Contro il culturalismo sfrenato dei palinsesti tivù, torniamo alla cultura. E riempiamo le scuole di poeti

Posted on Febbraio 24, 2018, 10:34 am
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L’impressione è che nella convulsa epoca della comunicazione in eccesso, dove ogni sapere è soppiantato da un linguaggio tracimato e planetario, si confondano i termini e il loro significato, tanto che il culturalismo e la cultura sono diventati, impropriamente, un tutt’uno. Leggo testualmente la definizione di culturalismo: “boriosa e sussiegosa ostentazione di cultura”.

Le strade, i non-luoghi, gli appartamenti, gli uffici: uno sciame di vita scorre nelle giornate di sempre, tra la gente di ogni città. Spesso ci chiediamo dove sia alimentata l’esistenza che non si vede. Nella gioia, nel dolore, nel rancore, nell’indifferenza, nella generosità? L’invisibile, la vita interiore moraviana, quel di più che teniamo dentro, che non afferriamo nel viso di chi si interfaccia con noi. È dall’esperienza che nasce un’idea di cultura, non dall’ideologia. È dallo studio, dall’approfondimento, dalla comparazione.

Elena Svarc

La poetessa russa Elena Svarc (1948-2010)

La cultura è materia in fermento, non un concetto orecchiato. È nella voce che non esce, come quella della poetessa della ex Russia Elena Švarc  (venuta a mancare nel 2010) che sto leggendo in questi giorni. A Valaam, un’isola sul lago Ladoga, questa donna non si immaginava in terra o in cielo, ma sospesa in un campanile, in alto, quasi potesse ascoltare una novella nel vento, un canto. Risuonava silenziosa dentro, nella vita che non si sa dove pulsi, eliminando perfino “l’embrione della coscienza” e covando l’inesprimibile. Ripudiava la furia, invocava la mitezza. L’avvizzimento della pelle e la vecchiaia le facevano paura. Avrebbe voluto uscire fuori da sé per osservarsi, per stringere la mano a Dio come fosse un confidente. È proprio la poesia impastata di vita che ci indica una strada non consueta, fuori dal culturalismo di chi ama i cortei pro e contro e rivendica una sorta di superiorità antropologica. È il principio di sopravvivenza che ci accomuna nella lettura e nella scrittura: un talismano, una ragione o un sentimento che non ha nulla a che vedere con gli scontri di piazza, con i centri sociali, con Casa Pound e Forza Nuova, con il fascismo e l’antifascismo, con la destra estrema e la sinistra post-sessantottina.

Søren Kierkegaard, nel suo Diario (1834/55) dava una prova mordace di ottimismo. “C’è in ogni uomo qualcosa che resiste più del molare più resistente, e una cosa a cui egli sta più attaccato che ad un braccio o ad una gamba: la voglia di vivere”. La brama, la stessa del santarcangiolese Raffaele Baldini, il grande poeta del nostro Novecento che inventò un vecchio personaggio che mandava a cagare chi “chiamava” la morte e che beveva il vinello al selz per brindare alla salute. Il suo buonumore saliva durante la partita a tressette in un bar o in un cinema parrocchiale.

Già nel 1908 Arturo Graf diceva in Ecce homo: “Il paese di più incerti confini che sia nel mondo è quello della umana stoltezza”. Il culturalismo, cioè, di chi sferra cazzotti con le parole, di chi si azzuffa in televisione e sui social, diremmo oggi. Prima il litigio era visto sul teleschermo, ora lo si esercita in prima persona attraverso le chat e gli altri mezzi di comunicazione telematica. Si è dentro un sistema che da gabbia si è rivestito da canile. Lo chiamano punching ball: qualcuno o qualcosa preso a pretesto per scatenare la rissa. Succede tra i tifosi di calcio come tra i politici, tra gli anonimi cittadini. Il comportamento stereotipato della televisione degli anni Novanta si è trasferito su Facebook, Messanger, Instagram, Twitter. Chi più urla più pretende la ragione, a costo di mistificare la realtà. I talk show che finivano con un accavallamento di voci contrastanti, domina sul web. Le verità sono tutte singole e si possono alterare senza un nucleo antisofisticazioni che intervenga. Frustrati, prepotenti, volgari, depressi, egoisti colpiscono duro per un tornaconto: la visibilità personale. Il punching ball è la trasmissione del disagio e dello smarrimento. È ferocia sfuggente, flebile. La guerra per primeggiare, per un fasullo principio di supremazia nel dire prima di altri in un contesto confuso e pressappochista.

Da Lilli Gruber la faziosità è di casa, come in altri palinsesti Rai e Mediaset. Alla radio il principio non cambia. Audience e grida si prendono per mano, finché non subentra lo scandalo o l’omicidio del signore della porta accanto che fa ancora più gola, da Sky fino alla piattaforma software. Una volta la gentilezza era un principio insegnato, ora l’insolenza contagia ogni età. Esiste una rivalità acerrima tra le ultime generazioni, tra quei ragazzi in marcia che dovranno salvare la reputazione del Paese. Sono figli di un’Italia più povera e più raffazzonata, di quei padri che strepitano o che sono rassegnati. Tutti pronti per il punching ball con il pungiglione in mano. Ma non leggono un libro, dicono e non dicono, non conoscono la storia, non sanno neppure cosa sia successo l’8 settembre 1943. Sono pregni di culturalismo massificato.

Raffaello Baldini

Raffaello Baldini (1924-2005) in una fotografia di Simone Casetta

Nel 1979, finite le ultime rappresaglie ideologiche, il sociologo statunitense Christopher Lasch, nel suo La cultura del narcisismo, scriveva anticipando un male che si sarebbe propagato a dismisura nei decenni successivi: “La fuga dalla politica, come viene definita dall’élite dirigenziale, può essere un segno che rivela la crescente riluttanza delle persone a partecipare al sistema politico nelle vesti di consumatori di spettacoli prefabbricati. Può non denotare affatto, in altre parole, un ritiro dalla politica, ma annunciare le fasi iniziali di una rivolta politica generale”.

Oggi, nella disaffezione, la rappresaglia si è insinuata nel linguaggio. Se una volta era criptico, asettico e oscuro, nel terzo millennio è volgare e grossolano. Una versione rappresenta la faccia opposta e uguale dell’altra. Il dibattito, nella piattaforma orizzontale, è appannaggio di tutti. Facebook, in particolare, consente di correre il rischio peggiore, cioè di alimentare lo sproloquio. Pertanto oggi le cose non vanno meglio di ieri. C’è chi, nella rivolta alla quale faceva riferimento Lasch, parla per allusioni, chi ad un destinatario perché intenda, chi scatena la trivialità, chi vede l’avversario come un nemico da abbattere. Raramente emerge un problema tangibile con una proposta sensata. Si giudica attraverso un wrestling rinnovato di giorno in giorno.

Da una recente indagine è emerso che su Facebook si va anche per trovare persone simili, che si gratificano reciprocamente con i “like” e con opinioni avvalorate a vicenda. Il mezzo è trasformato in una via di fuga dal vis-à-vis, in un confronto al riparo dagli altri per ottenere consensi fasulli, meccanici. Nella piazza virtuale tutto è ammesso, pur di piacere. Fateci caso: su Facebook si sentenzia, non si discute. In fuga dalla socialità in un’epoca di dissoluzioni collettive, per dirla ancora con Lasch, dove non si aprono nuovi confronti ma si presta il fianco ad un metodo malato: il consumatore di spettacoli rinuncia al sistema e costruisce il suo show dentro casa. I Matteo Renzi e i Beppe Grillo si moltiplicano all’infinito in una massa incompatibile di voci sovrapposte. È questo il risultato di un culturalismo frenetico e ipervisivo.

È da poco scomparso un uomo di cultura: il polacco di origine ebraica Zygmunt Bauman, sociologo, filosofo e antropologo che ha attraversato il Novecento, il nazismo, il comunismo, l’antisemitismo e il capitalismo. Nell’epoca postmoderna (termine talmente abusato al punto che non sappiamo più definirlo) Bauman aveva coniato il logismo di società liquida. Nei suoi saggi (in Italia pubblicati da Laterza) sostiene l’incertezza che ottenebra la società moderna derivante dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. Lo smantellamento delle sicurezze in una civiltà nichilista, alimenta un individualismo in cui si cerca di non rimanere fuori dalla nevrotica partecipazione di massa (rapidità, permeabilità e mutevolezza risultano i fattori chiave sui quali si muove il mondo). Tra capitale e lavoro è subentrato il disimpegno, così come nei rapporti sentimentali, sempre più sfilacciati ed improvvisati. La società liquida è la società dell’incertezza, una sorta di “inferno portatile” dove si tende ad esistere attraverso la parola semplicistica. Zygmunt Bauman si è soffermato sulla modernità che produce esseri umani in esubero, sia perché le loro condizioni economiche sono precarie, al limite dell’indigenza, sia perché si sta perdendo l’abitudine a preservare l’uguaglianza. La persona è la maschera che ricopre un ruolo assegnato. È questa, parallelamente, la solitudine del cittadino globale del terzo millennio: obiettività e coscienza appaiono gravemente pregiudicate, spesso inconsapevolmente.

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Come riscoprire la cultura, dunque? Non si sente il bisogno di ascoltare lezioni, di rivolgersi ad un pezzo da novanta per capire di più. Il giornalismo culturale può essere recuperato, ma senza l’attendibilità delle voci rimane lettera morta. Il pubblico chiede attenzione, ma non dimentichiamo che il nodo sta nel culto maniacale per la notizia. La necessità dell’approfondimento, della ricerca, dell’analisi dovrebbe essere il fuoco del dibattito, ma di fatto non lo è.

Ecco un esempio tangibile. Si discute spesso su come incrementare la scoperta dei libri letterari, la vendita di testi poetici e critici. Di fatto la nostra contemporaneità rischia di essere desertificata da una mancata attenzione a partire dal mondo scolastico che non si occupa degli scrittori del secondo Novecento e del terzo millennio. Non è un mistero che gli insegnanti non leggano e non conoscano affatto il loro tempo attraverso i loro autori, e dunque che non siano propensi ad incoraggiare l’immersione nella letteratura contemporanea intesa come esperienza di vita. Non va meglio nelle università: ho amici che insegnano in vari atenei, da Milano a Napoli, e mi segnalano che le risorse intellettuali e materiali impiegate per la promozione dei contemporanei sono decisamente poche. Raramente viene ospitato un poeta in una scuola o in un dipartimento di italianistica. I libri rimangono confinati in uno spazio ristretto usufruito solo dagli addetti ai lavori. La poesia, peraltro, non è più considerata un prodotto di mercato e anche i romanzieri faticano ad uscire dalle catacombe.

Sono tra coloro che incoraggiano recital, festival, incontri con l’autore e premi letterari, specie quelli che si compongono di una giuria popolare alla quale vengono dati in dotazione i volumi. Se la letteratura italiana sopravvive ancora è anche per l’impegno di chi contribuisce a farla respirare dotandosi di capacità organizzativa. E’ bene raggiungere un’utenza. Nascessero tanti festival come quello di Mantova, o iniziative emulative di ciò che viene realizzato a Pordenone o a Modena, la stessa poesia si salverebbe dall’oblio.

I poeti, però, hanno un difetto costituzionale, l’autoreferenzialità. Se incominciassero a pensare al bene comune, al movimento di un pubblico come strumento cognitivo oltre l’attività della propria scrittura, le cose cambierebbero. Vengo da una terra, le Marche, dove Franco Scataglini, dalla sua residenza (che divenne un programma radiofonico su Radio Tre regionale nel biennio 1980-1981) coniugava la cultura con il senso della lingua poetica. Raccolse le forze emergenti di una straordinaria generazione insieme con la voce, in ideale controcanto, di maestri già riconosciuti (da Betocchi a Caproni, da Roversi a Scalia, a Turoldo). Che cosa significa scrivere/pensare/vivere qui piuttosto che in un astratto altrove? Questa era la domanda di Scataglini. La poesia si spezza come il pane e si serve a tavola, diceva nelle conviviali. È dai luoghi che bisognerebbe prendere il via per fare cultura, per il bisogno di scoprire un universo sepolto: da Dante a Petrarca, da Tasso a Leopardi, a Montale, fino ai letterati del 2018. Nella storia e nella geografia della cultura umanistica, come insegnava il dimenticato Carlo Dionisotti.

Alessandro Moscè