Dante Virgili, campione di dama da giovanissimo balilla, scrittore di libri per ragazzi sotto pseudonimo e nemico giurato dell’umanità grazie a quel libro, La distruzione, uscito per Mondadori nel 1970 che doveva gridare allo scandalo ma fu invece subito dimenticato (dopo un carteggio notevole per la pubblicazione, tra favorevoli e contrari, in cui spicca la voce dubbiosa dell’allora direttore editoriale Vittorio Sereni) è stato, anche se per un lasso di tempo breve, il vero Bukowski della letteratura italiana.

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Sto parlando di Metodo della sopravvivenza, secondo e ultimo libro del nostro. L’incipt è favoloso: “Il frigo è quasi vuoto, telefono a Silvio. Troverò due etti di prosciutto crudo, vitello arrosto e verdura cotta. “Avvisi Elena che ritardo”. Ho poche lire. Sorrido. Segnare, cambiare o essere pagata subito in contanti. Con questo giochetto devo ottenere qualcosa”.

Sembra Hank Chinaski che si sveglia tardi oppure è appena tornato da un reading dall’altra parte della città. Cibo essenziale, rapporto quotidiano con i commessi di un anonimo market.

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E poi, ancora: “A casa depongo il cibo nel frigo, condisco un po’ di verdura. Per principio non voglio imparare a cucinare. Mi disimpegno nelle mansioni più semplici, adopero piatti di plastica…”.

E ancora: “Ogni mattina al risveglio la mente è una tabula rasa, veloce però nel riempirsi di nuovo. Emergo con una riflessione di Schopenhauer. Mi coglie il pensiero della finale. Non ho mai assistito a una partita di calcio, spero di resistere”.

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Il protagonista di Metodo della sopravvivenza, romanzo uscito dopo un silenzio durato vent’anni è, questa volta, Dante Virgili stesso. Un uomo di sessantadue anni, nella realtà instabile psicologicamente ed aiutato economicamente, da anni, dagli stessi editor della Mondadori che gli fecero pubblicare il primo romanzo. 

Nella finzione è un professore di tedesco in pensione, erotomane e sadomasochista, che si trascina nella torrida estate milanese, celebre per i Mondiali giocati in Italia e l’invasione dell’Iraq in Kuwait.

Compra i giornali, che legge e discute da solo nella cucina misera, serrande abbassate, mentre beve caffè liofilizzato. Ammicca con il ragazzo dei giornali, gli consiglia i cavalli da giocare e sogna prestazioni con le donne del suo giro (quasi sempre prostitute o femmine sconsolate) ed efebi che possano soddisfare entrambi.

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Fondamentalmente è un uomo solo, in balia di disturbi psichici (tenta di buttarsi dal Duomo, poi cambia idea e lo ricoverano al Fatebenefratelli) che vive della pensione e di qualche lezione di tedesco a giovinette che rispondo al suo annuncio (e che lui sogna sempre di poter possedere).

Come Bukowski è un uomo anziano e poco piacente, pieno di blocchi mentali ma con una grande cultura alle spalle. Soprattutto storico-filosofica. Vive ai confini della città (Virgili viveva veramente ai confini della metropoli milanese, in via Polesine, zona Corvetto) e si trascina per le strade del suo quartiere deserto sognando la Germania campione del mondo, si preoccupa del cambiamento sociale ed economico dovuto alla caduta del Muro, in quel periodo ancora fatto di macerie fumanti, e spera in un terzo conflitto mondiale per mano degli americani.

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Un personaggio sicuramente agli antipodi rispetto allo scrittore americano alcolizzato. Ma allora cos’è che fa di Dante Virgili il vero Bukowski della letteratura italiana? (Mi spiace ma Costantino Cinaski ne è solo un pallido imitatore).

L’aver descritto un minuzioso orrore quotidiano. I giornali, le tapparelle abbassate, il caffè liofilizzato, le edicole notturne con i giornali pornografici nascosti dalle tendine, il mondo degli ippodromi, il cibo che mangiava e triturava lentamente in bocca (Dante Virgili mangiava realmente solo carne cruda trita e prosciutto cotto sminuzzato).

Parla dell’orrore di certe persone sole in quei grigi anni Novanta, con l’ombra di tangentopoli che stava per cominciare e un blocco comunista che finiva letteralmente. Il quotidiano immobile, disadorno, tremendo. Piccoli bar per un caffè in rifugio dalla calura, gli appartamenti in ombra per evitare l’asfissia, il sesso onnivoro come unico rimedio alla solitudine.

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Metodo della sopravvivenza. Appunto. Un metodo per sopravvivere nella solitudine delirante del protagonista. Il libro che Virgili scrive dopo vent’anni di minacce telefoniche, richieste di aiuti economici, sfuriate folli d’un uomo sociopatico e mentalmente instabile. Ma al contrario de La distruzione, Antonio Franchini (editor nella Mondadori degli anni Novanta) dice di no. Questa volta il romanzo non si pubblica. Lo stesso Franchini racconterà poi il caso Virgili in un suo saggio uscito per Marsilio nel 2003.

Il romanzo esce per Pequod nel 2008, un piccolo editore di Ancona, insieme alla ristampa de La distruzione. Gli stessi due romanzi verranno poi riproposti (in sole 100 copie numerate) per la piccolissima Off Topic grazie ad un crowfounding per salvare i resti dell’autore dall’ossario comune.

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Già, perché nel frattempo Dante Virgili muore, nel 1992, a sessantaquattro anni, solo e senza soldi. Un uomo tremendo, orribile anche fisicamente. Come disse uno degli editor e suo casuale amico “Virgili era una reincarnazione del male, di lui non esiste nemmeno una fotografia”. Il cadavere è gonfio e color vinaccia. Nessun parete a riconoscerlo.

Casualmente nel 2014 Gerardo de Stefano decide di andare a visitare la tomba dell’autore nel cimitero Maggiore di Milano e scopre che quella tomba non esiste più ed i resti stanno per finire nell’ossario comune. Da qui l’idea del crowfounding e delle ristampe.

Adesso Virgili ha una tomba come si deve. Loculo 990, quinta fila superiore, reparto 101. Le parole incise e scelte da De Stefano sono le stesse che l’autore aveva utilizzato per l’epigrafe del suo metodo per sopravvivere.

Colui che in pace

auspica il ritorno della guerra

è estraneo a ogni speranza

di felicità.

Goethe, il coro. Faust.

Fabrizio Testa

*In copertina: Otto Dix (1891-1969), “La guerra”, 1924