“È un grande errore sottovalutare D’Annunzio”. A 100 anni dalla presa di Fiume, il poeta resta inevitabile (lo dicono gli inglesi)

Posted on Settembre 12, 2019, 6:31 am
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Forse i fieri figli di Lord Byron, che perse la vita in Grecia inseguendo l’ideale ellenico, i parenti di ‘Lawrence d’Arabia’, ordinari al Tamigi ma con istintive follie esotiche, potevano capire il D’Annunzio ‘fiumano’, che sbugiardò la Conferenza di pace del 1919, mettendosi sulle spalle la Storia. Mascherata del caso: quando il “Times” manda un inviato a scrivere un reportage da Fiume (titolo: Fiume Under D’Annunzio), è il primo dicembre del 1920, D’Annunzio è quasi alla frutta, politicamente accerchiato dal Trattato di Rapallo stipulato il 12 novembre tra Italia e Jugoslavia, ma l’articolista non se ne avvede, preda del carisma del poeta. Semmai, in ultima riga, stende la stremata profezia: “Gran parte dell’immediato futuro dell’Italia potrebbe essere legato alle tre parole che D’Annunzio ha inciso sul suo stendardo: Quis Contra Nos.

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100 anni dalla presa di Fiume da parte del poeta, la Carta del Carnaro (capo quinto: “La Costituzione garantisce inoltre a tutti i cittadini senza distinzione di sesso, l’istruzione primaria, il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l’assistenza in caso di malattia o d’involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l’uso dei beni legittimamente acquistati, l’inviolabilità del domicilio, l’habeas corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere”), la bandiera, bellissima, con il serpente che si morde la coda, nel cui cerchio s’incidono le stelle dell’Orsa, in sottofondo rosso. Ce ne sarebbe da scriverne un romanzo – qualcuno l’ha fatto – da celebrare l’anacronismo assoluto del poeta che conquista una città, della poetica della vita che vuol farsi – drasticamente – Storia. Invece. A dire D’Annunzio – sbagliando – si pensa alla retorica fascista, a dire Fiume non si pensa al sovranismo del sogno, ma a una baldraccata, e i musi lunghi tirano, su quella vicenda, un colpo d’unghia sulla lavagna. “Oggi Fiume si presenta ai visitatori come ‘una città di mare italiana del dopoguerra, piuttosto sbrecciata’. Chissà se, e quale posto, verrà dedicato ai ‘cinquecento giorni’ nelle celebrazioni per la città, nominata capitale europea della cultura nel 2020. La storia dimentica, omette e talvolta distorce. La vicenda di Fiume ne è un buon – o cattivo – esempio”, scrive Maurizio Serra chiudendo il vasto capitolo su Fiume nella biografia, L’Imaginifico. Vita di Gabriele D’Annunzio, appena tradotta dal francese per Neri Pozza.

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Chissà che spazio darà l’Italia a quell’impresa, al poeta troppo ingombrante, direi. Gli studiosi si sprecano in un grigiore di aggettivi – io mi fido soltanto di Alessandro Gnocchi, che la vicenda la ha letta ‘documenti in mano’, come si dice – io continuo a romanticare (quale poeta non sogna di prendere una città e governarla con artificio verbale e ipnosi di bellezza?), pur consapevole che D’Annunzio prendeva in contropiede per anacronismo: agiva come fosse un eroe dell’Iliade, su un palco shakespeariano. Maurizio Serra, in pagine narrativamente vibranti – memorabile il cammeo che riguarda Giolitti, “il vecchio, roccioso piemontese che sembra spesso assopito, con un plaid scozzese posato sulle forti gambe di montanaro… di feroce in lui c’è solo un pragmatismo” – non celebra il poeta, ne mette in evidenza il vigore, la baldanza e l’incompetenza nel gestire una situazione che andava oltre il regime del poema. “Il grande momento ‘pubblico’ di D’Annunzio, in questo senso, dura cinque o sei anni, dalla Prima guerra mondiale fino al ‘Natale di sangue’. L’esperienza di Fiume ne è chiaramente un culmine. Si è passati dal considerare Fiume una esperienza totalitaria, un po’ alla ‘bunker di Berlino’, al proporre una idea, altrettanto eccessiva, di Fiume libertaria, un prototipo del Sessantotto. Entrambe le concezioni sono radicali. A Fiume si condensa l’aspetto libertario come quello cesarista… lo racconta bene Giovanni Comisso”: questa la sintesi di Serra, quando lo intervistai, l’anno scorso, a partire dalla prima edizione del suo D’Annunzio, D’Annunzio, le Magnifique, per Grasset, in Francia.

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“Era inevitabile che ai fanatici dannunziani di un tempo succedessero gli iconoclasti del dopoguerra. Il caso di Pier Paolo Pasolini, che sputa sulla tomba del padre, lo testimonia. Chi osi affermare che l’egocentrismo pasoliniano, spinto fino all’urgenza di dominare la sensibilità della propria epoca, riveli una matrice dannunziana, è condannato al rogo in partenza. Eppure, le analogie tra i due sono evidenti. Pochi scrittori contemporanei in Italia hanno il coraggio di dichiararsi apertamente debitori di D’Annunzio: la paura e il conformismo generano numi nefasti”, scrive Serra. Ricalco un paio di frasi, nel cui punto di snodo, forse, si rivela l’esclusivo del poeta, l’elusione, il bacio, il rintocco, il niente. “Lo scrittore ha forgiato il personaggio che successivamente lo ha danneggiato”; “Il personaggio occulta l’uomo dall’inizio alla fine, senza la minima incrinatura. Come scoprire chi egli fu in realtà?”. In fondo, dopo averlo ucciso innumerevoli volte, D’Annunzio resta l’inevitabile. (d.b.)

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“Fiume Under D’Annunzio”

Un resoconto straordinario della situazione con il poeta guidatore di aerei come dittatore

1 dicembre 1920

Avvicinandosi alla “città olocausta” – così D’Annunzio la ha chiamata – dal mare, nulla ispira entusiasmo o giustifica l’orgoglio. Nessun movimento si avverte tra i cantieri navali, le lunghe file di gru che allungano le loro braccia inutili, inermi, sopra banchine vuote. La prima impressione è che la città sia morta, avvolta nella ruggine, colpita da un improvviso disastro. L’erba cresce tra le grondaie, sui tetti degli edifici, un tempo teatro di febbrile attività. Davvero è questa Fiume, “la Città della Vita”?

Ma la scena muta. Nel porto interno spicca la Dante Alighieri, una corazzata moderna, con i cannoni puntati verso le strade che conducono alla città. Nelle vicinanze ci sono un paio di incrociatori, quattro o cinque cacciatorpediniere, una flotta di imbarcazioni più piccole, 16 in tutto. D’Annunzio gode di una flotta piuttosto vasta. Le navi hanno il piglio della Marina: il Capitano si scorge in divisa perfettamente blu. Le nostre piccole imbarcazioni ormeggiano in una rada, che si affaccia su un ampio spazio aperto che conduce al centro della città. Un funzionario mi chiede il passaporto, me lo confisca, con calma, dicendomi che mi sarà restituito dalla Questura, più tardi. Protesto, sono a Fiume senza documenti di identificazione di alcun genere.

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Sarebbe molto facile, facilissimo, scriverne nello stile brillante di Gilbert & Sullivan. Ecco il Paradiso della Giovinezza, dove i sogni più sfrenati diventano realtà. Tutti sembrano avere vent’anni. Alcuni ne hanno 25, di tanto in tanto qualche anziano sottolinea l’immaturità della maggioranza. In contrasto con il clima generale di apatica indolenza vissuto dai cittadini, tra i “Conquistadores” l’atmosfera è di entusiasmo, di culto dell’eroe, di fiducia in se stessi, di gioia di vivere, del tutto straordinaria se si pensa che per più di un anno, ormai, una gioventù trionfante è stata rinchiusa in questo spazio angusto, senza lavori da compiere o battaglie da combattere, inconsapevoli della fine di questa avventura.

La scenografia che vedo farebbe arrossire i registi che mettono in scena una storia di pirati per difetto di immaginazione. Ma non è l’impostazione da opera comica che conta, non sono gli strani costumi che la fantasia giovanile ha escogitato per gloriarsi, né le medaglie e le stelle che D’Annunzio ha istoriato sui suoi legionari, che credono più onorevole di ogni altra decorazione ottenuta in guerra. Ciò che conta è la forza che dà coesione a questo turbolento argento vivo.

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È un grande errore sottovalutare D’Annunzio. Quest’uomo è una vera forza, non solo per ciò che è stato in passato, ma per quello che rappresenta oggi. Nessuno ha fatto di più per portare l’Italia in guerra e alcuni dei suoi discorsi di allora, come le orazioni tenute a Fiume, ora, dureranno finché durerà la lingua italiana. Ha combattuto a terra, in mare, in aria. Fu ferito, gravemente, ma restò a combattere nonostante la perdita dell’occhio destro. Ha sempre sognato un’Italia più grande, suprema nell’Adriatico, che estenda la sua influenza sui Balcani. È certo che l’Italia sia stata derubata dalla vittoria che le era propria dall’“ingratitudine e l’egoismo” degli Alleati, ed è pronto a dare la vita per quello che crede debba essere il suo Paese. D’Annunzio possiede immaginazione strategica e abilità esecutiva. È un lavoratore instancabile e ha il dono divino di un magnetismo che attira la lealtà e la devozione degli uomini. Non possiamo dubitare del suo potere di influenzare le masse. L’ammirazione quasi religiosa con cui imbambola le forze italiane – ufficiali dell’Esercito e della Marina – è superata solo dal fervore fanatico dei suoi seguaci.

Possiamo considerarlo un superuomo favorito dalla buona stella. Non è forse apparso con successo a sfidare il suo Governo e i poteri alleati tutti? Non lo hanno lasciato indisturbato per più di un anno nella città che ha conquistato? Non ha forse ridotto – recitando mentre gli altri parlavano – la Conferenza di Pace a nulla? I suoi Arditi hanno prove micidiali della sua capacità di compiere miracoli. Hanno vissuto per 13 mesi a Fiume senza lavorare. I moli sono deserti, la ferrovia è assediata da erbacce, le fabbriche sono per lo più chiuse – la grande fabbrica di siluri Whitehead, che nel 1913 impiegava 1800 uomini, ora impiega circa 350 unità. Gli affari in città sono limitati a soddisfare le esigenze primarie. Eppure, in modo inspiegabile, i soldati sono pagati, i disoccupati ricevono doni, il cibo è abbondante, e rispetto ad altre città italiane la vita non è costosa.

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Soldati e marinai ottengono regolari razioni dall’esercito, con qualche aggiunta e un extra in vino. Di tutto c’è abbondanza, tranne che di soldi. Fiume è l’unica città dove oggi puoi avere del pane fatto con la migliore farina bianca. È una specie di torta fatta a J. L’altro giorno D’Annunzio ha venduto 2mila tonnellate di farina bianca agli austriaci.

Durante i primi giorni di occupazione, l’intero programma di D’Annunzio era riassunto nelle parole Italia, o Morte! e tutto era predisposto affinché tutti vendessero cara la pelle, distruggendo la città piuttosto che arrendersi. Fiume è stata minata con cura, per far esplodere edifici pubblici, autostrade, rete idrica, ponti, moli, magazzini, etc. La città è ancora minata, ma D’Annunzio ora sa che non verrà mai chiamato a difenderla. Per ora, è interamente protetto dall’Esercito Italiano di Occupazione, che occupa, oltre la linea pattuita nel Trattato di Londra, le altezze sopra Buccari, dove è di stanza una piccola forza slava.

Nessun soldato italiano alzerà la mano contro di lui, perché egli indossa la medaglia d’oro del mutilato. Gran parte dell’immediato futuro dell’Italia potrebbe essere legato alle tre parole che D’Annunzio ha inciso sul suo stendardo: Quis Contra Nos.