Cronache dalla fine. “Sul ring ero una macchina da guerra, mi chiamavano Flash Gordon: guarda che figurino, sai che invidia il giorno del funerale…”

Posted on Febbraio 24, 2018, 10:10 am
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Mezz’ora in anticipo. Su Via Giovanni Porzio (zona Trullo, Roma) nemmeno un passante. Trovo subito la palazzina. Per discrezione decido però di non citofonare e aspettare l’orario stabilito. Mi avvio verso Piazza Mosca. Un gatto, sdraiato sul tettuccio di una Ford Fiesta, risponde miagolando al ronzio di un condizionatore, poi si stufa e inizia a giocare con l’antenna radio. A Piazza Mosca si può intuire il mare. Il viadotto della Magliana è un anticipo di spiaggia. Il viadotto che da qui si vede intero e che da bambino mi suggeriva infiniti abbandoni lirici. Mancano cinque minuti alle diciassette. Decido di citofonare. In ascensore mi domando: come ci si rapporta con qualcuno che molto probabilmente non vedrà la fine del prossimo mese? CF mi aspetta davanti alla porta di casa. È molto alto. Mi passerà di quindici centimetri. La sua stretta di mano ha qualcosa di prepotente. Mi fa accomodare in salone. Appese alle pareti, tantissime fotografie, tutte di CF. CF al mare, CF in montagna, diversi selfie. CF sotto la doccia, da giovane, che si insapona i capelli e guarda languido l’obiettivo della macchina fotografica. CF bambino insieme a un gigantesco peluche di zebra.

Mi versa da bere e si serve a sua volta.

“Ci spostiamo sul terrazzo?” propone. “A quest’ora c’è ombra; si sta bene.”

CF ha sessantacinque anni. Nonostante dalla canottiera larga io riesca a contare le sue costole, una per una, non lo direi certo un malato terminale. CF inizia subito a parlare; non c’è bisogno nemmeno di tirare fuori il taccuino con le domande.

CF: Secondo te quanti anni ho?

GG: (Fingo di non saperlo) Cinquantacinque?

CF: Sessantacinque. Malato da quattro. Comunque grazie davvero.

GG: E di cosa?

CF: Di avermi dato dieci anni di meno (ride). Ho sempre fatto molto sport. È per questo che adesso sto ancora in forma nonostante la malattia. Ma immaginati che figurino, il giorno del funerale. Tutti a invidiarmi. Pensa quelli delle pompe funebri… quando mi spogliano e dicono “anvedilo! ma chi era questo? Sessantacinque anni? Ma qui hanno sbagliato qualcosa…”

GG: Che tipo di sport hai praticato?

CF: Di tutto. Soprattutto pugilato. A un certo punto, potevo anche combattere per il titolo di campione regionale. Poi ho smesso perché mia madre… vabbé, lo sai come sono le madri. Come sono fatte…

GG: Si preoccupava?

CF: Si preoccupava? Era folle, era. Mia madre era capace di chiudermi a chiave dentro la camera il pomeriggio degli allenamenti. Poi mi faceva uscire per cena e con la promessa che non sarei più andato in palestra. E io sì sì sì, ma poi ci riandavo puntualmente quando lei stava al lavoro. Alla fine mi disse: “O molli la palestra, oppure da casa mia te ne vai”. E che dovevo fare? Non avevo lavoro e fuori casa non sarei riuscito a campare. Così ho mollato il pugilato.

GG: Quanti anni avevi?

CF: Trenta; trenta e qualcosa. Ero un pischelletto. Tu quanti anni hai detto che hai?

GG: Ventidue.

CF: Pensa te. Un cucciolo.

GG: (A bruciapelo) Come hai vissuto la scoperta della malattia?

CF: (Ci pensa un attimo su) Mah, normale. Quella che l’ha presa peggio è stata mia madre. Anche se adesso le è venuto l’Alzheimer e per fortuna non capisce né ricorda più niente. Quando le dissi che avevo un cancro al pancreas, si sentì male. Vomitò tutta la notte.

GG: Sei figlio unico?

CF: Sì sì. Pure tu?

GG: Pure io.

CF: Lo sapevo. I figli unici li riconosco dalla faccia, ormai. Comunque mi stavi chiedendo: la malattia, come l’ho presa, la reazione eccetera. Che devo dirti? Io non ho mai avuto troppa paura della morte. Quando viene viene. All’inizio i medici non avevano detto quanto mi sarebbe rimasto. Mi dissero solo che andava curato con urgenza, che non era cosa semplice e bla bla bla. Però nessuna data di scadenza, insomma. Quella me l’hanno detta lo scorso mese. Mi hanno proposto un ricovero e io gli ho detto di no: morte per morte preferisco morire a casa. No?

GG: In ospedale possono tenerti sotto controllo costante, però…

CF: E a che ti serve? Il tempo da vivere resta comunque quello. A questo punto preferisco andarmene in mezzo alle cose che amo. Magari vicino a mia madre. La settimana prossima vado a prenderla all’ospizio e la faccio venire qui. Stiamo insieme, ricordiamo i vecchi tempi…

GG: Quanti anni ha adesso tua mamma?

CF: E che? Mica si chiede l’età di una donna.

GG: Maleducato che sono. Chiedo venia.

CF: (Fissa davanti a sé) Certo è proprio strano…

GG: Cosa?

CF: Parlare di quando muoio. È strano, pensaci.

GG: Neanche troppo. Prima o poi succede a tutti.

CF: (triste) Ma secondo te a sessantacinque anni sono ancora giovane? Sincero, guardami. Che pensi? Questo è un vecchio, questo ha dato? Oppure questo può ancora fare molto, ha ancora molto da dare e da prendere…?

GG: Sicuro non sei vecchio. Però immagino che tu la tua vita l’abbia vissuta.

CF: Sì. Anche se forse avrei potuto ottenere di più. Tipo…

GG: Tipo?

CF: Diventare campione regionale di boxe. Sai quante ragazze avrei avute tutt’intorno? In quegli anni, c’era il mito del pugile. Dopo la terza media, tutti i maschietti sul ring. E fino ai quarant’anni: che problema c’era?

GG: Non voglio sembrarti indelicato…

CF: Ma figurati, vai, dimmi!

GG: Esattamente quanto ti hanno dato da vivere? Preciso, dico.

CF: Venti giorni fa mi hanno detto due mesi. Due mesi sono sessanta giorni, quindi meno venti sono quaranta. Un mese e poco più.

GG: Hai dei progetti particolari per questo periodo di tempo?

CF: Stare con mia madre. Mi piacerebbe, poi, scrivere alcune poesie. Una al giorno, magari. Così alla fine ne metto insieme trentacinque circa. E trentacinque poesie possono farlo un libro, vero?

GG: Certo.

CF: Ottimo.

GG: Mi sembra una gran bella idea.

CF: Oppure un viaggetto. Breve, qua intorno. Mi piacerebbe andare a visitare Marino. I Castelli in generale. Non ci sono mai stato. Bello lì?

GG: Bei posti. Ma sono anni che non ci vado…

CF non mi lascia il tempo di finire la frase. Si alza di scatto dalla sedia e rientra in casa. Lo sento tirare ripetutamente lo sciacquone. Tutti i rubinetti del bagno aperti al massimo. Rientra dopo cinque minuti buoni. Ha gli occhi rossi; le vene del collo gonfie. Ha il fiatone, ma cerca di dissimulare.

CF: Sto bene, scusami. Ho avuto solo… (fa un cenno generico).

GG: Tranquillo, tranquillo.

CF: Dicevamo?

GG: Mi avevi chiesto dei Castelli. Bei posti, lì. E con la macchina si raggiungono in un attimo.

CF: Io però non guido. Ci sono le corriere?

GG: Quante ne vuoi. Anche il treno. Ti lascia a Velletri e da lì giri con gli autobus locali.

CF: A mamma farà piacere.

GG: Come immagini il momento immediatamente successivo alla tua morte? Non so se credi in un aldilà, o qualsiasi altra cosa.

CF: Immagino una grande luce. No, che grande, solo luce. Una luce immensa. E qualcosa che mi porta su, in alto, anche se nella luce non riesco a vedere nient’altro. Però una specie di ascensore che sento sotto i piedi. E alla fine della luce qualcuno mi chiede il nome e il cognome e subito dopo: “Sei stato buono. Dove vuoi andare?”. Io sono stato sempre buono. Non ho mai fatto del male a nessuno. Oddio, tranne sul ring… lì ero una macchina da guerra. Non ce n’era per nessuno. Mi chiamavano Flash Gordon, mi chiamavano.

Gabriele Galloni