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“La donna è una creatura sconosciuta, soprattutto a se stessa”. Leggere “Custode del fuoco sacro” per affondare le vecchie certezze

Custode del fuoco sacro di Alessandra Comneno (pubblica Anima edizioni, 2015) è un libro che esplora le radici antiche del femminile che si sono tramandate oralmente fino ad oggi, da donna a donna, in quei rari nuclei abitativi del Messico. L’autrice ha vissuto tanti anni in questi territori, compiendo viaggi e pellegrinaggi andando continuamente alla ricerca di chi siamo, da dove veniamo. La Comneno scrive un libro dedicato all’energia femminile, al fuoco sacro che ogni donna porta dentro di sé, un libro che è un inno e un invito a rispettare e riconoscersi. Custode del fuoco chiede alle donne di conoscersi, di esercitare una femminilità consapevole che non sia in opposizione al maschile, che sia invece un completarsi. “Una volta quando una giovane donna si sposava, le anziane del clan che camminavano nella saggezza le davano in dono le braci ardenti del loro fuoco. La giovane aveva il dovere di mantenerlo vivo, in caso contrario, non potendo accenderlo autonomamente ricorreva ai carboni accesi della dimora di un’altra donna.” In questo racconto riportato di donna Abuela Margarita c’è moltissima solidarietà femminile, se una donna non ha fuoco le altre le passano le loro braci incandescenti, ci si passa di mano il fuoco. Riportare la donna a una dimensione di comunione con il suo simile è uno dei cardini del percorso di conoscenza di sé stesse. Se vivo il mio simile come una minaccia allora sono io stessa una minaccia per me stessa. “La dignità di essere donna era l’arte di saper risvegliare le braci”.

Alessandra attraverso le esperienze che ha vissuto in Messico e le storie che tante donne le hanno raccontato riporta in questo saggio una visione del femminile tutta da riscoprire, senza inutili estremismi. La donna nella sua diversità deve accogliersi ed essere accolta per quello che può dare dalla sua natura. La donna deve imparare a rientrare dentro di sé, deve praticare un isolamento volontario: “Per incontrare la propria natura, le antiche tradizioni invitavano la donna ad assentarsi temporaneamente dal quotidiano, donarsi tempi dilatati in cui ritrovarsi a contatto con il creato per curare il senso di solitudine: un esilio interiore che può portarla all’oblio di sé provocando l’ansia di essere utile a qualcosa, salvare qualcuno o scappare all’incubo di trovarsi nel vuoto.” In questa pratica sta tutta la lode del vuoto, un inno alla solitudine come stato di presenza/assenza a se stessi, dove la sospensione dal reale è un atto di volontaria rinuncia apparente. Si rinuncia alla vita per rientrare nella vita. 

Custode del fuoco è anche un testo che esplora le antiche conoscenze e gli antichi riti del ciclo mestruale per le donne. Per secoli “il tempo della luna”, così era chiamato il periodo mestruale, è stato considerato soprattutto in Italia un periodo di impurità, la donna perdeva la dignità come essere umano e come capacità sessuale. Il sangue è qualcosa di sporco, denso e quasi nero è un fluido scomodo, da nascondere. Nascondendo questo aspetto si nasconde anche la potenza terapeutica di questo fluido che segue il ritmo dei cicli lunari. Le donne hanno nascosto la loro natura a loro stesse talmente bene che ora riappropriarsi della propria stirpe sembra un viaggio impossibile per la coscienza. “Nella cultura patriarcale, la donna è sempre stata considerata utero e terra, e il suo sangue è servito per costruire materia. In quanto all’uomo, egli produce sperma, scintilla, liquido color bianco, puro, pulito mentre il mestruo è sporco, denso e nero”. Alessandra Comneno ci descrive gli antichi rituali delle donne tramandati fino ai giorni nostri per riconciliarsi in quei giorni del mese con la terra. Il sangue non va in assorbenti e gettato, il sangue andava raccolto e restituito alla terra. Le donne si sedevano in terra e mettevano a contatto la loro parte intima con la terra, “respiravamo profondamente, contraendo e dilatando le pareti della nostra grotta sessuale”.

Il così detto tempo della luna è il momento in cui le pareti cellulari dell’endometrio subiscono una rigenerazione spontanea, la cavità sessuale si ripulisce dei suoi traumi e dei suoi piaceri, si svuota per lasciare il passato e fare vuoto per accogliere il nuovo. Alessandra descrive moltissimo l’aspetto di contatto rispettoso e devoto che queste donne curanderas hanno nei confronti delle piante, delle creature silenziose verdi che le circondano. “Sapevano usare le erbe e dosare i veleni, utilizzandoli come farmaci. Non guardavano la malattia, curavano il paziente.” 

Conoscono tutti i nomi, tutte le proprietà che ogni pianta o albero che le circonda possiede. Oggi siamo esiliati dal naturale attorno a noi, siamo inconsciamente espiantati dalla nostra stessa terra e incapaci di fidarci di noi stessi, abbiamo l’ossessione della vista, abbiamo dimenticato l’olfatto, sappiamo ancora toccare? A volte il piano della malattia non è solo collegato all’organo, non è la foglia il problema, se questo fa parte di un sistema che è il nostro corpo, la nostra coscienza, il nostro piano emotivo. Le curanderas accedono a piani di consapevolezza energetica molto difficili per noi da immaginare o da sperimentare. Dove la malattia non è solo un batterio, a volte il malato si trova in un “non luogo” perché per un dolore emotivo ha dovuto esiliarsi da sé stesso per tentare di sopravvivere, e invece di accogliere, respinge quel dolore. Ricordo una mia paziente giovane che era venuta per una risonanza alla schiena, aveva un mal di schiena che le rendeva impossibile stare in piedi e camminare, era costretta alla sedia a rotelle. Mi dice che le è morto il marito da poco, la risonanza è risultata poi totalmente negativa. Forse una donna curanderas avrebbe saputo come fare. Io invece mi trovo disorientata davanti a questi dolori, spezzano letteralmente il tuo asse, che è la colonna.

La Comneno dedica poi alcuni capitoli all’aspetto relazionale e sessuale, a come era vissuto e a come è stato tramandato. Colpisce molto il concetto di sacralità del proprio corpo e della propria sessualità. Il corpo è visto come un involucro morbido da valorizzare e da conoscere, la donna non deve mai spegnere la sensualità che emana, deve imparare a coltivarla anche da sola. Il fuoco sacro passa anche da lì. Il sesso si può fare a luci accese, senza vergognarsi dei propri genitali. Il concetto di vergogna è fuori completamente da questo ambito. Ad ogni modo la sacralità della solitudine è importante, unirsi sessualmente a qualcuno equivale a fondere un patto energetico tra due persone, tra due grovigli che portano con sé la loro storia. La donna quando poi sa di essere incinta si allontana da sola nella natura per ripensare al momento esatto in cui ha desiderato un figlio, il giorno della nascita coincide con il primo pensiero, non con il parto. Dall’antichità il valore della parola, anche in forma di nucleo, come quella del pensiero, è di estrema importanza. La parola crea sempre un confine, può portare doni come veleni. Siamo ciò che ci raccontiamo di essere.

Custode del fuoco è un testo che consiglio soprattutto alle donne che hanno la voglia di riscoprire il proprio centro femminile in una modalità equilibrata, senza presunzioni di superiorità rispetto al maschile. Consiglio questo libro anche agli uomini come specchio, comprendere l’imprevedibilità delle donne può essere snervante e sfinente, ma la descrizione dei rituali antichi ci riporta a una dimensione più piccola, meno egocentrica. Il nucleo non siamo noi, il nucleo si fa insieme.

Clery Celeste

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