Rileggiamo Guido Ceronetti per capire che D’Annunzio con Trieste non c’entra nulla (piuttosto, sono due le statue che la città merita: per Slataper e Cergoly)

Posted on Giugno 24, 2019, 10:44 am
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È controvento, non resistendo alla bora bensì alle vanesie eppur violente arie della greve politica priva di cognizione della storia, e della realtà, che soffia tenue ma non per questo inascoltata dai pochi che la sanno udire, la voce delle tre statue dei poeti – Saba, Svevo, Joyce – adagiate per le vie di Trieste; e quella del molo San Carlo; e quella della Piazza Grande; e quella della Cattedrale di San Giusto (dove già di troppo è il marmo con incisi i versi di Carducci); e quella elegiaca dello spirito di Rilke, dal Castello di Duino; e quella della giovinezza di Ungaretti, dalle doline del Carso; tutte a mormorare come un esorcismo i nomi di due scrittori triestini contro l’idea di un simulacro di D’Annunzio nella piazza della Borsa, D’Annunzio figura antropologicamente aliena alla città giuliana, poliglotta, multietnica, cosmopolita, i cui luoghi e la cui poesia mormorano: “Carolus Cergoly e Scipio Slataper … Carolus Cergoly e Scipio Slataper… Carolus Cergoly e Scipio Slataper…

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Non per anti-fascismo, ma per a-fascismo (ognuno sogni ciò che vuol sognare); né per anti-dannunzismo, ma per a-dannunzismo (ognuno legga ciò che vuol leggersi); né per anti-italianismo, ma per a-italianismo (ognuno sia libero d’essere ciò che è); o meglio ancora – visto che tutto ciò che termina in “ista” è per questo condannato (come ha scritto Pierre Drieu La Rochelle in Intermezzo romano) – per poter discernere e stare non con la politica ma con la poesia (e D’Annunzio a Trieste, è unicamente politica e per nulla poesia) – per ascoltare il Genius Loci che dice che non una ma due sono le ulteriori statue che la città merita: una per Cergoly (anti-italiano), e una per Slataper (filo-italiano), secondo l’alta, asburgica ergo cattolica logica della conciliazione, l’et-et opposto a quella della fazione, di cui Trieste, città in cui è fondamentale andare, e restare, o tornare, per capire la storia, e la realtà, non ha necessità alcuna, perché, una volta levàti i posticci politici veli, c’è la verità.

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E se la voce delle tre statue dei poeti triestini – Saba, Svevo, Joyce – e quella dei luoghi rischia d’essere o apparire a sua volta di parte, faziosa, si può ascoltare quella di un piemontese che visse in Toscana e molto viaggiòalbergò in Italia cogliendone le grazie come i guasti – “specialità” unitaria – con quello sguardo lucido e penetrante che è richiesto a chi posa gli occhi su Trieste. Guido Ceronetti. Di cui bisogna tornare a sfogliare alcuni libri fondamentali. Il vate Ceronetti. Per capire perché D’Annunzio con Trieste non c’entra nulla.

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“Il pensiero dell’Italia terrifica” – a Trieste bisogna tornare con Guido Ceronetti, Per le strade della Vergine sul comodino e i Pensieri del tè in tasca – per le sue vie sospese tra Adriatico e Carso.

“Cammini su un terreno sacro” – avrebbe potuto scrivere Guido Piovene, in Viaggio in Italia e invece no, già non era e forse non sarà più possibile – grazie agli italici le sue parole sono ben altre.

“Entro su un terreno che brucia” – perché fu un vero e proprio poligono di fuoco, per dirla col Ferruccio Fölkel di Trieste provincia imperiale: splendore e tramonto del porto degli Asburgo.

Così il vicentino in una città che dice d’amare molto ma che stava vivendo l’“inizio di una nuova sofferenza”, dovuta come spiega Ceronetti al riaggancio al treno nazionale a metà Cinquanta.

Per Claudio Magris la sua città è “diversa, imprecisa, incompresa”, e tale di sicuro è rimasta gli italici. Con i libri Ceronetti in tasca e sul comodino, in realtà non è così difficile da capire, tutto si evidenzia. Piovene vede non si sa dove un idillio, ma soprattutto un dramma, perché la città vive la sua tragedia. Con un titolo non nuovo… Con un titolo tutto greco… Che Ceronetti rende chiaro… Edipo a Colono.

(Fölker: “Trieste alla ricerca di un padre oltreché di una madre, Trieste orfana. Trieste agonizzante”).

(Ceronetti: “L’irredentismo ha un fondamento nel parricidio. Oberdan vorrebbe la morte del padre”).

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Venne l’epoca degli eruditi, dantisti, massoni, col ghiribizzo di dimostrare che l’Istria fosse italiana. Venne il tempo delle trincee e quello dei catafalchi con obici, gladî, fasci, scudi, eroi dai torsi nudi. Venne in una città di destra vivifica, e conservatrice, liberale, e imperialregia, una destra mortifera. Venne una seconda guerra esito chiaro della prima e poi la mancata attuazione del Territorio Libero. Niente fregata Radetzky regalo dei commercianti della città. Niente clamorose batoste rifilate agli invasori come a Lissa. Tutto è finito il 2 luglio 1914 quando il Viribus Unitis giunse al molo San Carlo con le salme di Ferdinando erede al trono e della moglie Sofia uccisi a Sarajevo, spoglie di un mondo alla fine, di un Continente di cui Trieste era uno dei simboli… Segue l’epoca degli italici. Segue il tempo di un popolo geloso anche quando non ama. “Questa Italietta abitata da gente isterica, altezzosa e futile”, sentenzia Carolus Cergoly… Segue il tempo di Roma al cui nome Ceronetti basta pensare per provare uno schifo indicibile. Per le strade della Vergine: tra Torino e Palermo – sono soltanto “tutti vuoti spirituali, santuari della Morte di Dio” – ecco pertanto “la cloaca materialistica è legge, pianifica, decide” – il tremendo mostro romano, “un istupidito calcolatore elettorale” – l’Italia come barbarie. È il tempo della decadenza.

Ma Trieste è differente a un punto tale che nel 1999 un sondaggio rivelò che – saggezza degli ignoranti? – sette italiani su dieci ignoravano che ne facesse parte. Così l’italoslavo Enzo Betizza in Sogni di Atlante non può che rimproverarli – ignoranti senza sapienza? – per quanto poco conoscano l’altra riva del loro mare.

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Della tragedia di Trieste l’enigma non è affatto difficile, figurarsi per l’acuto vate del Tragico – che rifiuta di considerare “il patriottismo falso di un corruttore” – Gabriele D’Annunzio –, cui oppone e predilige un “patriota senza macchia di fanatismo” – Alessandro Manzoni –, e che con le sue parole permette di cogliere la verità sulla tragica vicenda della città giuliana.

Trieste sta in Italia come Edipo fu a Colono: Trieste che gattona – bambina figlia di Maria Teresa d’Austria. Trieste poi in piedi – adulta e felice, perché fedele, tutta K.u.K. Trieste poi vecchia – invasa e occupata, decrepita, col bastone. E Ceronetti è netto riguardo Edipo a Colono: “Chi va in cerca di una patria, in vecchiaia, trova lei e la morte.” E tale fu il suo destino.

Trieste morì quindi secondo l’autore di Tragico tascabile nel mese di novembre del 1918. Trieste morì nel momento in cui si scopri vecchia e cieca perché aveva trovato una patria. O meglio, per giunta, somma di tragiche disgrazie, perché aveva scoperto una finta patria. Con tutto ciò che di tremendo ne conseguirà… “Incalzò presto il disonore fascista, altro che greco e latino di quegli onesti irredentisti! […] Stuparich racconta l’incendio dell’hôtel Balkan, esplosione di bestiale odio antislavo degli squadristi: […] fumo e fuoco già d’incendium mundi”, l’incendio della Grande Guerra appiccato tra gli altri dal vate abruzzese (“guerra perduta […] perché perdette l’umanità: perduta e […] creatrice di perditrici guerre future” – “guidata con scelleratezza, si è saldata in un disfacimento morale dalle più cancellate conseguenze”).

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Le pene di Trieste simili a quelle di Gerusalemme. Trieste pertanto come una moderna Gerusalemme. Sempre Ceronetti. 1) “Era nulla, Gerusalemme: si è voluta sacra, centro del mondo, casa di Dio, patria delle patrie. Trieste era nulla, un benestante nulla, prima di darsi alla sua strana devozione, l’italofilia, una passione furiosa, di quelle che alterano, che non lasciano vivere in pace”. 2) “Può essere una degenerazione della religione biblica, questo irredentismo giuliano e trentino che nel passaggio da un governo che sta sul Danubio, imperialregio, a uno che sta sul Tevere, regio, faceva consistere tutta la redenzione di alcune città e popolazioni?”

Insomma, di nuovo la storia scambiata per Messia, follia del secolo XIX che colse alcuni popoli europei, e per primi gli stessi ebrei in quel di Vienna, e che prosegue, in absentia Christi, di fronte alla Sfinge, l’entità detta “Italia” – del risorgimento sabaudo – romanizzata dal fascismo – e alla fine rimbecillita dal dopoguerra – che è tutta quanta storcere strangolare – che è tutta distorcere strozzare – “Storto x’el dritto / El dritto storto // […] / Disordine contemplo / E me dispero // Vita de bosco / Solo me conforta” (Cergoly) – e la ragione è tutta nel Tragico: 1) “l’irredentismo ha un fondamento nel parricidio. Oberdan vorrebbe la morte del padre Franz Joseph”; 2) “Sfinge e sfintere hanno il medesimo etimo, strozzatura, strozzare. La Sfinge era ed è strangolatrice”; nella tragica vicenda di Trieste: 1) All’anagrafe, Guglielmo Oberdan, terrorista, era in realtà Wilhelm Oberdank, un triestino austriaco. 2) “Non si può amministrare con mentalità ordinaria ciò che la natura e la storia rendono eccezionale”.

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E poi. Ricorda Ceronetti: “L’Italia profonda è una creazione del medioevo, che disfaceva le patrie e unificava il mondo nel segno della croce […]. La cosa più idiota del Risorgimento è stato credere che la più storica delle città […] fosse anche la più indicata per essere la capitale italiana”.

E poi. Il Meridionalismo: “quasi tutto meridionalizzato: addio patria, solo un mare di funzioni, di disfunzioni, di funzionari e di criminali”.

E poi – “La patria non è una nazionalità, non è un passaporto. È la coscienza limitata di un destino comune, ravvivata da presenze simboliche”: così Ceronetti, ma la presenza e il simbolo non sono i monumenti, i catafalchi, gli altarini, un errore e un orrore dopo l’altro…

E poi – “L’italiano da solo è incapace di sopravvivere. Parliamo una lingua malata, scriviamo per dei cretini con la lingua e le radici tagliate”: una patria potrebbe esser la lingua ma anche a riguardo non è molto ottimista Ceronetti, perché finta patria uguale finte radici.

E poi – dopo tanto girovagare per Trieste – ci si potrebbe sentire i piedi gonfi – si potrebbe voler tornare in patria – la si potrebbe persino non trovare – si potrebbe voler rimanere con gli esuli – con Joyce, Rilke, Zweig, e Joseph Roth – si potrebbe voler restare nostalgici – con Cergoly, d’imperatori, e amori – si potrebbe voler viver nel mondo di ieri – si potrebbe volere andar controcorrente – “Lasseme andar / Oggi no go giornada / De ciacolar con voi / Lasseme andar / Solo col mio tormento / Far e disfar / Son sabbia controvento” (Cergoly).

Marco Settimini