E se l’Ilva di Taranto diventasse patrimonio Unesco? La storia – straordinaria e inquietante – del Villaggio industriale Crespi d’Adda

Posted on Novembre 13, 2019, 11:12 am
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Chissà se un giorno anche l’Ilva di Taranto diventerà patrimonio dell’Unesco. Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Uno scenario possibile? La strada non mi sembra poi inaccessibile. Come? Non diversamente dal villaggio operaio Crespi d’Adda, “esempio eccezionale del fenomeno dei villaggi operai, il più completo e meglio conservato del Sud Europa”, patrimonio Unesco dal 1995. C’è stato un tempo in cui al benessere degli operai si guardava con uno sguardo paterno, forse anche con uno sguardo di troppo. Il villaggio operaio, poi, un set cinematografico perfetto, già predisposto. L’immobilità del passato ufficializzata dallo status di “Bene storico appartenente all’umanità intera”, sancito dall’Unesco. Qui, sembra tutto così tranquillo. Ordinato, pulito, britannico. Lo schiamazzo che si sente, in questi giorni di scuola, è il “lieto rumore” degli studenti in gita scolastica. Interessati, annoiati, stanchi. Smuovono lo strano silenzio che aleggia, che accenna a qualcosa d’altro, allude a una vita operosa passata, al suo segreto ben celato.

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Anzitutto il villaggio Crespi è isolato, giace in una sorta di culla, un bassopiano dalla forma triangolare, creato dai due fiume confluenti – manzonianamente, l’Adda e il Brembo – e da un dislivello del terreno, una costa che lo abbraccia da nord. I due fiumi hanno formato quest’“Isola Bergamasca” dove si situa il Villaggio Crespi mentre, lungo la costa fino al 1797, si collocava il “Fosso bergamasco”, la decisa linea di confine tracciata tra il Ducato di Milano e la Repubblica Veneta, alla quale Bergamo apparteneva prima. Intanto, una prima delusione: quando si arriva qui, la fabbrica è chiusa e l’ingresso proibito, si può ammirare l’opificio da fuori, posare lo sguardo sulle lancette dell’orologio all’ingresso, ai piedi della snella ciminiera. Sono le 16,51. Vale a dire: saranno quasi le cinque del pomeriggio, per molto tempo ancora. È quest’ora precisa da qualche anno, da quando, nel 2005, lo stabilimento tessile del settore cotoniero ha chiuso i battenti.

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La storia del piccolo Villaggio Crespi vanta la sua gloria operaia. Un fiore all’occhiello dei Crespi. E la memoria di questo sogno di grandezza resta nelle vestigia ben conservate dell’intelaiatura urbanistica. Ma questa ragnatela architettonica, di superba fattura, posa le sue radici dentro un’idea di utopia sociale e pragmatismo aziendale, portata alla luce dalla famiglia Crespi. Anzitutto dal padre, Cristoforo Benigno Crespi: capelli ricci, baffoni e pizzetto, nato a Busto Arsizio, nel 1833. Dopo aver lasciato gli studi classici, si diploma in ragioneria. È lui a fondare gli opifici di Vaprio, Vigevano, Ghemme e Crespi d’Adda, dove introduce i più moderni sistemi di filatura, tessitura, finitura. Nonostante gli studi, era un collezionista d’arte di prim’ordine: Tiziano, Canaletto, Rubens figurano tra le opere della sua ricca collezione. Cristoforo Benigno fu anche console del Portogallo, Cavaliere del Lavoro, Commendatore della Corona d’Italia e Cavaliere della Legione d’Onore. Dalla sposa Pia Travelli ebbe ben quattro figli. Tra cui Silvio Benigno Crespi, nato a Milano, nel 1868, il vero benefattore del Villaggio. Un bell’uomo: azzimato, sguardo vigile, capelli a spazzola e i baffoni di famiglia, marchio di fabbrica. Laurea a soli ventun’anni in Legge, studia, in mezza Europa, gli sviluppi dell’industria cotoniera. Nominato sottosegretario agli approvvigionamenti durante la Prima Guerra Mondiale, Silvio Benigno Crespi ha rappresentato l’Italia alla firma del trattato di Versailles, ha firmato insomma la celebre “vittoria mutilata”. Scrive di suo pugno opere per prevenire gli infortuni sul lavoro: Dei mezzi di prevenire gli infortuni e garantire la vita e la salute degli operai nell’industria del cotone in Italia, nel 1894 e firma molti brevetti e invenzioni, come quella del telaio circolare. Dal punto di vista politico: un liberale, cattolico, con fervore si occupava delle condizioni di vita degli operai, voleva abolire il lavoro notturno nelle fabbriche, intendeva garantire il diritto al riposo festivo settimanale, voleva ridurre le ore di lavoro degli operai. Diremmo: altri tempi. Ma al Villaggio la musica era leggermente diversa: “La vita in fabbrica era molto dura. Qualcuno ricorda che si lavorava senza sosta anche dodici ore, si mangiava in piedi, senza staccare neanche un minuto… Alla macchina la giornata non finiva mai”. La vita in fabbrica era sorvegliatissima: “Il controllo dei capi reparto e degli assistenti era molto rigido: controllavano con gli orologi il rendimento e la produttività di ognuno e spostavano di reparto a seconda delle personali capacità. Quando si era promossi assistenti non si pagava più l’affitto di casa, neanche la luce e l’acqua. Da qui la grande competitività che portava tutti a dare il massimo”.

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A parole, Silvio Benigno Crespi intendeva tutelare ed evitare il lavoro minorile: “Bisogna dunque non ammettere a tale mestiere i ragazzi troppo giovani. Non si devono poi accettare assolutamente ragazzi troppo gracili o che abbiano tendenze congenite al rachitismo, e si deve prescrivere, pei giovani almeno, l’uso delle scarpe”. Eppure, a soli dodici anni, la maggior parte dei bambini, finite le scuole elementari, iniziava il lavoro in fabbrica, secondo le testimonianze. Ma senza pidocchi, perché quello dell’igiene un vero e proprio culto. Il Villaggio Crespi conserva ben salda l’impronta di questo illuminato padre-padrone che scriveva appunto: “La casa operaia modello – ricordiamo le città operaie inglesi – deve contenere una sola famiglia ed essere circondata da un piccolo orto, separata da ogni comunione con altri”. L’idea di benessere domestico è calata dall’alto, dettagliatamente: “A pian terreno vi è una camera, per i lavori domestici, e una cucina: al primo piano corrispondono due camere da letto: nel solaio si pratica un ripostiglio”. Non manca nulla nel piccolo universo domestico operaio così concepito dall’industriale illuminato: “Dietro la casa si ha un piccolo porticato con un lavatoio, e in seguito la latrina che è così completamente staccata dall’abitato”. Non manca neanche lo sguardo volto ai turni di lavoro e al parentado, per garantire un buon vicinato e prevenire questioni: “Si cura che quelle famiglie siano composte di lavoratori di un solo turno diurno o notturno, e che siano legate fra loro da vincoli di amicizia o di parentela, in modo che esse si usino reciprocamente i maggiori riguardi”. In altre parole: un operaio lavora di più e meglio se non è invischiato in aspre beghe condominiali.

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Su tutto il Villaggio Crespi dominano, dall’alto di un colle, due ville signorili, tra loro alterne e complementari, sono lo sguardo vigile del padrone: la casa del prete e del medico, i due occhi che vegliano – in modo certamente specifico – sulla comunità. Parroco e dottore sono gli unici che non pagano l’affitto – altrimenti irrisorio per gli operai – della loro casa. C’era anche la security, formata dalle guardie assoldate da Silvio Crespi in persona. Silvio Benigno Crespi aveva pensato proprio a tutto: oltre alla scuola e all’asilo (le maestre selezionate dall’imprenditore), c’era il lavatoio con mattoni a vista e splendide decorazioni geometriche, i bagni pubblici con la piscina coperta, il dopolavoro con biblioteca annessa, lo spaccio alimentare e un campo da bocce. E la chiesa di stile bramantesco, opera del Brunati, una copia esatta, a pianta centrale, della chiesa di Busto Arsizio. La casa degli impiegati, nota bene, si presenta diversa da quella degli operai. Nella strada che conduce al camposanto, verso sud, si trovano le ville liberty degli anni Venti, in stile eclettico, alcune identiche (quelle dei “capireparto”) e poi altre sette, più austere, aristocratiche, erano definite le “ville dei dirigenti”.

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E la casa del padrone? Parva, sed apta mihi: il possente “Castello”, un progetto particolarmente affascinante del giovane architetto Ernesto Pirovano, era la residenza estiva dei Crespi (la dimora ufficiale dei Crespi era a Milano, in via Borgonuovo). Un imponente castello medievale con un’alta torre che svetta (la seconda torre era un serbatoio d’acqua), con merlature e loggiato, in abbondanza di bifore e ariose stanze. Il progetto paternalistico e utopico di Crespi allontanava di fatto alcune piaghe sociali, come l’alcolismo. Chi ama essere controllato a vista? La ricetta per il villaggio operaio sembrava funzionare, dal punto di vista produttivo. La vita fuori dal villaggio: lontana dagli occhi e dal cuore, disincentivata al massimo. Senza libertà, gli operai vivevano alla larga anche dalla felicità. Si può vivere felici dentro la tela di ragno di un’esistenza scandita da regole predisposte da altri? “È difficile dire se la gente fosse felice, certamente mostrava di esserlo, visto che pochissimi furono quelli che abbandonarono il Villaggio per andare a stabilirsi altrove. Sotto una crosta di relativa tranquillità vi erano, comunque, gelosie e competitività: nella vita sociale si riflettevano i ruoli e le mansioni ricoperti in fabbrica”, come si legge nelle interviste di Crespi d’Adda, memorie di un’utopia, a cura di Giorgio Carrion.

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Sono davvero mutati i tempi dal villaggio Crespi all’ex Ilva di Taranto? Il lungo viale – Corso Donizetti – dall’ingresso della fabbrica si trasforma in un “viale del tramonto”: una strada alberata che porta all’ingresso del cimitero. La pianta a gradoni e lapidi a forma di croce riflette la cultura anglosassone cui miravano, con desiderio di emulazione, i Crespi. Domina qui una piramide esotica – ricorda un tempio maya – il famedio dei signori Crespi, con una strana statua di donna seduta con le braccia aperte. Una doppia fila di tombe ospita bambini, strappati dalle braccia delle madri, nel primo fiore degli anni. La morte nel villaggio operaio fantasma cela qualcosa di enigmatico, sussurra un monito. La tomba, uno status symbol. Come sempre, del resto. La posizione postuma del sepolcro riflette, qui più che altrove, la condizione sociale: le tombe dei dipendenti sono umili lapidi, ordinate e uguali, rivolte le une verso le altre, messe a disposizione della direzione (chi voleva poteva pagarsi una tomba differente). Tutti i sepolcri venivano figurativamente avvolti dall’abbraccio del mausoleo della famiglia Crespi. Un abbraccio troppo paterno scalda, un abbraccio uccide. Le fredde braccia avvolgono i corpi, più che una premura, un assillo. La morsa della protezione? Per ogni singolo operaio. Un tenero strangolamento, postumo.

Linda Terziroli

*Nelle fotografie: dall’ingresso alla fabbrica al cimitero, la storia del Villaggio industriale Crespi d’Adda, patrimonio Unesco dal dicembre 1995