Dagli omicidi politici alla cyberwar: come cambia l’azione dei Servizi segreti in uno scenario più critico di quello della Guerra Fredda. Una lezione istruttiva di Aldo Giannuli

Posted on Febbraio 25, 2019, 12:44 pm
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La proclamazione per cui la sovranità appartiene al popolo di cui all’art. 1 della Costituzione ha due specifici significati: in primo luogo, il popolo ha la titolarità delle scelte politiche, in modo diretto tramite referendum, od indiretto, mediante i propri rappresentanti parlamentari.  Parallelamente, il potere esecutivo è legittimato ad agire dalla volontà popolare, espressa dall’elezione del Presidente o da un voto di fiducia del Parlamento.

In secondo luogo, il Governo è vincolato al rispetto delle norme legislative.

Quest’ultimo assunto comporta due corollari: la consapevolezza popolare sulla ratio delle attività dell’Esecutivo, ad esempio la promulgazione di una legge, e la facoltà del potere giudiziario di investigare sulla condotta del Governo. In tal senso, emerge la necessaria trasparenza dello Stato dinanzi alla nazione ed alla magistratura.

È però facile comprendere come la trasparenza, al di là della connotazione astrattamente positiva, se applicata a questioni strategiche, ad esempio economiche o militari, rischierebbe di porre le stesse a conoscenza di soggetti ostili allo Stato, quali organizzazioni criminali. Può qui forse proporsi una similitudine con un dirigente d’azienda che, al fine del successo dell’impresa, non condivida con la totalità dei sottoposti le proprie intenzioni, per scongiurare il rischio che queste giungano alla concorrenza.

In tal senso, emerge un ambito sottratto alla struttura democratica, in cui si profila la necessità di un atto di fiducia di cittadini e magistrati nei confronti dell’apparato di Governo. Quest’ultimo infatti, nel perseguire il proprio fine istituzionale (l’interesse dello Stato comunità), deve tacere il mezzo utilizzato. Rispetto a tale rapporto fiduciario, l’impossibilità giurisdizionale di condurre inchieste e quella del popolo di ricevere informazioni sulle attività dell’Esecutivo si concretizzano nel segreto di Stato.

Ferma la suddetta necessità di tale istituto, occorre però considerare la natura corruttiva del potere, per cui la fiducia degli associati nei confronti dell’Autorità non potrà non conoscere limiti. In particolare, con riferimento alla durata del vincolo di segretezza, i governanti potranno nascondere ai governati determinate informazioni, nell’interesse della collettività, ma tale scelta dovrebbe rivelarsi una volta venute meno le ragioni che imponessero la segretazione.

Dunque, nell’accettazione di un limite alla struttura democratica, sarebbe opportuno che gli oggetti sottratti alla stessa, quando ciò fosse possibile, venissero desecretati e posti alla conoscenza del popolo sovrano. Qualora ciò non avvenisse, gli interessi che si intenderebbero tutelare non sarebbero quelli dello Stato comunità, ma piuttosto, plausibilmente, quelli dei governanti del tempo, nel tentativo di sfuggire al giudizio democratico, o quelli del partito che avesse apposto il segreto, per preservarne l’immagine dinanzi agli elettori.

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Come noto, l’istituto del segreto di Stato non conosce specifica disciplina costituzionale, posto che né la Carta né i lavori preparatori contengono indicazioni circa i principi da utilizzarsi come criteri per la legittimità delle norme sul tema.

Tale condizione determina una sorta di “zona d’ombra”, la quale tutela l’apparato governativo anche dopo un lungo intervallo di tempo, quando non sussistano più ragioni a sostegno del vincolo di segretezza, data ad esempio l’impossibilità dei soggetti ostili allo Stato di trarre vantaggio da tali informazioni. In forza di quanto sopra, gli organi di Governo tendono frequentemente a protrarre nel tempo la rivelazione pubblica del contenuto degli archivi di Stato e ad opporsi alla loro consultazione, condotta suscettibile di nascondere agli inquirenti eventuali reati. A prescindere ora dalla disciplina propria del segreto di Stato, è opportuno soffermarsi sulle azioni che tale istituto mira a coprire, dunque le attività dei servizi per la sicurezza, e sul ruolo che questi ultimi hanno ricoperto e ricoprono nelle dinamiche globali.

Il periodo intercorso tra la fine della Seconda guerra mondiale ed il crollo del Muro di Berlino, convenzionalmente definito “guerra fredda”, ha conosciuto una visione tripartitica della società globale, che conteneva un primo mondo sviluppato, liberale e capitalistico, un secondo socialista, industrializzato e totalitario, ed un terzo sottosviluppato. In particolare, i primi due regimi trovavano i propri rappresentanti rispettivamente negli USA e nell’Unione Sovietica, mentre al resto del mondo veniva chiesto di schierarsi ideologicamente, e quindi concretamente, con uno degli schieramenti. Tale situazione semplificava le dinamiche globali e consentiva uno studio più agevole delle azioni dei servizi di intelligence, ma ad oggi tale tripartizione è ormai estinta.

Il panorama attuale mostra infatti gli USA impegnati a conservare il proprio esclusivo ruolo di superpotenza, i paesi emergenti, quali Cina, Sudafrica e Russia, mossi verso un equilibrio globale formato da potenze regionali e carente di un’unica leadership, ed il mondo islamico crescere e delineare la nuova sfida globale.

Questa nuova macrostruttura ha determinato due enormi archi di crisi, situazioni caotiche e ravvicinate che, anche per ulteriori fattori di contaminazione, quali il credo religioso o l’ideologia politica, rischiano di dar luogo ad un pericoloso rapporto causa – effetto per cui l’aggravamento della condizione di uno Stato influenzerà quella dei confinanti. Il primo di tali archi si protrae dal Nord Africa al Medio Oriente e sino al Giappone, mentre il secondo, meno esteso, si sviluppa dall’Estonia alla Siria.

Non vi è una formula univoca per rappresentare le situazioni in atto lungo tali archi, potendosi trattare di conflitti aperti, guerre civili o “semplici” tensioni interne, ma gli esempi sono numerosi: l’insorgenza jihadista in buona parte dell’Africa settentrionale; la residua attività dei Fratelli Musulmani in Egitto; l’attacco dell’Arabia Saudita in Yemen, che ha visto indirettamente coinvolto anche l’Iran; il conflitto israelo palestinese; la crisi siriana, vero e proprio crocevia di tensioni tra cui la pressione turca, l’intervento russo e l’azione di al-Nusra; la tensione tra le potenze nucleari dell’India e del Pakistan; le contese territoriali della Cina con il Vietnam, per le isole Paracelso, ed il Giappone, per l’arcipelago di Senkaku Diaoyu; le mire russe sul territorio estone; la questione ucraina, e nello specifico della Crimea;… rappresentano solo alcuni degli esempi di focolai più o meno acuti di tensione sullo scacchiere internazionale.

Lo scenario attuale risulta peraltro più critico di quello della guerra fredda, posto che il pur precario bipolarismo di quest’ultima godeva comunque della supervisione, anche militare, di due soli Stati, nonché di alleanze generalmente stabili. Ad oggi, in assenza di un coordinamento centrale, ciascuno dei suddetti focolai rappresenta un equilibrio a sé, indipendente, più arduo da controllare e mosso da ideologismi privi di una complessiva coerenza.

Queste ragioni rendono il ruolo dei servizi segreti più che mai determinante, anche per la carenza di effettività che caratterizza l’azione della diplomazia internazionale.

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Il compito e lo scopo delle attività di intelligence è oggi quello di indurre crisi eterogenee nei teatri interni stranieri, sedando quelle che comprometterebbero i propri interessi e risolvendo ciascuna in modo a sé vantaggioso. In tal senso, ad ogni azione dovrà tenersi conto delle plausibili risposte non solo del Paese o dei Paesi interessati, ma anche di eventuali terze parti, coinvolte o meno nell’oggetto del contendere.

Brevemente, e con riferimento alla “zona d’ombra” anzidetta, si consideri come tali valutazioni necessitino di un’analisi strategica che coinvolgerà inevitabilmente l’autorità politica, dando luogo ad uno scontro tra soggetti eletti, più interessati ad un riscontro nel breve termine, e soggetti tecnici, le cui azioni mirano a risultanze più durature ed effettive. Tali differenze, nonché la rispettiva scarsa considerazione, in termini strategici, degli uni per gli altri, tendono però a complicare la definizione di numerose questioni e la soddisfazione degli interessi nazionali.

In ogni caso, fermo il rapporto con la politica che può costituire un possibile ostacolo per i servizi segreti, essa rappresenta però uno dei campi, con particolare riferimento alle relazioni estere, in cui più si sviluppa l’attività d’intelligence, tramite azioni quali la sobillazione di tensioni interne agli Stati avversari od il sostegno a correnti favorevoli ai propri interessi. La destabilizzazione politica ad opera dei servizi di sicurezza potrà infatti realizzarsi tramite mezzi eterogenei, dall’azione di propaganda, volta a delegittimare il Governo straniero, al supporto di gruppi insurrezionali, dalla diplomazia “coperta” per isolare l’avversario nei rapporti internazionali alla fornitura di denaro od armi a paesi terzi a lui ostili.

Per quanto attiene alle misure “soft”, che non prevedano l’uso della violenza armata, esse consistono solitamente in azioni quali il blocco delle esportazioni, l’interruzione dei prestiti ed il congelamento dei depositi bancari di persone fisiche o giuridiche dello Stato straniero. In un’ottica di medio e lungo periodo, queste ultime determineranno un disagio economico tanto per le classi più abbienti quanto per le più indigenti, incentivando il malcontento civile e quindi disordini sino a tumulti popolari. Tale pratica è sembrata negli ultimi decenni prerogativa diretta od indiretta degli USA. Per un esempio in tal senso si considerino le sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’isola di Cuba, che pur godeva del sostegno sovietico, nonché quelle ingiunte a Iraq, Venezuela a Sudan, approvate dall’Assemblea Generale ONU ma in cui dietro ai voti di vari paesi europei, nonché di Giappone e Canada, poteva scorgersi la volontà americana.

Recentemente, la prevaricazione USA si è notata nella dichiarazione del Presidente Trump per cui il divieto di rapporti economici con l’Iran non vigesse per le sole imprese americane ma anche per quelle europee, a rischio di inserimento in una “lista nera” con conseguente interdizione da transazioni economiche internazionali in valuta americana (il dollaro USA è la moneta utilizzata dai circuiti finanziari globali) qualora violassero il divieto.

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Sul tema dell’istigazione di rivolte interne, si consideri comunque come la prassi abbia evidenziato la necessità di svolgere adeguate valutazioni prima di sobillare il malcontento popolare. I servizi di intelligence hanno infatti ormai compreso come la natura imprevedibile della volontà umana, ed ancora di più di quella di piazza, non consenta loro di agire in quanto “burattinai” dell’agire comune. Valga in tal senso il celebre caso delle Primavere Arabe, che taluni sostenevano essere orchestrate dagli USA ma che hanno prodotto esiti a loro non confacenti tra cui la rivolta in Bahrein, la proclamazione dell’ISIS e l’assenza, Tunisia esclusa, di nuovi insediamenti di Governo (plausibile scopo di una rivoluzione “orchestrata”).

In ogni caso, le misure politiche dei servizi non si esauriscono in iniziative economiche o nell’eventuale e cauta sobillazione di moti popolari, ma talvolta giungono a soluzioni decisamente più “hard”, tra cui i c.d. “omicidi politici”. Esempi di tale pratica possono riconoscersi nelle azioni sovietiche degli anni Trenta tese all’omicidio di dissidenti comunisti (Trockji) e di defezionisti della Direzione Politica di Stato quali Reiss, nonché nelle operazioni del Mossad israeliano che hanno comportato la morte in territorio straniero di vari individui, tra cui il rappresentante dell’OLP a Roma ed un leader di Hamas a Dubai. Più recentemente, può ricordarsi l’omicidio dell’avvocato Dragoslav Ognjanovic, difensore di Milosevic, ucciso a Belgrado lo scorso luglio, ed il tentativo, il mese successivo e tramite un drone, di eliminare il Presidente venezuelano Maduro, anche se in entrambe le ipotesi si staglia il dubbio del coinvolgimento o meno di servizi d’intelligence.

L’attualità dell’azione politica di questi ultimi vede infine l’emergere di un particolare settore, quello della cyberwar, o guerra cibernetica. Il cambio radicale nelle strutture di interscambio delle informazioni ha infatti riformato significativamente la condotta dei servizi di sicurezza, tenuti a predisporre adeguati meccanismi di difesa e di attacco rispetto al mondo cibernetico. L’esempio più celebre degli ultimi anni è probabilmente quello della vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane, oscurata dai dubbi di un’intromissione di hacker russi nel sistema di voto allo scopo di scongiurare la Presidenza di Hillary Clinton e porre nello Studio Ovale un amico di Mosca. In particolare, gli interrogativi riguardano l’intromissione nei database democratici per la raccolta di informazioni sfavorevoli alla candidata e l’influenza dell’opinione pubblica tramite l’uso dei social network, la più classica forma di open source che tanto ha riformato l’attività dei servizi.

Tale fattispecie ha posto in luce i vantaggi della nuova frontiera cyber della lotta politica dei servizi di sicurezza, tra cui la possibilità di causare gravi danni all’avversario senza rischiare la vita di alcun cittadino, militare od operatore d’intelligence.

Peraltro, le implicazioni della cyberwar non si limitano al pur rilevante settore delle intromissioni elettorali. Nel 2010, l’Iran è stato infatti vittima di un malware, noto come Stuxnet, introdotto nelle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio per rallentare la presunta corsa iraniana verso la bomba atomica. Nel corso di tale attacco, dalle significative implicazioni politiche e la cui responsabilità ad oggi è ascritta ad USA ed Israele, nessun agente americano o di Tel Aviv ha oltrepassato il confine iraniano rischiando la cattura o la morte.

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Ferma la suddetta rilevanza dell’azione politica, un ulteriore ambito d’azione per i servizi segreti è l’economia, che nel mondo globalizzato risulta strettamente correlata alla prima posto che frequentemente l’una sostiene l’altra, pur con scopi talvolta dissimili. Specificamente, la finanza ha preso il posto della politica. Ad oggi, tra le più significative attività d’intelligence nella guerra economica si trovano lo spionaggio finanziario ed il contrabbando di dati. Sul punto, occorre considerare la comunanza tra attività finanziaria e dei servizi di sicurezza: entrambe operano tramite raccolta di dati.

In particolare, nel settore finanziario i servizi di intelligence trovano la risposta ad un problema che già con la cyberwar si era delineato: la possibilità di agire nella (quasi) totale assenza di rischi. La correlazione tra finanza, economia e politica, la concezione del mondo per cui la percezione si sostituisce all’essenza, la possibilità di far crescere o decrescere il valore di un’azienda tramite operazioni anonime, la connessione tra la messa in stato di accusa di un Amministratore Delegato di New York e la crisi del mercato agricolo indonesiano, forniscono ai servizi di sicurezza il terreno ideale su cui svolgere le proprie attività e conseguire gli obiettivi prefissi.

Intelligence e finanza rappresentano probabilmente i settori che hanno registrato più mutamenti dal processo di globalizzazione. Il ruolo dei servizi di sicurezza ha infatti assunto progressiva rilevanza a decorrere dalla metà dello scorso secolo. Nel corso del secondo conflitto mondiale, e successivamente nella guerra fredda, emerse come, se la direzione strategica dei combattimenti permaneva nelle mani dell’apparato politico-militare, questo assumeva le proprie decisioni sulla base delle informazioni fornite dai servizi segreti.

Ad oggi, è invece la stessa intelligence a stabilire direttamente le linee strategiche tramite il lavoro di analisi. Essa rappresenta lo strumento primario delle operazioni coperte che si snodano dalla destabilizzazione monetaria al terrorismo, dalla guerra cognitiva alla manipolazione dell’high frequency trading, dagli attacchi cyber alle differenti forme di depistaggio. Ovviamente, tale considerazione implica un mutamento degli ambiti di intervento, delle metodologie operative e della formazione professionale degli agenti. Ad un’impostazione prettamente ideologica, diffusa nel secolo scorso, si è sostituito un pragmatismo geopolitico, mentre il fine della dominazione territoriale è confluito nel controllo di comunicazioni e trasporti.

In particolare, la nuova struttura della raccolta delle informazioni, ad oggi molto più estesa che in passato per volume, velocità e varietà (i c.d. “Big Data”) richiede tecniche innovative, tra cui algoritmi per trattamento ed analisi dei dati, in cui i servizi d’informazione hanno mostrato un elevato grado di competenza.

In conclusione, la progressiva crescita che i servizi hanno mostrato nel secolo scorso conosce oggi un incremento esponenziale. Mai come oggi infatti essi hanno disposto di capacità di penetrazione, di diffusione e di intervento, e mai hanno ricoperto una tale centralità nelle dinamiche dominanti a livello regionale e globale.

Aldo Giannuli

*Si pubblica la conferenza di Aldo Giannuli, “Il segreto di Stato tra Costituzione Formale e Costituzione Materiale”, tenuta presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli Studi di Pavia; il testo è stato sistemato editorialmente da Fabio Calvi, Dottorando in Diritto Internazionale presso l’Università degli Studi di Pavia. Aldo Giannuli ha pubblicato di recente “Come i servizi segreti stanno cambiando il mondo” (Ponte alle Grazie, 2018)