che è seduto sui banchi di una chiesa cattolica, mentre si celebra Messa. Ciò che accade sull’altare inaugura un treno di pensieri e di memorie, la mente si dimentica dove è, finché un suono o la vista di qualcosa non la richiama alla coscienza, poi inizia un nuovo percorso del pensiero, e così via. Ciò che il prete fa a metà del XX secolo – e lo fa ogni giorno, esattamente allo stesso modo, da molti secoli, ed è sempre stato fatto così – è l’anamnesi di qualcosa che è accaduto una volta, e non accadrà più…

La difficoltà della traduzione implicita in ogni comunicazione personale, soprattutto nella poesia, si manifesta in modo insolitamente forte in Anathemata. Sarebbe interessante fare un confronto tra David Jones e Saint-John Perse, le cui poesie sono anch’esse epiche in riferimento al Primo Adamo (ma non al Secondo). Se il lettore ha padronanza con la lingua francese, Saint-John Perse gli sembrerà più facile perché non usa nomi propri. Particolarità e concretezza ci sono, ma si tratta sostanzialmente di azioni e funzioni; si pensi ai cataloghi che elencano le curiose occupazioni degli uomini, sotto la dizione “colui che”. Queste azioni non avvengono in nessun luogo o tempo particolari: l’universo poetico di Saint-John Perse è privo di calendari o di atlanti. Nell’universo di David Jones, invece, nomi propri, calendari e atlanti sono i caratteri più appariscenti e dobbiamo ammettere che le note copiose fornite dal poeta sono necessarie per comprendere pienamente la sua poesia. Io stesso ho letto molte volte questo poema, da quando è apparso la prima volta, dieci anni fa, e ci sono alcuni passaggi che non ho ancora compreso. Eppure, l’immagine di umanità proposta da Saint-John Perse è necessariamente, perché aliena allo spazio e al tempo, priva di senso e di motivazioni davvero umane; il suo Adamo non ha storia, ma è proprio la storia di Adamo a interessare David Jones. L’Adamo di Anathemata è un uomo abbastanza vecchio da aver combattuto la Prima guerra mondiale, un convertito al cattolicesimo, interessato alle arti (Jones è pittore e scrittore), all’archeologia, alla mitologia, alla liturgia, a cui il piccolo Malory e il Mabinogion evidentemente parlano, e sulla cui scrittura ha chiara influenza James Joyce… Certamente nessun lettore potrà penetrare l’‘ora presente’ di Jones se non dopo grandi problemi e molte riletture di Anathemata, e se qualcuno dice, “Mi spiace, David Jones mi chiede troppo, non ho né tempo né pazienza da dedicare a questo poema”, io non ho argomenti per convincerlo del contrario. Posso soltanto far parlare la mia esperienza personale: ho trovato il tempo, e sono infinitamente grato ai problemi che Anathemata mi ha posto.

Wystan H. Auden