Per chi sa, l’Adriatico, in Romagna, è un inganno. All’apparenza è una palude univoca, un lago monotono, uniforme, che pronuncia sempre lo stesso verbo in sale; invece, ha una identità multipla, polimorfica. A Riccione si sentono a Miami, con polle di estasi meridiana; Cervia dipende dal magnetismo delle saline, sui lidi è il selvaggio dantesco. A Cesenatico qualcuno ha il physique californiano con ascendenze epicuree (si vive, cioè, per morire azzannando l’ora-e-qui), eppure, soprattutto – sarà per il porto canale, che determina la vita del paese, inguaiando la gola d’orizzonte – è una marmorea nostalgia a scavarti. Per questo, Cesenatico è paese di poeti – Marino Moretti, Ferruccio Benzoni, Stefano Simoncelli – e di un romanziere dalla vita disfatta come Dante Arfelli, nato un secolo fa, il 5 marzo del 1921, e autore di due libri epocali, I superflui (1949) e La quinta generazione (1951), prima del plumbeo silenzio, dell’oblio e delle cartoline civiche dedicate ai personaggi notevoli. Non pubblicare uno scrittore, quando è in vita, è ammazzarlo; dimenticarlo da morto è ucciderlo il doppio; proprio perché sceglie l’ascesi del silenzio – desidera che a lui si ascenda – va amato, lo scrittore. Una didascalia ancora visibile nel sito dell’editore Marsilio – che nel 1993 e nel 1994 ha ripubblicato i grandi libri ed edito Ahimè, povero me – ne narra il crisma drammatico: “Da anni ammalato, vive internato in una casa di riposo per anziani”. Muore, infine, Arfelli, che ha pubblicato per l’editore di Hemingway ed è una sorta di Camus italiano, nel 1995. Ora, a onore del secolo, sono le Edizioni readerforblind a ripubblicare I superflui, sia lode a loro, con uno scritto introduttivo di Gabriele Sabatini. Questo è il primo paragrafo del romanzo; di seguito, un articolo pubblicato qualche tempo fa, che inquadra l’avventura anomala di Arfelli.

“Si era fissato in quelle parole spiccanti, lucide e nere sullo smalto di due targhette inchiodate nello schienale di fronte: KaltVarm. Nella sua testa quelle due parole andavano e venivano come il sedile di un’altalena: KaltVarmKaltVarm. Erano due parole che si adattavano bene al rumore delle ruote e pareva anzi che scandissero il ritmo fra le ruote e le congiunture dei binari. E il rumore delle ruote era dolce e caldo, quantunque formato dall’incontrarsi dell’acciaio con l’acciaio, e portava lontano la mente, svuotava la testa. Poi lo sguardo di Luca si abbassò e incontrò la fronte della ragazza seduta dinnanzi. Erano bei capelli che sorgevano con un vivace movimento di onda e scendevano rigogliosi, quasi con superbia, giù per le spalle. In una tempia v’era infilata una spilla, d’un colore giallo scuro, a forma di fiore. Nei petali brillavano minuscole pietre azzurre ma alcuni petali mancavano della pietrina e mostravano un piccolo buco annerito. Quindi la ragazza alzò gli occhi: Luca volse lo sguardo al finestrino”.

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Ciò che andrebbe sbriciolata è la statua della leggenda, la statura del mito. Eppure. Forse. La fiammata della leggenda c’è. Io ho fatto l’esperimento. Biblioteca di Cattolica. In questa frangia di landa romagnola, una delle più fornite. Cerco. Non trovo. M’intestardisco. Sussurro il nome al giovane bibliotecario. Manca. Fa il nome di un paio di altre biblioteche. In effetti. Più tardi faccio una ricerca in solitudine, nel magazzino delle biblioteche patrie. Pochissimo. Dante Arfelli. Nome notissimo, cognome poco diffuso, che sa di ‘farfalle’ e di ‘inafferrabile’. Dante Arfelli ha una sua nota su Wikipedia, ma non l’ha nel portale digitale della Treccani. Eppure. Non si parla di un autore ‘di nicchia’, come Davide Brullo: Dante Arfelli, nel 1949, pubblica per Rizzoli un libro, per così dire, ‘generazionale’, dal titolo bellissimo, I superflui. Il libro nasce già nell’onda della leggenda: l’autore, piuttosto giovane – ha 28 anni – “aria di un uomo fatto; bell’aspetto, spalle larghe, buona statura, oltre i settanta chili; camminata lenta, propria di chi mette giù i piedi con avvertenza” (Enea Casagrande), dice di averlo scritto in una settimana e mezza. Il libro diventa la testimonianza di un’epoca. Che è. Drammaticamente. Questa. In modo sintetico, con una lingua non conciliante, Arfelli racconta il delirio – economico, esistenziale – dei giovani riemersi dalla guerra. La crudezza è fascinosa. Il libro, soprattutto, si fa leggenda. Grosse vendite in Italia – nel 1954 esce una ristampa per Vallecchi – e soprattutto all’estero. “Ho avuto l’edizione americana dei Superflui. Ne sono contento… l’editore Scribner di New York è buono: lo stesso di Hemingway”, scrive Arfelli. Siamo nel 1951. L’italiano che pubblica con l’editore di Hemingway negli Usa fa il botto. Quasi un milione di copie vendute. “Arfelli si è dimostrato abilissimo impegnandosi a fondo in una storia di gente sconfitta in partenza… ciò che avvince il lettore e rende tollerabile la tristezza del libro è la virilità del lamento”, scrive, sul New Yorker, Anthony West, che non è proprio un nome qualunque: figlio di Rebecca West e di H. G. Wells, è stato tra i critici letterari più autorevoli del tempo.

In quello stesso 1951, Arfelli, autore ‘di fama mondiale’, pubblica, ancora con Rizzoli, La quinta generazione. Arfelli continua a esplorare i temi di una stirpe minata dal dolore, sopraffatta dall’inedia – così Aldo Capasso nella riedizione Marsilio del 1995: “Nel romanzo il titolo deriva da Esiodo: ‘la quinta generazione’ è quell’età del ferro in cui ‘gli uomini non avranno tregua dalle fatiche e dal dolore…’”. Insomma: Dante Arfelli avrebbe potuto essere l’Albert Camus italiano. Solo che. Ora non lo trovi in libreria – le riedizioni dei due libri ‘epocali’ fatta da Marsilio risale a quasi 25 anni fa – e fai fatica a trovarlo in biblioteca. La leggenda dice altro.

Dante Arfelli è di Cesenatico, è stato amico di Marino Moretti, ha optato per il silenzio. Lo scrittore è sempre così: il narcisismo si combina con l’eremitaggio. L’ambizione di essere riconosciuto da tutti si scontra con un certo timore verso il ‘pubblico’.Lo scrittore, insomma, fugge l’umanità, per dire l’uomo scappa dalla folla, ha un rapporto ambiguo con la sua arte perché le parole creano e uccidono, dicono la verità e partoriscono menzogne. Si può dire, addirittura, che se uno scrittore non è naturalmente schivo, se non schiva il palco, il pulpito, la via più facile, non è autentico scrittore. Lo scrittore è autenticato dalle sue rinunce. In questo – nell’arte della rinuncia – Arfelli è stato geniale. Ha preferito sottrarsi da tutti, subito. “La vita letteraria mi ha molto scoraggiato. Io mi sento tagliato fuori, forse perché sto in un paese e cerco di seccare gli altri il meno che posso? O sono antipatico, o do fastidio, non capisco… il pubblico non ha più voglia di leggere, la vita moderna distrae in tanti modi che la lettura è l’ultimo e il più faticoso… Scrivere è quasi una impresa disperata… io ne sono sfiduciato. A volte penso che se avessi dei soldi me ne infischierei della letteratura. E di tutte le beghe e le noie di tanta gente sciocca che ci vive e comanda”. Questo Arfelli lo scrive nel 1952, al culmine della sua personale gloria.

Forse, vien da dire, scavando nella leggenda, c’è un atteggiamento genetico e geografico. Cesenatico è il porto canale di Leonardo che, letteralmente, porta il mare in mezzo al paese, sotto le case, questo mare che pare una piastra di metallo, che induce a una specie di sconfinata rassegnazione, che il sole, d’inverno, devi disseppellirlo sotto strati di nebbia e di umidità. C’è, forse, insediata in questo paese romagnolo, una rustica nostalgia, una plumbea meraviglia, del tipo che sta nel cuore dei portoghesi. Tornando ai reali. Arfelli si chiude in un esausto silenzio. Rotto, nel 1975, da una raccolta di racconti, Quando c’era la pineta, per le piccole, auree edizioni del Girasole. “Questa raccolta di 26 stupendi racconti”, ricorda Walter Della Monica, approdò “nella ristrettissima rosa dei finalisti del Premio Campiello 1976”. Ovviamente, quell’edizione andò ad altri, meno bravi ma più titolati (vinse, per la cronaca, Il busto di gesso di Gaetano Tumiati). Rientrato nel silenzio, spaccato dal Parkinson, Arfelli ha le forze di scrivere Ahimè, povero me, un diario dal male, dall’afrore del dolore, che Marsilio pubblica nel 1993. L’autore morirà due anni dopo.

Nel maggio del 1988, a Cesenatico, un gruppo di studiosi e di amici realizza le “giornate di studio” Per Dante Arfelli. Il libro è utile a sfatare la leggenda – che s’innalza quando si tratta di lavarsene le mani. L’amico di Arfelli, Enea Casagrande, è di austera limpidezza. “Arfelli è stato conseguente fino in fondo, senza dirlo, senza parlarne, senza innalzare le brune bandiere della rinuncia. Si è messo semplicemente di lato, evitando spesso perfino di guardare quel fiume di umanità che scorre rumorosamente sulle strade della vita, ma senza rinunciare alla investitura che aveva ricevuto chissà quando e perché, e che ne aveva fatto un cavaliere destinato ad andare per sempre tra i monti e i piani della poesia”. Negli atti del convegno – stampati dalle Edizioni del Girasole nel 1990 – Ferruccio Benzoni, tra i grandi poeti di quel lato di mondo, spiega, ricalcando “una lettera aperta” ad Arfelli pubblicata nella rivista Sul Porto, la necessità intrinseca, a-storica de I superflui. “Quella défaillance che lei acutizzò problematicamente in un’esplorazione di anime… trova di questi tempi, il suo epilogo atroce… una sordida sistemazione provvisoria; la ricerca frustrante del posto di lavoro; la sessualità decrepita e infantile; l’alienazione dei corpi; l’amore come inattuabile evasione; il dissidio e la repulsione a un’idea di maternità, paiono il viatico delle coppie di una contemporaneità sempre più struggente”. Sottolineate le frasi qui sopra e giurate: non è la descrizione della nostra era, quella? Al di là delle flebili battute – tra tanti scrittori che dovrebbero star zitti, ad ammutolirsi sono sempre i più bravi – è inutile sbandierare Dante Arfelli come una leggenda. Arfelli va letto. E se gli uomini sono smemorati, gli editori sono becchini che seppelliscono i grandi di ieri sotto pale di cemento armato. Ristampiamo Arfelli. Chi dice la verità una volta, con allucinata nitidezza, poi tace per sempre, la lingua mutata in nodo, le labbra in tana di istrici. (d.b.)