Che fine ha fatto la stroncatura a D’Avenia? Cancellata! Ecco perché nella cultura italiana il folle, il buffone di corte non è ammesso: al Carnevale preferiscono il carcere dei convenevoli

Posted on Gennaio 08, 2020, 12:05 pm
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Un lettore mi contatta via messenger. Vorrei leggere la sua stroncatura a D’Avenia, non la trovo più. Chi cerca trova, rispondo, con idiota balbuzie. Il lettore – come sempre – ha ragione. La stroncatura a D’Avenia è magicamente sparita.

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Rewind. Era un turgido novembre del 2017. Per Linkiesta, sotto la direzione di Cancellato, curavo la rubrica “Il bastone e la carota” (che non scrivo più per questa ragione). Ogni settimana, stroncavo un libro consigliandone un altro, costruendo, come un anchor man degli inferi e dei derelitti, una specie di idea culturale, di ipotesi altra all’odierna palude del noto – ipotesi, va da sé, contestabile. Quella settimana, mi sono scagliato contro un libro fragorosamente inutile di Alessandro D’Avenia. S’intitola Ogni storia è una storia d’amore. Ripeto, il lettore ha ragione, sempre. Anche in questo caso. Qui potete leggere tutte le stroncature che ho scritto, con rigore e nitore, per Linkiesta. C’è un buco. Tra la settimana del 3 novembre 2017 (battezzavo Origin di Dan Brown) e quella del 17 novembre (me la piglio con le “supposte di saggezza” di Vito Mancuso, radunate in Il bisogno di pensare) c’è un buco. Hanno cancellato la rubrica del 10 novembre, quella che riguarda il libro di D’Avenia.

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Ricordo che la stroncatura, all’epoca, fece chiasso. Ricordo – così mi dissero dalla redazione de Linkiesta – che D’Avenia, il bravo ragazzo biondochiomato, s’era arrabbiato al punto da far intervenire gli avvocati. Non volevo crederci. Non ci voglio credere. La regola aurea del giornalismo permette a chiunque si senta offeso o colpito di replicare, di avere l’ultima parola. Se D’Avenia ritiene sbagliata in modo sbalorditivo la mia stroncatura, mi dicevo, può rispondere, può dirmi che sono un cretino, un bastardo, un idiota, un mestatore di minchiate per questo e questo motivo. D’Avenia non ha risposto. La stroncatura è magicamente scomparsa.

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Piccola parentesi sulla stroncatura (mi ripeto). La stroncatura ha senso se: a) chi stronca è più piccolo dello stroncato, se, cioè, la battaglia è tra Davide (lo stroncatore con la fionda) e Golia (lo stroncato invincibile), altrimenti è il solito, vigliacco sfoggio di potenza del forte che gode nel torturare il debole; b) se c’è un terzo garante della correttezza della stroncatura, se, cioè, c’è un patto di lavoro (e non di altri interessi) tra stroncatore e garante/direttore (che protegge lo stroncatore da eventuali ingenuità o pisciatine fuori dal vaso). Insomma, se fondo una rivista per stroncare il prossimo mio ogni veridicità della stroncatura affonda, effonde miasmi d’invidia. Il territorio di duello deve sempre essere neutro. Ecco spiegata la ragione, per altro, per cui su Pangea non scrivo stroncature. Troppo facile. Non amo il facile, è vile.

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Seconda parentesi (filologicamente folle, diciamo così). La stroncatura non è un esercizio di critica letteraria, per quanto aspro. Non sono Berardinelli, Cortellessa, Marchesini, Onofri, Galaverni, Piccini etc., non ne ho gli studi né il talento. Anche quando appaiono come stroncature, le loro sono sempre riflessioni critiche, verticali, profonde. Lo stroncatore, piuttosto, è il buffone di corte, il jolly nel mazzo, il matto in piazza, il trickster. Lo stroncatore, intendo, inaugura il Carnevale nel mondo delle lettere: denuda il re e lo sculaccia, gli fa le pernacchie in faccia (da qui, il risalire dall’opera alla persona), non lo denigra, lo sputtana. Lo stroncatore mostra la magagna, espone le pudenda, sovverte l’ordine, porta il caos in forma di coriandoli. A cambiare il mondo ci penseranno altri. Ho cercato di inaugurare un piccolo Carnevale nel grigiore delle patrie lettere.

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Rileggo la stroncatura a D’Avenia, scrittore verso cui non nutro, per altro, alcuna antipatia. Non capisco dove sia l’orrida offesa. Abolire un articolo – retribuito – non è bello, sono i dilemmi del web: ciò che dovrebbe restare come sempiterna testimonianza, può essere abolito con facilità impressionante. Non è bello cancellare un lavoro, abolire un cenno di – pur sinistra e disprezzata – intelligenza. Non è bello censurare i libri, chiudere i giornali e i teatri, scarabocchiare sui quadri. Non è bello annientare un gesto di pensiero senza alcun confronto. Non è bello.

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Cito un brandello della stroncatura, che tocca aspetti oggettivi del libro di D’Avenia: perché nasconderli, che paura c’è? Perché non mi è possibile scrivere e denunciare che quel libro è ai miei occhi un libro brutto? Non posso dirlo, me lo vieta la legge? “Nel libro l’autore si cita due volte (a pagina 38, L’arte di essere fragili; a pagina 236, “ho scritto il mio terzo romanzo, Ciò che inferno non è”), e che è, manco fosse Giulio Cesare o Alessandro Manzoni… In effetti, le storie non sono propriamente dei racconti – genere letterario che pretende studio e adesione a una pur minima disciplina formale – ma brani teatrali. Ce lo dice, subdolamente, a pagina 315, l’autore stesso: con la “squadra mondadoriana… stiamo progettando la nuova avventura teatrale ispirata a questo libro”. Ergo: esteticamente il libro è fuffa. E… eticamente? Un rosario di ovvietà sull’amore. Dopo la retorica sull’uso smodato del telefonino – “i nostri telefoni spesso ci costringono al basso…” – D’Avenia ci impiatta un pappone pieno di miele fatto di “sempre e solo la bellezza guida il cuore dei poeti”, “la fontana di tutto l’amore è Dio”, “l’amore serve a far la morte amica”, fino a scapicollare nel grottesco: “il suo Oscar eri tu, miglior autrice non protagonista della vostra storia”, così censendo la storia tra Alfred Hitchcock e la moglie Alma. D’Avenia, monsignore dell’editoria, fa due errori. Primo. Scende al livello dei suoi alunni – per lui l’unico lettore possibile è l’alunno, creatura da catechizzare. Cioè, semplifica. Depura… Non aiuta i suoi lettori/alunni a salire l’Everest, a farsi scalfire dalla vertigine. Mette l’Everest in tazzina. Secondo. Non dice il retroscena dell’amore. L’ossessione. Lo smarrimento. Il grido. Eros non è un cesto di cioccolatini, ma una turba di lupi che ti assaltano. Orfeo non è uno che strimpella qualche stornello per la bella perduta, è quello decollato e scuoiato dalle Baccanti. Così, di Kafka D’Avenia non si sogna di raccontare le perversioni sessuali, di Dostoevskij non narra la laida lascivia, di Zelda Fitzgerald non dice le mirabili voglie, né di Pessoa gli assalti di assolata misoginia. Eppure, la letteratura non deterge le convenzioni, è l’anamnesi degli abissi, la catabasi negli inferni del cuore. Non è un marshmallow, ma annegare nella melma, nella merda. È capire perché perdiamo tutto, irrimediabilmente, perché abbiamo quell’insana voglia di dissipare tutto, ora, ardentemente… Ma se la letteratura non è stimmate, ferita, iato, bestemmia, ululato, affronto, rivolta all’ordine costituito dei sentimenti che ci frega? Alla fine, così, il libro si riduce a una ridanciana versione dell’ama il prossimo tuo come te stesso, ripete ciò che sappiamo, che è l’amor che move il sole e l’altre stelle, cioè, detta come la diciamo noi poeti da cavalcavia, che tira più un pelo di f**a che un carro di buoi”.

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Ha vinto Golia. Nella cultura italiana non c’è spazio per il folle, per il jolly. Al Carnevale si preferisce il carcere dei convenevoli. Che tristezza. (d.b.)

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