Da Pallone d’Oro a Presidente della Liberia: intervista a George Weah. “Roberto Baggio mi ripeteva che ‘è tutto un magna magna’”

Posted on marzo 08, 2018, 12:57 pm
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Lunedì 22 gennaio 2018. George Weah, 51 anni, ex calciatore, ha giurato come Presidente della Liberia. Gli ho inviato un messaggio di congratulazioni. Mi ha risposto. Il nostro è un rapporto sincero, leale, di collaborazione umanitaria che parte da lontano. Da quando era arrivato al Milan dove ha giocato dal 1995 al gennaio 2000 mettendo a segno 58 gol in 147 partite, vincendo due scudetti e un Pallone d’Oro (primo giocatore africano a vincerlo). Non sono mai stato un cronista sportivo né un tifoso rossonero sfegatato. Ma Weah al Milan faceva notizia. Così l’avevo intervistato.

George Weah

George Weah oggi. Dal calcio alla presidenza della Liberia

E dopo i soliti convenevoli sulle tattiche, i dribbling e le trasferte Weah (che per i giornali era diventato Re Leone o King George o Big George o Giorgino) aveva cominciato a parlare dei problemi della sua Liberia e di come risolvere la povertà dei bambini. Davanti al mio stupore mi aveva spiegato «quando sono in campo mi concentro sulla partita. Quando esco dallo stadio non guardo i programmi di calcio e non leggo i giornali sportivi ma mi occupo dei problemi della mia terra. Lo sport è uno strumento per aiutare il mio popolo». Ci accomunava, e tutt’ora ci accomuna, la collaborazione con Unicef anche se in ruoli diversi (lui è testimonial e ambasciatore). E sempre per Unicef, da quel momento siamo rimasti in contatto, anche solo al telefono o via mail o attraverso skype. L’ultima volta l’ho incontrato a Bruxelles. Era settembre dello scorso anno e Weah era in piena campagna elettorale. Che ha vinto. E poi, come ho detto, le congratulazioni per la conquista della Presidenza e uno scambio di commenti e sensazioni sul suo futuro. Perciò questa non è una semplice intervista. È una specie di raccolta di confidenze private, battute spiritose, frasi che l’hanno reso famoso, ricordi divertenti ma anche l’analisi obiettiva di sconfitte politiche e di rivincite orgogliose, speranze deluse e sogni dissolti prima dell’alba ma poi risognati per realizzarne almeno uno. Che finalmente si è concretizzato. E Weah ce l’ha raccontato. In esclusiva. Sentimentale.

Partendo dal calcio è diventato Presidente.

Dal calcio si imparano molte cose.

Anche dai colleghi?

Soprattutto italiani.

Per esempio?               

Quando giocavamo insieme nel Milan Roberto Baggio mi ripeteva che «è tutto un magna magna».

Se l’è ricordato?        

Ho messo la lotta alla corruzione al primo punto del mio programma.

E la libertà?

Liberia deriva dal latino liber. La libertà è alla base del mio programma politico.

Baggio raccontava che in  albergo lei dormiva sul pavimento.

Un modo per ricordare a me stesso le mie origini. Da dove sono partito. Da una bidonville di Monrovia.

Prima del calciatore aveva fatto altri mestieri?

Centralinista alla Liberia Telecommunications Corporation.

Sempre Baggio diceva che lei a tavola sceglieva sempre il riso.

Un altro modo per ricordare che nel mio villaggio mangiavamo solo una manciata di riso.

È importante non montarsi la testa?

Fondamentale. Lo facevo da calciatore famoso, a maggior ragione da Presidente.

Però sa anche scherzare sulle sue origini.

L’umorismo e la voglia di sorridere non devono mai mancare.

Servono anche a sdrammatizzare il razzismo dilagante?

Non l’ho mai avvertito in Italia. Almeno, non con me.

Baggio è famoso anche per la sua fede buddhista, lei invece è un musulmano convertito.

La mia famiglia, specialmente mia nonna paterna che mi ha cresciuto, era cristiana.

Come  mai ha cambiato maglietta?

Dio è grande e buono, comunque lo si chiami. Ma credo che quella musulmana sia la religione giusta per me.

Tutti   ricordano quando pregava anche in mezzo al campo.

Prego cinque volte al giorno. Anche per strada, anche quando giocavo.

Anche come  Presidente?

Molto di più. Ne ho bisogno. La responsabilità è enorme. Ma so che Dio mi è vicino. E mi aiuta.

A proposito di partita, è vero che ha inserito nel protocollo d’investitura presidenziale una partitella di calcio?

Il calcio unisce. Quando eravamo in guerra, l’unica cosa che univa la gente era il pallone.

Quindi rientra nei festeggiamenti nazionali?

Weah All Stars contro Armed Force Liberia, l’esercito.

Maglietta numero 9 e fascia da capitano?

Fascia da capitano ma maglietta numero 14.

Ha segnato? 

Il primo dei due gol che ci hanno permesso di vincere 2 a 1.

Sarà istituzionalizzata la partitella di fine settimana?

Non credo. È stata una delle ultime volte che mi avete visto giocare a calcio.

Partita anche diplomatica con il calcio d’inizio dell’ambasciatrice statunitense.

L’appoggio statunitense è stato fondamentale. Barack Obama ci ha aiutato nella crisi dell’Ebola e non solo.

E con Trump?

Il fatto che abbia definito shitholes i Paesi africani non ci fa stare tranquilli.

Una prospettiva che rende ancora più difficile il suo ruolo.

So di avere gli occhi puntati addosso. Sento lo scetticismo di molti.

Di chi?

Di chi pensa che un ex calciatore non possa essere un buon Presidente.

Forse  perché tutti  conoscono il suo curriculum sportivo, pochi quello accademico.

Scuola media al Congresso musulmano, scuola superiore alla Wells Hairston High School, laurea in Arte e Amministrazione sportiva alla Parkwood University di Londra, dottorato onorario in Umanità dal A.M.E. Zion University College della Liberia, master in Pubblica Amministrazione e business management alla DeVry University in Florida.

Basta così! Forse manca la preparazione politica…

Nei sei anni del mio mandato dimostrerò il mio valore.

Dicono che lei non  sappia parlare in pubblico con proprietà di linguaggio politico ed economico.

Parlo di progetti e di cose concrete.

Le rinfacciano che in tre anni al Senato non abbia brillato.

Brilla l’amore che ho per la mia gente.

Che cosa ha promesso?

Più strade e nuovi posti di lavoro.

Ci sono cartelli per le strade che le ricordano di mantenere le promesse.

Lo so. Il Governo precedente ha promesso e non ha mantenuto.

Perché lei sarà diverso?   

So di che cosa ha bisogno la mia gente. Non dimentico mai da dove arrivo.

Ce la farà?

Ce la dobbiamo fare. Le aspettative delle persone mi danno la carica giusta.

Troppo ottimista?

I giovani mi hanno votato perché sperano di cambiare la propria vita come ho fatto io.

Non tutti nascono Weah.

Tutti però possono provarci.

Liberian dream?

Il mio compito è di dare ai giovani un sogno.

I sogni sono desideri?

Voglio provare a dare ai giovani l’opportunità che ho avuto io.

Claudio Pollastri

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(L’intervista di Claudio Pollastri, pubblicata parzialmente per gentile concessione, si può leggere nel numero 684 di “Studi Cattolici”, febbraio 2018; info: www.ares.mi.it)