“Dalla sua povertà, ha dato tutto”: vogliamo deperire, essere defraudati dell’io, votarci a ciò che è senza scampo, facendo rafting negli abissi con Yeats e Dostoevskij

Posted on Novembre 12, 2018, 2:12 pm
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La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.

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Vedovanza è il nostro abito. Secondo l’etimologico ‘vedovo’ viene dal sanscrito vindhàte cioè “diventare vuoto, mancare, essere privo”. Privazione, mancanza, scavarci fino al vuoto che non risuona, che raffina l’ingiuria in preghiera. La vedovanza è la condizione dell’uomo: uno spazio dentro cui uno si adagi, fare del nostro corpo talamo.

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La vedova è l’emblema della privazione. Nel mondo antico non c’è stato più infelice: la vedova, spoglia del marito, non gode di altra eredità che l’insussistenza. Del suo corpo, usurato, abusato, avvince l’inutilità: chi lo vuole? Non sa dare piacere, non sa più nulla – è il grado zero dell’uomo. A chi importa di questa donna in balia del fato, dell’avidità, della rabbia?

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Il racconto evangelico di Marco ricalca quello di Elia, nel Primo libro dei Re: in entrambi i casi è una vedova, povera, in punto di morte (“andrò a preparare la focaccia per me e mio figlio: la mangeremo, moriremo”, 1 Re 17, 12) a dare nutrimento, a dare la vita per la vita dello sconosciuto (Elia) o di Dio.

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Gesù è radicale: non ha interesse verso l’elemosina dei ricchi mecenati (quelli che “danno il superfluo”, Mc 12, 44), perché il regno di Dio non è in vendita; gli è vitale, invece, il sacrificio estremo della “povera vedova” che “dalla sua indigenza ha dato tutto quello che aveva, tutta la sua vita” (Mc 12, 44). L’unica elemosina possibile a Dio è il dono della propria vita – che onnipotente crudeltà.

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Anche Gesù è in stato di vedovanza – manca del padre e vive nel fraintendimento.

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Della “povera vedova”, per altro, non sappiamo il nome – non ha la grazia del riconoscimento; e neanche della riconoscenza. La “povera vedova” svanisce nella turba che ascolta la liturgia, come una misericordia in neve. Ora che ha dato il poco che aveva, che è spoglia di tutto, come potrà vivere? Ha dato tutto – senza attendersi nulla.

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La verità è che non vogliamo altro: essere defraudati dell’identità, deperire nell’io, svuotarci, denudarci, cambiare tutto. Desideriamo che il destino si compia sfasciandoci: prendi tutto quello che ho, perché voglio tutt’altro, voglio perfino liberarmi del mio nome perché il nome – cioè: come mi conoscono gli altri – è una prigione; voglio liberarmi delle proprietà perché non mi appartengono davvero; voglio liberarmi di amici, relazioni, conoscenti perché ogni rapporto è minato da incomprensioni, costellato di maschere. Voglio pigliare un coltello e alterare le mie fattezze: voglio essere altro, voglio che l’alterità si compia in me alterandomi. Dare tutto – per non avere altro in cambio che la vedovanza, il vuoto.

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Compassione verso gli altri perché non si ha pietà per se stessi.

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I romanzi di Fëdor Dostoevskij, a farci caso, sono proprio qui: la storia di uomini che lottano contro la propria recinzione ‘sociale’ – come gli altri mi vedono, mi inquadrano nel sistema di ruoli della loro mente, che mente – per giungere a quella ‘naturale’: un grido, una devozione allo sterminio di sé, la distrazione dal noto, dal mondo.

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Non si scende a patti – questa è la compassione – spingere la lama sulla radice – recidere. Votarsi al senza scampo, perché solo lì, nel bilico di morte, può belare la salvezza.

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Invito a cena, qualche sera fa. La coppia ha un bambino afflitto da una malattia gravissima: non si muove, non è autonomo nel mangiare, non parla, dorme poco. Ha dodici anni. Il suo viso è bellissimo – ti domandi cosa capisca della sua condizione, cosa soffra. Il papà stanco. La madre deliziosamente nevrotica. Più tardi mi spiega che il parto era gemellare, che ha rischiato la vita, sapendo che uno dei due figli sarebbe nato morto, per dare una possibilità all’altro. Ha rischiato la vita e in premio le è stato dato un figlio con una disabilità gravissima. Che vita è?, dici. Dai tutto quello che hai – la vita – per avere in cambio una punizione. La mamma soffre – il figlio soffre. Ci sarebbe da uccidersi. In effetti, ci si sfracella ogni giorno – e c’è un surplus di fame, di dolore e di crudeltà in chi assapora ogni giorno il soffrire. Ha occhi come roghi pietrificati, questa donna, e mi dice che il suo talento è l’autocombustione. Bruciare tutto – bruciandosi. La prassi dell’annientamento quotidiano – cambiare nomi ogni giorno per risorgere alla meraviglia d’acciaio.

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Bisogna dire il dolore per quello che è – non alterarlo con i sorrisi e le frasi di circostanza – il cristianesimo è una disciplina della spietatezza.

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“Cristo, essendosi offerto una volta per sradicare i peccati di molti, la seconda volta, senza peccato, apparirà a chi lo attende per la salvezza” (Eb 9, 28). La seconda venuta di Cristo è il dono all’eccesso: chi ha dato la vita torna per portarci all’altra vita, per realizzarla. Una delle poesie più belle di William B. Yeats s’intitola The Second Coming ed è di tonante vertigine, che turba (Turning and turning in the widening gyre/ The falcon cannot hear the falconer;/ Things fall apart; the centre cannot hold”): dopo “venti secoli di sassoso sonno”, tuttavia, a incarnarsi (“scivola verso Betlemme per nascere”) è una “bestia brutale”, l’Anticristo, forse. Una guerra cosmica si annuncia. Dalla profezia di Yeats occorre mungere speranza: solo chi si disintegra può costruire una culla con i propri frammenti. (d.b.)