“Perché nessuno deve morire veramente”: dialogo con Daniele Mencarelli

Posted on Maggio 25, 2019, 7:17 am
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Poiché guardiamo il sottosuolo – anzi, vi sguazziamo – da poli opposti del verbo – io, semmai, con inclinazione alla cella e vocazione al postribolo, in caustico eremitaggio, lui con la fratellanza dei giusti, di chi sa che il crollo misura la propria statura se c’è un altro che ti regge – mi commuovo spesso, leggendo Daniele Mencarelli. Proprio così. I miei occhi di sasso si fanno covo di rondini, lacrime a uncino, perché avverto l’approdo, la resa ai reietti, che per me è filologia del bla bla mentre in Daniele è gesto crudo, mano tesa e pugno allo stomaco. Il lavoro di Mencarelli – uno che agita il verbo come la roncola con cui definire la potatura dell’alba e la sua durata – è un unico, grande libro, che va da I giorni condivisi (2001) a Guardia alta (2005), da Bambino Gesù (2010) fino al romanzo, bellissimo, che ne racconta la genesi e la catabasi, La casa degli sguardi, stampato da Mondadori lo scorso anno. Mencarelli racconta sempre la vita dell’uomo che è, scardinato dalla tensione a Dio, come chi non s’invetta a Babele, ma preferisce stare sotto, a parlare con i carpentieri, a capire se il Figlio sappia davvero costruire un tavolo e sbozzare una sedia dalla materia informe, perché forse, allora, anche di lui potrebbe fare un degno. Benché racconti la ferocia, Mencarelli ha sempre parole che arrotano la gioia, ed è sempre lì, nella cruna del dolore, che agisce, come bisturi intinto nell’argento, il suo dire (per questo, lavori come Bambino Gesù Ospedale pediatrico hanno l’impeto dell’indimenticabile, “Se valgono questi versi una preghiera/ dai giorni, anni, a questi uomini futuri,/ ora bambini che forse non vedranno/ la fine di questa sera di settembre”). Di questa poesia che chiama gli uomini al cerchio, al lavoro della gloria, ora è costruita una antologia, necessaria, esito di una perizia nella lirica che dura un ventennio, s’intitola Tempo circolare, la stampa PeQuod. In cima, una porzione inedita, I primi e gli ultimi, che già fa cogliere, pure a respiri scombinati, la primizia di chi è ultimo, perché Lui si esprime scegliendo gli inadatti. (d.b.)

Intanto, perché “Tempo circolare”?

Perché vivo una continua rinascita, ogni mattina riacquisto la mia identità, i miei amori e dolori, mi si ripropongono i medesimi corpo a corpo, in primis con la morte. Questa rinascita, come tutti gli elementi circolari che si rispettino, ha nel suo avverarsi qualcosa di profondamente ossessivo, perché alla fine il continuo battagliare con la vita rischia di compiere sempre lo stesso movimento, di giungere al medesimo punto, per poi, come una molla meccanica, tornare alla linea di partenza. Ma ci sono anche aspetti bellissimi. Ogni mattina riscopro i miei figli, la fratellanza dentro sconosciuti, tutti gli stupori che il cosmo accende, riscopro la tensione che la vita non dovrebbe mai cedere. Anche il passato si rimanifesta di continuo, mi viene a cercare, anche in sogno.

Infine, nella scelta di questo titolo gioca un ruolo importante anche la natura del libro, accanto alla raccolta inedita, I primi e gli ultimi, vengono riproposti buona parte dei miei lavori passati, da figlio a Bambino Gesù, sino alla prima plaquette, I giorni condivisi.

E poi, chi sono i primi e chi gli ultimi? Intendo chiederti, profondamente, che rapporto hai con Dio.

Dio è un’aspirazione, è quello che permette al tempo di essere lineare, sino alla fine dei tempi, alla rinascita fuori dal tempo. Torno al titolo del libro: Tempo circolare è in un certo senso l’affermazione di un uomo che non ha ancora pienamente la grazia della fede, che la cerca, che l’ha trovata nei luoghi in cui meno si pensa possa risiedere, dentro ospedali, manicomi, nel buio ho visto brillare ciò che sta oltre di esso. Questa sintonia, questa pace, mi sfugge di continuo, io inseguo, inseguo. Ma non vedo nulla oltre la presenza-assenza di Dio, non vedo mondo né umanità. Mi viene in mente Dostoevskij: “Senza Dio tutto è permesso”. Senza Dio non ho orizzonte, le parole che amo si svuotano. Amore. Speranza. Desiderio.

Scrivi dal de profundis, dagli abissi di una umanità reclusa nella crisi e nella scelta, tra ospedali, reietti, malati, semplici. Perché?

Perché mi scandalizza l’azione del destino. Non riesco, per incapacità mentale, a non farmi sempre la stessa identica domanda: perché lui e non io? Lui, il toccato dalla prova, cosa ti ha fatto? L’unica risposta che mi compete è la pietà, il sentirmi carne di quel dolore non mio. Le tue domande si vivono addosso, questa rimanda a quella appena sopra riguardante la fede. C’è un’accettazione del mistero delle cose che mi ribolle dentro, non riesco ad abbandonarmi al flusso della vita. Senza accettazione del mistero e senza abbandono non si può arrivare a Dio. Al massimo si può affogare nella propria mente. Anche questa attenzione verso gli ultimi, i toccati dalla prova, è un elemento della mia vita profondamente circolare. Torno alla dimensiono onirica: certe figure mi tornano in sogno, come i bambini del Bambino Gesù, come certi luoghi di pena. Il mio passato è assolutamente contemporaneo. Ne è testimone anche la mia produzione in narrativa: a gennaio del prossimo anno uscirà il mio nuovo romanzo, si dovrebbe intitolare Tutto chiede salvezza, sempre con Mondadori. È ambientato nel ’94, qualche anno prima della mia esperienza al Bambino Gesù, a cui ho dedicato un libro di poesie e poi un romanzo, racconta una settimana di Trattamento sanitario obbligatorio che mi fu imposta. Un matto in mezzo ad altri matti. Una settimana lunga come sette vite.

Da dove ti arriva la poesia e qual è lo scatto per la narrativa? Cosa leggi, ora, poi?

La poesia è la pasta madre, è la sommità delle parole, dove l’uomo ancora crede che tutto si possa dire, svelare attraverso il proprio sguardo. La poesia è una lingua di confine, è quella delle sentinelle di guardia verso le cose ignote. La narrativa è tutto e niente. A leggere certi libri di contemporanei è puro onanismo, una sorta di espressionismo vacuo dove si cerca il consenso dei propri maestri. Arriva in alcuni casi a essere la negazione stessa della scrittura come atto di condivisione con l’altro, di fronte a qualcosa che chiede, pretende di essere testimoniato. Ma quando è vera, la narrativa sa diventare cattedrale, illustra mondi interi. Qualche giorno fa ho offerto a mio figlio il Cuore di tenebra di Conrad. Non dico altro. Da ormai un paio di anni leggo poca narrativa, la poesia è quella, più che altro, regalata da libri di amici. La lettura sta diventando in me sempre più politica, nella sua accezione più ampia. Nell’ultimo anno ho studiato l’Islam, conoscevo il Corano ma non avevo mai approfondito la Sunna, in particolare gli adith di al-Bukhari. Poi tutta quell’enorme e affascinante nebulosa che risponde genericamente al nome di Rom. Mi chiama la realtà insomma.

Ritaglia un tuo verso che ti pare esemplare e spiegaci perché quello.

Se valgono questi versi una preghiera. Mi piacerebbe che qualcuna delle mie parole fosse gradita alle orecchie di Dio, non tanto per la loro bellezza, ma per l’invocazione che da sempre mi porta e sottende alla mia scrittura. Un’invocazione di salvezza, per tutto ciò che di umano e vivo si è affacciato su questa terra.

Dedichi la raccolta “ai dimenticati”. Chi sono? Perché? 

Con gli anni che passano, tutti quanti noi abbiamo modo di fronteggiare la morte. È la legge della vita: chi ci ha preceduto, i nostri padri, i fratelli maggiori, lasceranno spazio alla nuova umanità. Ci sono morti custoditi dai vivi, nel loro ricordo, nella terra della nostalgia, ma ci sono anche trapassati che nessuno tiene in vita, o quelli scomparsi nei secoli dei secoli. A loro va il mio pensiero, il mio amore, la mia preghiera non sempre limpida. Perché nessuno deve morire veramente.

***

Si pubblicano per gentile concessione alcune poesie dalla raccolta di Daniele Mencarelli, “Tempo circolare” (pQuod, 2019)

È latta l’anello che volteggia
ma tu non te ne accorgi
quello che accade nei tuoi occhi,
miracolo che i sani non vedono,
trasforma in oro la materia
rubino la rossa plastica centrale,
ridi per quel tesoro,
regalo di un ragazzo che si è detto
il tuo più grande innamorato,
chissà in pegno cosa ti ha preso
creatura sconosciuta al male,
chissà quanti i draghi che ti assaltano
pronti a fare pasto del tuo corpo.
Che Iddio ci perdoni tutti.

*

Della terra conosce i tempi
il contadino e quelli del cielo
dal vento che soffia predice
se pioggia o sole ci aspetta,
epopea secolare di braccianti
è un romanzo d’ossa e carne
tradizione vivente dentro gesti,
come i gattini ancora ciechi
presi e schiantati sul muro
per il solo fatto d’essere nat
senza chiedere il permesso.
Chissà se appartenga alle Storia
il piacere per la piccola strage,
quel sorriso sulla faccia spinosa.

*

Perdonami l’oltraggio
la bestemmia del giudizio
l’esercizio della pietra
così leggera da scagliare
senza mettersi nel conto.
Tua sarà la mano che scende
per dividere i figli dai padri
i fratelli dagli altri fratelli,
i giusti rinati nel bene
dagli empi ritti sul baratro,
ma sempre la stessa è la mano
da cui bambini nascemmo.
Forse tutti saremo salvati
brandelli della tua carne
torneremo a essere uno,
tutti salvati, oppure nessuno.

Daniele Mencarelli