Bettino Craxi artista. Si ispirava a Duchamp e ha previsto i drammi di oggi: la Cina, il contrasto con il mondo musulmano, la grande crisi economica

Posted on Febbraio 06, 2020, 11:20 am
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Bettino Craxi? La domanda – ormai logora, stucchevole – è: “esule” o “latitante”? E comunque restiamo sempre in ambito politico-giudiziario. In realtà Bettino Craxi era anche – sembra incredibile, è vero… – un artista.

Il film di Gianni Amelio Hammamet e il ventennale dalla morte hanno abbondantemente fatto parlare in queste settimane del Craxi statista o leader spregiudicato, eroe o pregiudicato. Ma si è dimenticato il lato squisitamente creativo-culturale dell’uomo che si divertiva a firmare i suoi interventi giornalistici come Ghino di Tacco, brigante gentiluomo. Eh, sì. Craxi fu – come da titolo di un piccolo “catalogo” curato venti anni fa esatti da Fulvio Abbate – Un artista tra Dada e Pop Art (Cosmopoli, 2000): accanto alle fotografie delle opere, pochissime pagine di testo, di cui le ultime due di critica, importanti perché si dimostra che almeno una parte della produzione artistica di Bettino Craxi (per lo più ceramiche e litografie) era già in essere prima dell’esilio-fuga ad Hammamet.

Dalle opere pubblicate nel libro e dalle serigrafie di alcune “cartellette d’artista” che girano nel mercato bibliofilo (una l’ho vista al Salone della Cultura di Milano a gennaio, portata dal “cacciatore di libri” Simone Berni) si capisce come il Craxi artista si ispirasse molto a Marcel Duchamp. La sua era un’arte “appropriativa”. Come Duchamp, anche Craxi rimaneva folgorato dall’arte insita in oggetti finiti, “già fatti” (ready made) e li faceva “suoi” con clamorosi gesti – appunto – di appropriazione.

Craxi ha cercato di fare suo (anzi di ri-fare) il Novecento attraverso simbologie e caratterizzazioni di oggetti che ha trascinato, per così dire, sulla tela e messo in mostra come opere d’arte finite. Tra queste, cinque opere d’arte che Craxi ha chiamato “The World”: un casco blu dell’ONU; un passaporto; alcune pagine dal Libretto rosso di Mao; alcune pagine dal Corano; la copertina del libro Crisi del debito estero e sviluppo.

“Se qualcuno mi chiedesse se sono un artista, risponderei di no – ripeteva l’ex presidente del Consiglio –. Sono un uomo politico che ama l’arte e che le vuole stare vicino”. In Tunisia Craxi raccoglieva oggetti spesso insignificanti: vecchie stampe, fotografie, vecchi simboli, un pacchetto di sigarette, una bandierina, una coccarda. Come un fotolito simbolo della nostalgia dell’Italia. “Nell’arte si ritrova tutto – scrive in una pagina delle sue memorie –. La politica, la storia, la società umana con i suoi vizi, le sue virtù, i suoi desideri, e le sue speranze. L’arte non sta in una classifica. Ti può accompagnare e trasportare ovunque”.

Al politico-artista stavano a cuore le questioni universali della politica, quelle che delineavano il presente e preparavano il futuro. Le significanze politiche che legano il Corano al Libretto rosso di Mao, mutuate da un documento che spiega le dinamiche internazionali e la crisi economica (che oggi viviamo) e dal casco blu dell’ONU, rappresentano la situazione globale del mondo. “The World”, appunto. Soltanto oggi – comunque – le sue opere hanno raggiunto il pieno significato. E soltanto oggi possono essere comprese fino in fondo. Perché Craxi aveva previsto cosa sarebbe accaduto, e quali grandi problemi avremmo dovuto affrontare: la grande Cina, il mondo musulmano, la crisi economica in scala globale, la “polizia del mondo” (caschi blu), il problema delle frontiere (il passaporto). “The World” visto venti-trenta anni fa. A suo modo, anche questa è un’arte.

Luigi Mascheroni