“A colui che senza speranza si affida all’insperabile…”. Cristina Campo e la nostalgia dell’Eden

Posted on Dicembre 02, 2020, 11:41 am
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Scrivere di Cristina Campo non può che sfociare nel fallimento.

(Ma non è questo il destino di ogni scrittura? Sigillando l’inappagatezza della forma, la fuga eterna del residuo inespresso, ogni prosa e ogni verso scompaiono, aboliti. Ma proprio in questo suo andare a fondo, la letteratura ogni volta ricrea la propria materia. Ciò che resta dopo la grande conflagrazione è, appunto, il linguaggio – mandato in pezzi e poi riplasmato da un demiurgo cieco).

Una parola che voglia lambire come un commento l’opera di Cristina (questa «trappista della perfezione», come la chiamò un adorante Ceronetti), inevitabilmente si ritroverà ad agguantare il vuoto. Perché le pagine del Flauto e il tappeto e di Fiaba e mistero non espongono concetti (razionalmente dominabili) né impongono dottrine (eticamente raccoglibili). Esse narrano ciò che il genio fisiognomico di Cristina ha contemplato: un lampeggiare continuo di spaesanti corrispondenze, accostamenti tra sostanze e qualità incomparabili, dettati nell’unica forma possibile.

Si potrebbe pensare, in questo senso, a quel dono dell’aggettivo toccato in sorte a Manganelli, che nei suoi capolavori (su tutti, il Nuovo commento) pratica l’aggettivazione spiazzante come metafora alchemica, come oscura combinatoria barocca delle leggi del linguaggio – nella consapevolezza cabbalistica che l’alfabeto è Dio stesso, e che, quindi, rivoluzione sintattica significa sconvolgimento cosmico. Niente di più lontano dalla prosa di Cristina, che solo cercò di esprimere la bruciante visione, limitando severamente la massa delle parole, inseguendo la purezza che solo il silenzio regala. Sotto l’occhio vigile della sua attenzione (che spazia dall’arte del tappeto iranico a Chopin, dai Padri del deserto a Proust, dai Promessi sposi al miracolo vocale del gregoriano), la natura appare allo stato di idea, senza un soggetto che la rappresenti: ritmo ancestrale di amore e repulsione da cui si generano e nel quale si sciolgono quelle abissali analogie, quei vincoli che, nell’istante del loro balenio, aboliscono ogni coordinata di spazio e tempo.

Ma cosa traspare in questa fulminea pienezza, che subito dilegua, se non il profumo dell’Eden? A sfolgorare, infatti, è la vita dell’istante eterno, l’infanzia senza volto e senza nome che precede la colpa e la storia. Solitaria soprattutto nel destino, Cristina non ebbe fratelli in questa elezione, in questa nostalgia dell’Eden – a eccezione di Sergio Solmi, l’unico scrittore che, per i miracoli della prosa, davvero può esserle affiancato. In una pagina di struggente lucidità, Solmi tratteggia l’ora dell’adolescenza, la perdita dell’infanzia-Giardino, quando «la realtà, in cui originariamente l’anima penetra e nuota come in una propria emanazione e trasparenza, e in cui trapassano e sfumano insensibilmente i cari aspetti e coloriti del beato puerile abbandono, comincia a farsi impenetrabile e opaca, diviene “l’altro”. E, come si sa, dalla più o meno rapida e felice accettazione di questo “altro” dipenderà in gran parte il nostro destino».

Consumata questa lacerazione universale, la parola è condannata a snodarsi lungo il filo del tempo, a risuonare nella gabbia dello spazio. Perché la geometria del verbo è sempre euclidea, e ogni lingua accade necessariamente fuori dai santi cancelli dell’infanzia. La voce originaria, il nome attraverso il quale Adamo conobbe il creato, invece, era pura musica, in cui parola e cosa coincidevano, e il taglio tra soggetto e oggetto non era stato ancora vibrato. Ecco allora il gesto messianico di Cristina: rifondere il linguaggio in musica, attingendo a ogni sillaba «l’acqua fulgida e cupa da cui ha vita la percezione sottile», verso il cristallo di una bellezza geroglifica: una forma unica, irripetibile e intraducibile, dove, una volta per tutte, poesia e prosa sono dolcemente ricucite. È l’idea della perfezione, che non ammette sottrazione né aggiunta, come in alcune tele di Giorgione, o negli equilibri sonori di Pergolesi e Mozart. Una lingua mutata in liturgia, espressa in forme eterne, idee a un tempo inscalfibili e fragilissime.

Simmetrie arcane: eternità e tempo; perfezione e colpa; giustizia e storia; cielo e materia. Cristina le aveva contemplate, e sapeva bene a quale ordine prestare orecchio: «Due mondi – e io vengo dall’altro» è il verso che fa da alfa e omega a una sua poesia. Ma questo ‘altro’ mondo coincide con la sfera dell’infanzia, naturale espressione della gioia originaria. Per questo, in pagine che sembrano uscite dalla penna esoterica di Walter Benjamin, si legge che «i bambini hanno organi misteriosi, di presagio e di corrispondenza», e che, se mai si darà «un evento essenziale per la nostra vita… lo riconosceremo prima di tutto alla luce d’infanzia e di fiaba che lo investe». E le porte del Regno, sorvegliate da questi fanciulli («Bambino senza età, vegliardo mascherato»), sempre resteranno chiuse a chi non sarà tornato egli stesso infante, rinnegando la colpa di un soggetto che vuol essere ‘altro’ dal mondo: «Divorati dal pudore dell’innocenza, s’intesse la propria eternità in una pioggia, in un cadere di cachi d’oro».

Ma una simile devozione – quella di chi professa la ferma «incredulità nella onnipotenza del visibile» – non potrà che sfociare in preghiera, in un urlo che è pianto e pioggia dorata insieme. Nell’ora del supremo abbandono (riflesso del ‘grande grido’ crocifisso), quando la nostalgia del principio si fa nel cuore spillo gelato e permanente, allora avviene il miracolo – secondo quella prodigiosa affinità che lega la fede dei primi cristiani alla fiaba: «Nelle fiabe… non ci sono strade. Si cammina davanti a sé, la linea è retta all’apparenza. Alla fine quella linea si rivelerà un labirinto, un cerchio perfetto, una spirale, una stella – o addirittura un punto immobile dal quale l’anima non partì mai, mentre il corpo e la mente faticavano nel loro viaggio apparente». È la grazia destinata ai giusti che richiama, dopo aver condotto attraverso il deserto, nella terra promessa. Il calvario dell’inganno e dell’errore, connaturato all’esistenza terrena, come questa è transitorio. La Scrittura stessa promette la fine delle infernali apparenze: ciò che ora è confuso enigma, lo vedrà e conoscerà chiaramente (1 Cor, 13, 12) chi all’ombra di tale Parola pone la propria tenda: «A chi va nelle fiabe la sorte meravigliosa? A colui che senza speranza si affida all’insperabile… Chi si affida non conta su eventi particolari perché è certo di un’economia che racchiude tutti gli eventi e ne supera il significato».

Ecco la gioia immanente al tormento, la Croce Gloriosa di Cristina. In una tale speranza, non occorre cercare il Giardino; si tratta, piuttosto, di non volerne più uscire («Nella gioia, noi ci muoviamo in un elemento che è del tutto fuori del tempo e del reale, con presenza perfettamente reale. / Incandescenti, attraversiamo i muri»). Ma questa gioia non si esaurisce nel solo eletto: come testimone, egli è la luce che invade e purifica la terra calcata («Poiché dove tu passi è Samarcanda»).

Itinerario perfettamente sigillato nelle più angeliche righe di Cristina: «Acqua di velluto che sembra ferma e si muove, va oltre senza scorrere, tanto che basterebbe seguirla perché quell’oltre sempre vietato, sempre accennato dai sogni, fosse qui e ora. Ma importa, ora, quell’oltre? Della contemplazione del limite – di quel necessario perdersi, nascondersi, interrompersi della visione – la vita sembra nutrirsi, come l’uccello delle Upanishad che guarda il frutto senza mangiarlo. È un sapore improvviso, di intensità quasi straziante: che forse unisce in sé quello dell’ultima, tiepida acqua prenatale, già mischiata alla cruda aria del mondo, e quello stranamente ferale dell’acqua dolce che diviene salata all’estuario».

Tommaso Scarponi