Cronache dalla fine (terza puntata): “I morti mica possono sognare. Ma morendo, impari l’essenziale”

Posted on marzo 10, 2018, 8:06 am
12 mins

Fine settembre.

Sul lungomare di Ostia tira un vento che è già autunno. LN si specchia sulle vetrate del McDonald’s. È un mese, mi dice, che ha perso tutti i capelli. Oramai si è quasi abituato a vedersi così, nonostante ci sia sempre qualcuno a scambiarlo per un militante di estrema destra. E lui scherza: “Ma santoddio, non le vedono le occhiaie?”

LN: Iniziamo col dire che ho paura, che me la sto proprio facendo sotto all’idea di non svegliarmi più. Ti rendi conto di aver dormito quando ti svegli, no? Ma se dormi senza svegliarti non sai di dormire. Non sai un cazzo, quando dormi.

GG: Non è sempre così. A volte nel sogno sono conscio di sognare e, quindi, conscio di dormire.

LN: Ma i morti mica possono sognare.

GG: Magari possono fare molto altro. E poi, chi te lo ha detto?

LN: Lo so e basta.

GG: Su quale base?

LN: Sognare è una prerogativa dei vivi. Come pensare e parlare. I morti dormono e niente. Ai morti non è concesso fare altro. Non possono sognare perché, se sognassero, non sarebbero morti.

GG: Da come parli sembra che tu veda la morte come una punizione.

LN: No, punizione no. Però un morto non può mica camminare o parlare come stiamo facendo io e te adesso, non sei d’accordo?

GG: Esperienza sul campo. Tocca andare di là e vedere. Così possiamo solo speculare.

LN: Visto che con buona probabilità sarò io ad anticiparti, facciamo un affare: tu mi paghi e io, una volta di là, ti faccio sapere tutto. Cinquanta euro.

GG: Facciamo venticinque adesso e venticinque quando ho ottenuto le informazioni.

LN: Ammazza, fai il prudente con uno che sta morendo? Va bene, vorrà dire che Caronte lo pagherò in natura. Però, sappi che gli dirò di riservare lo stesso trattamento anche a te, un giorno.

LN ha ventitré anni. Gli mancano tre esami alla laurea triennale in filosofia. Esami che, alla luce delle sue attuali condizioni, non è sicuro di poter sostenere. Il tumore al cervello – i suoi dolori improvvisi, i repentini giramenti di testa – gli impediscono di concentrarsi a lungo nello studio.

LN: Lo studio della filosofia non mi ha dato e non mi dà alcuna consolazione. Non penso ci si debba approcciare alla filosofia con l’ansia della materia salvifica o dell’arricchimento culturale. Fatto tuo tutto il pensiero filosofico dell’uomo, ti ritrovi sempre e comunque al punto di partenza. O di arrivo.

GG: E qual è questo punto di partenza? O di arrivo.

LN: Guardami. Cosa vedi?

GG: Un ragazzo.

LN: Fuori strada. Stai vedendo un corpo. E questo è tutto. La partenza, il percorso e l’arrivo.

GG: Un po’ semplicistico.

LN: Morendo impari l’essenziale.

LN è stanco. Ci sediamo sulla balaustra del pontile.

LN: I primi anni del liceo venivo sempre qui a Ostia quando facevo sega a scuola. Ci venivo da solo, a fumare. Mi sarei fumato pure la merda in quei giorni. Ero sempre fatto e piangevo un sacco. Mi faceva bene piangere. Perché poi mi sentivo felice – almeno fino al pianto successivo. Non mi vergognavo di piangere davanti agli altri. Fin da ragazzino, sono stato sempre incoraggiato alle lacrime. Tutte le volte che qualcosa mi buttava giù, mia madre diceva: “Fatti un pianto, ti sfoghi e vedi come poi stai meglio”. All’inizio non mi veniva facile piangere. Dovevo sforzarmi. Poi, mi sa che ci ho preso un po’ troppo la mano: calcola che a otto anni piangevo praticamente ogni giorno e a tredici bastava che formulassi un qualsiasi pensiero triste per scoppiare in lacrime. Naturalmente, questo mi ha creato un sacco di problemi: venivo preso in giro, isolato. Dopo i diciotto anni, niente. A piangere non sono più riuscito. Ho ripreso in quest’ultimo periodo, recuperando tutto alla grande. Fra me e mia madre riempiamo proprio le piscine.

GG: Il fatto che da bambino non ti vergognassi di piangere in pubblico è ammirevole. Io piangevo in pubblico e poi me ne vergognavo che fermati, da non dire proprio. Ci pensavo sopra giorni e giorni.

LN canticchia il ritornello di Boys don’t cry dei Cure. Scende dalla balaustra e improvvisa un balletto. Gira su sé stesso tre volte. Seguirlo mi viene naturale. Un passante si ferma a guardarci e quasi mi aspetto, ingenuo, che ci segua, che inizi anche lui a muoversi come gli viene. Lo vedo armeggiare con il cellulare. Ci sta scattando una foto. “Siete bellissimi,” dice prima di andarsene. Lo ringrazio. LN non lo ha sentito – preso dal ballo.

GG: Il tipo ci ha scattato una foto, hai visto?

LN: Ma davvero?

LN chiama ad alta voce l’uomo. “Signore, ehi, signore aspetti!” L’uomo si gira. LN gli grida: “Mi può scattare un’altra foto, per favore? Soltanto a me, però”. LN si mette in posa. Si avvicina all’uomo per vedere com’è venuto lo scatto. Lo sento dire: “Ti lascio il mio numero, inviamela su WhatsApp.”

Riprendiamo a camminare.

L’annuncio del messaggio arrivato. “Peccato che non si veda il mare”, dice LN mostrandomi la fotografia. Gli faccio notare la striscia grigia alle sue spalle, che non è il marmo della balaustra, ma la schiuma di un’onda. “Ah, sì, ma è troppo poco. Peccato. Dopo me ne fai un’altra?”

GG: Perché hai scelto Ostia come luogo dell’appuntamento? Una specie di tour della memoria?

LN: No. Mi piace e basta. Come ti ho detto, i miei ricordi di qui non sono felicissimi, quindi vederlo come “una specie di tour della memoria” sarebbe ridicolo. Che dovrei dirti: “Ehi, quella è la panchina dove ho passato tre ore di fattanza? E quello è l’angolo dove sono scoppiato a piangere mangiando un gelato alla fragola?”. Però adoro questo posto. A te non piace?

GG: Sì. Una volta avevo diverse amicizie qui. Ci venivo spesso. Comunque, le cittadine di mare sono uguali dappertutto. All’inizio dell’estate 2016 andai a New York, per il mio compleanno. Da lì visitai il New Jersey e, ci credi, le città sulla costa erano identiche alle nostre. Stessi lungomari, stessa architettura. Incredibile.

LN: E stesse persone?

GG: Non ho approfondito.

LN: Pure lì, ne sono sicuro, e proprio in questo momento, un malato terminale sta parlando della sua fine imminente con un coetaneo che poi ne scriverà.

GG: Al telefono, mi hai parlato a grandi linee di un appuntamento molto importante per questa sera. La tua ragazza?

LN: No, amica. Qui ti faccio ridere. Ho sempre avuto una fissa per lei. E, come ogni fissa che si rispetti, non era e non è tuttora ricambiata. Lei è sempre stata a conoscenza del mio desiderio nei suoi confronti ma, siccome mi considera un amico, uno dei suoi migliori amici, non è mai successo niente. Però, da quando ha saputo della malattia, sono cambiate alcune cose. Un po’ mi imbarazza, perché sembra lo faccia per compassione, una specie di ultimo desiderio di un condannato a morte. Il famoso “spirito da crocerossina”. Lei ci scherza sempre. “Vedi i vantaggi della malattia?”, mi dice. “Consolati, perché se fossi stato sano, non sarei nuda qui con te adesso”. E io allora le rispondo: “Non montarti la testa, perché se non sei tu è un’altra”. Ci divertiamo molto insieme. Sarà triste non vederla più. Anche lei soffrirà molto. Del resto, abbiamo camminato insieme per dodici anni, quasi.

Non so cosa dire. Rimango in silenzio. Forse annuisco. LN mi soccorre.

LN: Ma secondo te, un morto festeggia il suo compleanno nel giorno in cui è nato o nel giorno in cui è deceduto?

GG: Secondo me festeggia entrambi i giorni.

LN: Immagina che sfiga se uno morisse il giorno del suo compleanno.

GG: Brutto. Come chi nasce il 25 dicembre.

LN: In una famiglia che non può permettersi regali extra e tre o quattro fratelli da invidiare. Tutti nati lontani dal Natale, magari in piena estate.

GG: E per loro gite al mare, torte fredde, feste in giardino.

LN: Ma, a proposito di giardino, senti che sogno l’altra notte. Un giardino con una tavolata lunghissima e tantissimi invitati. Ciascuno aveva davanti a sé una ciotola piena d’acqua che non finiva mai, nel senso che tu la bevevi, ma l’acqua non si esauriva, si riformava da sola, che ne so. Un tale mi diceva che l’acqua era l’amicizia, un altro che era l’amore. Un altro che quell’acqua era la morte e che la si doveva bere per restare morti, perché solo restando morti ci saremmo potuti riposare all’ombra dei pini. Non chiedermi cosa volesse dire. Io guardavo la ciotola e non bevevo. Gli altri mi incoraggiavano, ma io niente. A un certo punto, tutti si alzavano in piedi e iniziavano a galleggiare in aria. Salivano piano verso il cielo, che via via diventava sempre più scuro. Anche io volevo salire con loro. Mi avventavo sulla ciotola, per bere, ma la trovavo vuota. Tutte le ciotole erano vuote. Guardavo il cielo e non c’era più nessuno.

GG: Guarda, ho la pelle d’oca.

LN: Sì, modestamente è un gran bel sogno. Te lo vendo, se vuoi. Per te, un prezzo da amico.

Gabriele Galloni