“Davo tutto me stesso all’infrazione e alla trasgressione”: reportage dal Cicognini di Prato, il collegio dove d’Annunzio ha studiato, ha scritto (creando scalpore), e ha amato la figlia del prof…

Posted on Agosto 02, 2019, 8:30 am
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Per la sua prima raccolta poetica, Primo vere, aveva scelto lo pseudonimo Floro, ma il nome e cognome erano ben visibili. Il libretto del giovane e precocissimo Gabriele d’Annunzio conteneva solo trenta componimenti perlopiù dedicati agli amici, ma certe maliziose evocazioni di sensualità come “voluttà di baci”, “candide nudità”, “seni d’etére su cui passar le notti” impensierirono non poco l’austero collegio Cicognini di Prato, avrebbero potuto offuscarne il buon nome. Quando raggiungo il Cicognini, a pochi passi dal Duomo (dove si trova custodita la sacra cintola della Madonna), nel centro storico di Prato, è luglio ed è quasi sera, nella calda luce del tramonto, la solenne, imponente facciata dello storico edificio mi intimidisce. Un blando viavai di ragazzi mi incoraggia a entrare nell’ampio e fresco atrio della portineria e suono il campanello. Uno dei custodi, Giuseppe, sul punto di mangiare la cena, abbandona su una cattedra il vassoio fumante (con mia grande ammirazione) e mi regala un piccolo tour del collegio.

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La facciata del ‘Cicognini’ di Prato, dove Gabriele d’Annunzio entra a undici anni. Sarà frequentato anche dal figlio Mario

Il collegio è ancora aperto, ci sono i convittori che dormono qui la notte e che ora mangiano nell’antico refettorio, un centinaio, mentre molte centinaia di studenti frequentano questo illustre collegio, dalle elementari al liceo, durante l’anno scolastico, provenienti non solo da tutta Italia, ma anche dalla Cina e dal Sudamerica. A Prato? Mi chiedo. Come il poeta pescarese. Al d’Annunzio hanno dedicato il teatro (in origine la chiesa dei Gesuiti, dal sacro al profano) all’interno del Collegio Cicognini di Prato e lui risulta essere senza dubbio uno degli alunni più illustri del celebre collegio toscano. Lo scandaloso d’Annunzio sorveglia gli studenti dall’alto di due ritratti alle pareti bianche del corridoio, quasi complice. I corridoi, dai pavimenti a scacchiera agli alti soffitti a volta, sono pagine di storia collegiale, in fila i ritratti di austeri e baffuti rettori, gli elenchi dei convittori scritti col pennino, sin dal Settecento. Quel sacro che aleggia tra le stanze del Vittoriale si ritrova qui, nello scrigno della stanza delle visite, dentro al silenzioso teatro affrescato che è parte integrante dell’edificio, nell’ampio refettorio d’altri tempi.

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Per avere qualche informazione in più, torno il mattino dopo e le gentili segretarie mi mettono sotto il naso due pubblicazioni dedicate al Cicognini, una storica e introvabile: Il collegio Cicognini a Prato – arte e storia di Clarice Innocenti e Susanna Pozzi (edito da Pentalinea). Sfogliando questo corposo volume scopro che la prima pietra del Cicognini è stata posta dai Gesuiti nel lontanissimo 1692 e le amministrazioni che l’hanno governato, gesuitica, lorenese e italiana non ne hanno scalfito la funzione educativa. Quindi, deduco, una certa dottrina gesuitica dev’essere rimasta in sottotraccia, in filigrana, tra le mura. Fra le pagine del secondo volume blu, scritto da Ivo Regoli e Giancarlo Nanni, Convitto Nazionale Cicognini 1692-1992 Tre secoli di cultura (anche questo edito da Pentalinea), trovo le risposte alle mie domande. Il convittore Gabriele d’Annunzio entrò appena undicenne al regio collegio Cicognini, iscritto dal padre nell’autunno 1874 alla prima classe del Ginnasio e rimase fino al 1881, “distinguendosi fra gli alunni più volenterosi e disciplinati”. Disciplinato? Nelle biografie del giovane Gabriele si ricorda sempre l’esordio poetico con quella raccolta Primo vere, il libro di trenta scritti in collegio che trovò accoglienza tra diverse redazioni, persino sul “Fanfulla della domenica”, recensito da Giuseppe Chiarini, l’amico intimo del Carducci. Ma la reazione di professori e istitutori, all’apparire del libretto, non fu certo benevola. Ci fu un vero e proprio scandalo, era l’inverno 1879. Certo Gabriele d’Annunzio di Pescara, frequentante la seconda liceo aveva distribuito alcune copie del suo libretto di poesie da cui emergeva “una tale sensualità da far pena”. Il professor Flaminio Del Seppia, allora direttore dell’istituto “ne rimase subito grandemente turbato” e fece quello che normalmente fa il professore severo e moralista: sequestra le copie del libretto incriminato. Poi «convocò il consiglio di amministrazione per i provvedimenti opportuni contro il convittore. Il consiglio dopo aver letto alcune odi, ritenne effettivamente grave l’accaduto, considerando che il giovane aveva pubblicato le poesie all’insaputa del direttore e che il contenuto delle medesime si adeguava alla moda della poesia italiana contemporanea che pareva “non abbia altro ideale che il bordello”. Le poesie in oggetto, pur scritte bene, vengono giudicate “parole o niente di più che esercizi più o meno poetici”. Nonostante l’accertata colpevolezza del convittore D’Annunzio, tutto si risolse con una severa ammonizione». Insomma sembra che la decisione di non espellere il poeta di Primo vere sia stata dettata anche da esigenze di natura economica, perché il convitto aveva subito un calo d’iscrizioni.

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La pagella di d’Annunzio, allievo sagace

Con la gloria letteraria, nel “carcere gesuitico”, nei “sette anni di clausura”, arrivarono anche le prime conquiste femminili: sopra tutte Giselda, battezzata Elda e Lalla, ispiratrice del Canto novo, figlia – guarda caso – del professor Tito Zucconi, docente di lingue al collegio, poeta e traduttore di poesie. “Dopo le Darie, Valerie, Lille, Ide e Giulie, vagheggiate solo poeticamente nel Primo vere e dopo la Coccolini, la Ciccarini, la Gorella Gheri e la stessa Splendore, delle quali nulla si può dire” scrive Piero Chiara in Vita di Gabriele d’Annunzio Mondadori. La colpa, però, è tutta del professore. «Invitando più volte lo stimato allievo nella propria villa fiorentina, lo Zucconi è il primo responsabile della prevedibile storia d’amore – scrive Giordano Bruno Guerri in D’Annunzio l’amante guerriero, Oscar Mondadori – La ragazza, che ha un anno in meno di d’Annunzio, senza essere bella unisce a un’intelligenza viva e sensibile il fascino di due “occhioni erranti, misteriosi e fondi come il mare”, facili a infiammarsi: come le avviene alla lettura di uno dei bozzetti del giovane scrittore, pubblicato sul “Fanfulla”. Elda è la musa vivente di cui Gabriele ha bisogno per la sua poesia, prima ancora che per la sua vita. In un anno e mezzo, tanto durò la loro relazione, le scrive circa cinquecento lunghissime lettere. In una delle prime, all’inizio di maggio 1881, le confessa la natura speciale e per lui nuova di questa passione: “Tutte le mie donne poetiche sono fantocci; son burattini di legno con delle teste di cera. Tu, tu, fremerai, piangerai, riderai nelle mie strofe…”».

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Un giovane Gabriele d’Annunzio: fotografia con dedica, dopo Fiume

Non era poi privo di fascino il giovane Gabriele, come si può vedere nelle foto da collegiale. Così si descriveva giovane nel Notturno: “La fronte è liscia sotto la massa densa di capelli scuri. I sopraccigli sono disegnati con tanta purità, che danno qualche cosa di indicibilmente virgineo alla malinconia dei grandi occhi. La bella bocca socchiusa lascia passare l’ansia…”. Ma le regole dell’austero Cicognini lo facevano soffrire come prigioniero, un dannato nell’Inferno. La descrizione della vita collegiale è impietosa, così rivive nelle pagine del Compagno dagli occhi senza cigli: “Vedevo sotto di me, come in uno spaccato i corridoi le scale gli stanzoni da sgobbo e da chiasso i dormitorii i refettorii le aule le bigonce le panche, tutto quel gran seminario laicale istituito per isterilire e inaridire le più fervide semenze, quel vivaio piantato a immagine del Girone secondo a ridurre a stecchi con tosco i più vividi arbusti umani, quel convento senza celle avverso a ogni solitudine e a ogni ritrosia, quel conservatorio di ben tollerate cattiverie e di mal esaminate asinità, quella ufiziatura cotidiana della più obbrobriosa fra le soggezioni, della più disonorante fra le abiezioni: che è l’obbedienza per timore di castigo, l’obbedienza per desiderio di premio, l’obbedienza costretta. Poi, discendendo verso la gronda in facciata, vedevo giungere strasciconi per la via di fronte e per la piazza la pretaria degli insegnanti; distinguevo il gesto abituale della mano alzata contener lo sbadiglio ch’era per convertirsi in biascica tura d’insegnamento, in noia di parolone e di parolozze rigonfiate per anni ed anni senza divario”. Anche gli insegnanti e le loro dottrine non sfuggono al suo giudizio terribile: “La dottrina imparaticcia era nel loro cranio pronta alla presa fra indice pollice come il tabacco da naso nella tabacchiera d’osso e di bosso. La serie de’ loro giudizii e pregiudizii non superava in pregio la fila dei bottoni a globetto ordinata fra il collarino e l’orlo della gonnella talare; né l’ampiezza del più ampio fra i lor pensieri avanzava quella della chierica sul cucuzzolo grattato”.

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Il collegio era fatto di ore di scuola: “Era l’ora della scuola, l’ora delle prime lezioni. La pretaria arcigna entrava nell’atrio, passava sotto il segno della Cicogna, si affrettava a occupare le bigonce, fra il crocifisso e la mappa, fra la tabella della Radici quadrate e la lavagna pietra del paragone de’ cervelli”. Le regole ferree e la disciplina rendono altrettanto amabile la trasgressione, il suo esercizio: “La prigionia non m’incresceva più, le mura edificate dal gran Gesuita non più m’opprimevano, l’orario misurato non più m’era a noia, la disciplina non m’era più di peso; ché davo tutto me stesso all’infrazione e alla trasgressione, vivevo solo per divino piacere di rompere il divieto, facevo d’ogni mio giorno un gioco appassionato d’astuzia e d’audacia, consideravo quell’immensa fuga di corridoi, di anditi, di aule, di sale, di scale come una reggia piena di insidie e di minacce dove io fossi per cercare qualcosa di infinitamente prezioso che mi appartenesse e d’attimo in attimo mutasse di natura e di pregio serbando la sua novità perpetua alla mia ricerca puerile (…) Eludendo ogni vigilanza, partivo per la mia corsa perigliosa, talvolta solo, talvolta con Dario che m’era divenuto ancor più certo, più concorde,  e più caro. Andavamo alla ventura, come una coppia di malandrini in un castello ignoto, regolandoci su una voce, un rumore, indugiandoci nei pianerottoli, risalendo e ridiscendendo le scale precipizio, sporgendoci da una finestra, ritrovandoci nel buio di un nascondiglio, sbucando sul tetto per un abbaino”. Eppure, con il passar del tempo, il ricordo del Cicognini di Prato deve aver addolcito la sua morsa, nello spirito del poeta, penso, mentre guardando i quadri con gli elenchi dei convittori, tra i nomi scritti in corsivo, ritrovo un altro d’Annunzio. Mario, uno dei figli di Gabriele d’Annunzio. Nel marzo 1922 il poeta ormai celebrato in tutta Italia e celebre per la coraggiosa avventura di Fiume, mandò una fotografia al Collegio Cicognini con la dedica: “Al Collegio Cicognini questa immagine dell’alunno sempre memore offre Gabriele d’Annunzio”. Lo sguardo del bel ragazzino dalla folta chioma nera, nella fotografia, è malinconico, timido, quasi triste.

Linda Terziroli