Cosa farai l’ultimo giorno del mondo? Basta lavare i piatti per vincere l’orrore. Esegesi di un racconto estremo di Richard Matheson

Posted on agosto 05, 2018, 7:43 am
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Domani un asteroide cascherà sulla Terra. Lo schianto sarà decisivo e deflagrante: il nostro pianeta è destinato a esplodere. Chi può, acquista qualche shuttle, sperando che il vagabondaggio nel cosmo non si traduca in una più raffinata prigionia. Gli altri. Sanno di morire. Voi. Voi cosa fareste?

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Orge. Stupri. Tu che uccidi il tizio che ti sta sulle palle, finalmente. Negozi disfatti. Si ruba. L’uomo, scatenato dalla fine, si consegna alla sua natura di lupo. Anzi. Neppure lupo – troppa aristocrazia nel passo – meno che ameba, iena disperata. Per i deboli. Il suicidio. Così Richard Matheson s’immagina The Last Day, “L’ultimo giorno”: una nevrotica apocalissi, l’esagerazione della nevrosi. L’analisi è emblematica: storditi dal benessere – stipendio certo, casa sicura, acqua calda, frigorifero, cibo confezionato – ci riveliamo, al cospetto dell’ultimo giorno – ogni allusione biblica è certa – frustrati, spauriti, rabbiosi, vigliacchi. Chi può, almeno l’ultimo giorno, piglia ciò che può, osa l’inosato, tanto le costrizioni sociali (prigione, polizia, multa, status, reputazione) sono tutte sputtanate.

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Richard Matheson è tra gli scrittori di fantascienza più noti degli Usa, è morto cinque anni fa a Los Angeles, dai suoi romanzi sono stati tratti un tot di film: da Io sono Helen Driscoll proviene Echi mortali, di David Koepp, con Kevin Bacon; da Io sono leggenda è tratto il film omonimo, con Will Smith, e un paio di altri (tra cui L’ultimo uomo della Terra, con Vincent Price). Tutti i racconti di Richard Matheson sono stati pubblicati, in quattro volumi, da Fanucci. L’ultimo giorno, però, io l’ho letto nel Carosello di Narratori americani pubblicato da Aldo Martello Editore nel 1954 (l’anno in cui esce Io sono leggenda). Il libro, a cura di Giorgio Monicelli, è bellissimo: si tratta di una rassegna dei massimi scrittori del tempo, una specie di regesto del contemporaneo. Tra Ray Bradbury, Eudora Welty, Conrad Aiken e Raymond Chandler, c’è quella scommessa – all’epoca – che si chiama Richard Matheson. Lo scrittore americano è definito così: “nella sua scrittura si sentono influenze illustri e diverse come Poe e Hemingway. Il senso dell’orrore, del mostruoso, del soprannaturale raggiunge nei suoi racconti la vera e propria trasfigurazione artistica. Si può dire che in ogni riga di ciò che scrive appaia allucinante la scoperta del meraviglioso”.

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Il protagonista de L’ultimo giorno si chiama Richard e la struttura del racconto è ardua: sappiamo, comunque, che nessuno si salverà, che tutti sono destinati a morte, che non possiamo affezionarci a nessun personaggio. Il racconto, ecco, è una casa murata, è claustrofobia.

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“Tutto il mondo moriva. L’alterna vicenda di evoluzioni e rivoluzioni, di conflitti e di urti, d’interminabili serie di secoli giù giù fin nelle nebbie del passato, di rocce e alberi e uomini e animali, tutto ciò era stato, per finire così. In un lampo. In un istante. L’orgoglio, la vanità del mondo degli uomini inceneriti dall’anomalia di uno squilibrio astronomico. Che senso aveva dunque avuto tutto ciò che era stato? Nessuno, nessun significato, assolutamente. Perché tutto era giunto ora alla sua fine”. La riflessione di Matheson ricorda quella, analoga, di Marco Aurelio, di Giacomo Leopardi. Tutto nasce – per morire. Il pianeta, con uno schianto improvviso, come uno scherzo, o in una lenta agonia solare, morirà. Se nulla ha senso, allora: perché lavorare? perché amare? perché rispettare il prossimo? Ecco. Sembra sempre che il bene sia una fatica innaturale.

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Richard, il protagonista del racconto, è sorpreso nel mezzo di un’orgia, uno sciacallaggio di corpi, più o meno amici (durante l’ultimo giorno, i volti e le identità si annientato: chi davvero ci ha amato?). L’ultimo giorno, Richard, cresciuto nell’alienazione, nel niente, decide di salutare la madre, assecondando la sua preghiera, “non lasciarmi passare l’ultimo giorno senza di te. Non farmi abbandonare questa terra senza rivedere la tua cara faccia”. La madre è dalla sorella di Richard. La sorella, insieme al marito e alla figlia, muore ingerendo delle pillole, anticipando la catastrofe. È la madre di Richard, piuttosto, a incaricarsi di un docile eroismo.

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Richard Matheson

Richard Matheson, classe 1926, è morto 5 anni fa. “Io sono leggenda” è pubblico nel 1954; è tra gli sceneggiatori di “Ai confini della realtà”.

Chi ha vissuto pienamente, chi ha scelto in ogni istante senza lamentarsi, chi ha prestato servizio su questa terra senza pensare di esserne il padrone, accetta la fine con un sorriso. Continua ad adempiere il proprio compito quotidiano, perché non può fare altro da ciò che fa, che ha fatto: continuare, diligentemente, a dare ordine al caos. La madre di Richard, dopo aver preparato la cena, l’ultima, per i figli, lava i piatti, ad esempio. “Che importanza poteva avere ormai quello che si faceva o non si faceva?”, pensa Richard guardando la mamma lavare i piatti con la stessa dedizione di sempre. Neppure l’apocalissi, neppure la distruzione fa oscillare la forza di questa mamma – nel gesto delicato di lavare i piatti c’è un eroismo gigantesco, inafferrabile. Come di chi, da solo, a difesa della propria casa, sul cancello, è in attesa delle orde dei barbari, con una tazza di tè tra le mani.

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La madre di Richard riesce a vedere uno splendore corrusco perfino nella fine, ha la forza di godersi il panorama dell’apocalisse: “In fondo è bello… Dio cala un sipario sfarzoso sulla nostra commedia”. L’uomo consapevole del proprio ruolo e del proprio compito, non arretra davanti alla morte, non urla. Attende – il giudizio sarà sano.

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Infine, è la mamma a convertire il figlio, in una specie di abbagliata pietà. “Sedevano là, sui gradini della veranda, la sera dell’ultimo giorno; e sebbene il fatto non avesse poi molto senso, si volevano tutt’e due molto bene”. Un racconto sulla fine del mondo, che culmina con la morte, si conclude con la parola “bene”; il fatto che un figlio si ricongiunga, nel bene, alla propria madre, azzera l’orrore. Senza pretendere di essere amati, forse basta amare per ergersi contro l’onnipotenza del fato.

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Nell’edizione del racconto che possiedo è scritto: “Matheson ama lavorare in un isolamento, ha scritto, ch’egli ritiene essenziale alla sua attività: ‘Si deve essere soli, pensare da soli, sognare da soli, soffrire da soli, creare da soli per giungere al nucleo profondo della sincerità più vera del proprio intimo’”. Lo scrittore vive, dentro di sé, sempre, l’apocalissi, la fine, la rivelazione e il giudizio. (d.b.)