La poetessa amata da Cristina Campo. Chi è Alexia Mitchell? Storia di un enigma letterario

Posted on Dicembre 13, 2019, 7:20 am
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Dietro i gusti di un grande scrittore si rintraccia il profilo di uno stile, perfino di una statura esistenziale. Cristina Campo – e le miriadi di identità dietro a cui si celava – era dedita, per lo più, ai morti. Sono straordinari i suoi esercizi – vera palestra del verbo – dentro l’opera di John Donne, di Efrem Siro, di Emily Dickinson e di Giovanni della Croce, ad esempio. Cercò la parola fiammata, però, con famelica ostinazione, tra i viventi. I dialoghi con María Zambrano, Alessandro Spina, Alejandra Pizarnik, così come le traduzioni di William Carlos Williams, Simone Weil, Katherine Mansfield, questo testimoniano: l’esigenza di una parola viva, incardinata nel sangue dell’oggi.

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In ogni caso, la lettura è una scelta a cui aderire in virtù di conversione. Un rischio. Se alcune presenze sono miliari – Virginia Woolf, Jorge Luis Borges –, la Campo scova gli isolati, lì si incava. In particolare, mi sorprendono due indicazioni, date nell’ambito dell’attività pubblicistica della Campo, entrambe firmate con il nome autentico, Vittoria Guerrini, trentenne. Il primo, consegnato a un articolo edito su “Il Mattino dell’Italia centrale” il 26 settembre 1952 (entrambi i testi sono raccolti in Sotto falso nome, Adelphi, 1998), s’intitola Poesia e verità ed è dedicato a Henri Mondor (1885-1962), eminente chirurgo e letterato per diletto, accademico di Francia dal 1946, sotto la presidenza di Paul Valéry, autore di studi particolarmente felici tra cui spiccano, tutti in catalogo Gallimard, Rimbaud ou le génie impatient (dida: “ci è voluta la pazienza di un grande conoscitore del cuore e del corpo umani per rivelarci il mistero di un ‘genio impaziente’”), Alain, Précocité de Valéry, Claudel plus intime (quest’ultimo con una nota introduttiva di Saint-John Perse, datata 4 marzo 1955, “dal Mar dei Caraibi, al largo di Saba”, dove il poeta si lancia in un elogio dell’“estrema giovinezza dei grandi poeti, prima dei venticinque anni, dove ci sono i primi incantesimi del lettore”). Per lo più, Mondor è noto per gli scritti intorno a Mallarmé, di cui cura, nel 1945, una prima edizione, edita nella mitica ‘Pléiade’, delle Oeuvres complètes. “Ammiravo in lui l’omaggio che la scienza dà alla poesia”, scrisse – un po’ sbrigativamente – François Mauriac. In Italia di suo c’è nulla, ma la Campo ne è affascinata – forse proprio da una certa virtù nella ‘chirurgia letteraria’ – “uomo competente: che, tornando ogni volta alla poesia dai posti avanzati della verità – la costante presenza della morte, il riaffermarsi invincibile della vita –, è in grado di pronunciare la parola esatta, quella di cui in nessun tempo e luogo si sorride”. Ecco la feritoia in cui s’inabissa CC: la ricerca costante, conturbante, della “parola esatta”, che esattamente dica la vita, certo, ma sorprenda la morte, ne corroda i bordi, risorta. Di questa parola non si sorride – ci risucchia.

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La seconda annotazione è un rigoglio nel mistero. L’articolo è edito da “Il Corriere dell’Adda” il 20 marzo 1954 ed è una recensione entusiasta a Banchetto nel deserto, opera di una enigmatica Alexia Mitchell. La Campo sceglie come confidente questa poetessa per una riflessione, suprema, sulla morte. “In simile poesia di pietra e luce… ci si ripropone l’inestricabile enigma dell’oggi e del sempre, del labile e del permanente. Così io penso, vedremo dopo la morte: per sempre fusi e per sempre isolati, nella totalità della loro purezza, i fuochi accesi e le pietraie, i giardini lunari e i deserti, e tutte le care figure che presenti e assenti vivificarono o distrussero il nostro tempo umano”. Questa poesia interessa CC perché – così la frase che chiude la recensione – “ci insegna ancora una volta quali colme presenze possa donarci un coraggioso distacco”.

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La Campo allora Vittoria Guerrini cita di Alexia Mitchell le poesie in inglese, eccone una, tradita:

Oh! Essere un’immagine
Un’immagine che si disfa al vento
Un’immagine presa e strappata
Dalle mani di un bambino…

Dardeggiano i bambini
Nel giardino inquieto
Tentano l’ultima audacia
Prima della notte.

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Già… ma chi è Alexia Mitchell? Qui viene il bello. Alexia Mitchell non esiste. O meglio. Esiste quel libro, Banquet in the desert, pubblicato da G. Casini in Roma nella collana “Poeti d’oggi”, che contempla anche un testo di Corrado Govoni, edito nello stesso anno, è il 1953, e uno di Giuseppe Valentini. Non esiste altra traccia che questo libro – per altro conservato in pochissime biblioteche italiane – di Alexia Mitchell. Da fonti indirette, scopriamo che Alexia Mitchell è lo pseudonimo di Luisina Milani, “scozzese d’origine”. Di Luisina Milani non esistono tracce bibliografiche.

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Le uniche notizie della fatidica Mitchell ci giungono da alcune lettere recapitate ai traduttori, Riccardo e Cesarina Gualino, coniugi. Riccardo Gualino, piemontese, fu imprenditore di genio, dalla vita prodigiosa – finì a capo della Lux Film, amico di Visconti e Monicelli, produttore di una sfilza di pellicole leggendarie con Totò, Mastroianni, Gassman, la Magnani, i titani, insomma. Fu mecenate per diletto e poeta al tempo perso. Dalle lettere di Felice Casorati, Libero De Libero, Massimo Bontempelli, Ettore Serra (spiate in case d’asta), che ringraziano Gualino per aver donato loro Banchetto nel deserto, ricavo le rare informazioni su Luisina Milani/Alexia Mitchell.

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Di fatto, Luisina Milani, detta ‘Lu’, era amica di famiglia. “I Gualino conobbero Lu a Torino negli anni Venti e Cesarina dipinse il suo viso nei primi cartoncini torinesi. Poi l’amicizia continuò a Roma dove anche la Milani si trasferì nel 1931. Al contrario di Mars, Bella, Raja, Vitia e Jessie, Lu Milani non ha mai danzato, composto musica o dipinto, ma è stata sempre vicina a Cesarina fino alla morte. Le sue numerose lettere compongono il ritratto di una donna intelligente, ironica, autonoma e deliziosamente egoista. L’esercizio della traduzione delle opere di Lu spinge Cesarina a esprimersi anche in versi” (in Cesarina Gualino e i suoi amici, Marsilio 1997, a cura di Maurizio Fagiolo dell’Arco e Beatrice Marconi). Trattengo il “deliziosamente egoista”.  

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I casi sono due. Primo (arcano): Alexia Mitchell è l’ennesimo schermo dietro cui si cela Vittoria Guerrini/Cristina Campo – sarebbe troppo bello, basta compiere piccole cuciture cronologiche (d’altronde, nel 1956, CC pubblica Passo d’addio con Scheiwiller, di fatto la sola raccolta di poesie). Secondo: alla Campo, come sempre, piace spingere nelle piaghe della letteratura, nelle plaghe dell’anonimato, quelle dove si cela l’autentico, l’indicibile. In questa latitanza di identità, in ciò che sfugge, infine, è la poesia. (d.b.)