I magnifici 4 e il Festival di Sanremo. Lucio Dalla ci è andato, gli piaceva, ha portato dei capolavori (“Paff… Bum!”). De Gregori lo ha snobbato, Guccini è stato escluso, De André non credeva nella competizione

Posted on Febbraio 08, 2020, 9:42 am
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Per un Maestro che sul palco del Festival di Sanremo ci è salito almeno quattro volte, altri tre illuminati vi hanno serenamente rinunziato. Chi ha avuto ragione? Ovviamente tutti e quattro.

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Il primo ha esordito nel 1966 con un pezzo dal titolo quasi futurista. In Paff… Bum pare di sentire il rumore de La fontana malata di Aldo Palazzeschi. Il brano si apre così: “Paff… Bum! Un tuffo in fondo al cuore/ Paff… Bum! L’amore mio sei tu/ Paff… Bum! È stato all’improvviso/ Paff… Bum! E non ragiono più”. Da questi versi naif e quasi elementari, nel 1966, anche un indovino non avrebbe potuto prevedere quello che poi sarebbe diventato. Dalla sua aveva il tempo: non aveva ancora compiuto 23 anni. Acerbo, ma non per questo poco profondo. Come il mare.

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Gli piaceva Sanremo. Eccome se gli piaceva. Perché si divertiva. E poi dal palco poteva vedere da vicino quello che gli italiani definivano senza mezze misure “l’ochismo delle presentatrici”. Posto privilegiato, altro che la prima fila dell’Ariston…

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Nel 1971 copre la strada che unisce Bologna a Sanremo per presentare uno dei suoi pezzi più densi e profondi: 4/3/43. La canzone in realtà era nata un altro titolo ma gli strali della censura imposero una modifica: vista la storia raccontata – quella di una ragazzina di 16 anni che viene messa incinta da un ignoto soldato alleato – Gesù bambino era stato giudicato “irrispettoso”. Lucio ha il suo primo guizzo di genialità: sòccmel, se non va bene quel titolo, ci metto la mia data di nascita. Ma non basta: i rompicazzo della censura gli chiedono di “correggere” alcune strofe che, a loro modo di vedere, potrebbero essere blasfeme o più semplicemente inadeguate. Così “mi riconobbe subito proprio l’ultimo mese” si trasforma in “mi aspettò come un dono d’amore fino dal primo mese”, “giocava alla Madonna con il bimbo da fasciare” diventa “giocava a far la donna con il bimbo da fasciare”. Nemmeno la chiusura piace ai scassacoglioni: la straordinaria “e ancora adesso mentre bestemmio e bevo vino/ per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino” (dal vivo la cantava in versione originale comunque) si ammorbidisce sino a diventare “e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino/ per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino”.

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Lucio aveva capito di aver fatto centro: “Ebbi subito la sensazione di aver fatto qualcosa di veramente grosso, mi commuovevo e per due anni mi sono sempre commosso ogni volta che la cantavo. Poi cominciai a cantarla in pubblico”. La canzone piace, non c’è che dire. Dalida, la meravigliosa Dalida, la splendida Dalida, voce unica e gran pezzo di, la interpreta in francese mentre Chico Buarque de Hollande, dopo averla sentita direttamente da Dalla, decide di darla in pasto alle al popolo sudamericano. Chico, riportano le cronache, la memorizza a orecchio e ne scrive un testo nella sua lingua. “Gliela cantai in un ristorante a Roma, a Campo de’ Fiori – disse Lucio -. Si mise a piangere a dirotto. Tornò in Brasile e ne fece la sua versione. Un successo pazzesco”.

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Lucio a Sanremo c’era stato anche nell’anno maledetto. Nel 1967 propone Bisogna saper perdere, abbinato con i Rokes di Shel Shapiro. È l’anno del suicidio di Luigi Tenco. “Andammo a Sanremo insieme, prendemmo la camera vicina, e la sua morte mi sconvolse… non dormii per un mese” raccontò.

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Francesco Guccini, ‘il Maestroni’, fotografato da Alessandro Carli

La morte di Luigi – che ai tempi era fidanzato con Dalida – rappresenta anche il debutto “apocrifo” al Festival di Fabrizio De André. Faber, sul quel palco, non ci è mai salito. Ma attraverso Preghiera in gennaio, idealmente, ci ha messo piede.  “L’ho dedicata a Tenco”, ha spiegato. “Scritta, o meglio pensata nel ritorno da Sanremo dove c’eravamo precipitati io, la mia ex moglie Enrica Rignon e la Anna Paoli. Dopo aver visto Luigi disteso in quell’obitorio (fuori Sanremo peraltro, perché non ce l’avevano voluto) tornando poi a Genova in attesa del funerale che si sarebbe svolto due giorni dopo a Cassine, mi pare, m’era venuta questa composizione. Sai, ad un certo punto non sai cosa fare per una persona che è morta, ti sembra quindi quasi di gratificarla andando al suo funerale, scrivendo – se sei capace di scrivere e se ne hai l’idea – qualcosa che lo gratifichi, che lo ricordi… forse è una forma… ma d’altra parte è umano, credo…”.

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Ha scelto Enzo Biagi per spiegare il suo rifiuto di partecipare al Festival. Era il 1985. “Se si trattasse di una gara di ugole, se io pensassi di essere attrezzato per fronteggiare delle ugole sicuramente migliori della mia, se fosse solo un fatto di corde vocali, la si potrebbe ancora considerare una competizione quasi sportiva, perché le corde vocali sono pur sempre dei muscoli” spiegò Faber. “Nel mio caso dovrei andare a esprimere i miei sentimenti o la tecnica con i quali io riesco ad esprimerli, e credo che questo non possa essere argomento di competizione”.

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Nel 1994 Fabrizio scrisse le parole di Cose che dimentico, una canzone che il figlio Cristiano aveva presentato a Sanremo ma che venne rifiutata per la tematica affrontata: Fernando Carola, poeta sardo. Era un amico di Faber ed era malato di AIDS.

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Nel 1972 Lucio Dalla torna a Sanremo con Piazza Grande, dedicata a un homeless, un senzatetto. Gianfranco Baldazzi, solo nel 2011, ha rivelato che la piazza che dà il titolo al brano non è il luogo simbolo di Bologna, Piazza Maggiore, ma “la più raccolta Piazza Cavour”. Al festival ligure Piazza Grande arriva ottava.

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Per Fabrizio De André il Festival era solo una “competizione sportiva di corde vocali”. A Francesco Guccini una volta gli fu proposto di partecipare, ma solo come autore per Caterina Caselli e Gigliola Cinquetti. Il brano però non passò le selezioni preliminari. Sembra che non se la sia presa, comunque, il Maestrone. “Non sono mai andato perché il genere di canzoni che faccio io non si presta. È un rifiuto reciproco: io non voglio Sanremo e Sanremo non vuole me”.

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Nemmeno Francesco De Gregori è mai stato in gara a Sanremo. L’unica sua esperienza risale al 1980, quando scrisse per Gianni Morandi – su musica di Ron – il brano Mariù, che rimase fuori dal podio. Quell’anno vinse Toto Cutugno con Solo noi. Come per Faber, anche “Il principe” sul palco ci è salito solo poeticamente: nel 1976 scrisse Festival, dedicata a Luigi Tenco. “Bisogna avere il coraggio di essere un po’ critici anche con il Festival di Sanremo”, ha raccontato il cantautore romano. “È una passerella di canzoni concepita come una gara e già questo è abbastanza fastidioso. Non credo, poi, che questo evento annuale riesca a riassumere il meglio della produzione della canzone italiana di oggi. Credo di poter dire che la musica che ha pesato di più, anche sul piano del mercato, negli ultimi 10 anni (1975-1985, ndr) non è passata dal canale di Sanremo”.

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La storia è questa. “Nessuno si senta offeso”.

Alessandro Carli

In copertina: Lucio Dalla, anni Sessanta; nel 1966, a Sanremo, esordisce con “Paff… Bum”