Cosa ci fa Boris Pasternak in Calabria? Viaggio nel luogo dove si è passati dal tempio greco all’abuso edilizio, dove si mente per gioco e il Minotauro non ha occhi

Posted on Luglio 26, 2018, 7:05 am
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C’è differenza tra decrepitezza e corruzione. In Calabria si è passati in modo incontinente dal tempio greco all’abuso edilizio.

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Le forme geometriche di cemento, ovunque, come dromedari ridotti all’osso, sono decrepite. Sigillano l’aria, come puri eventi concettuali. Incroci di linee, cubi vuoti, profili di parallelepipedo. Architettura astratta. Le celle dei santi, in Paradiso, forse, sono così: abusi celestiali.

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Alcune costruzioni, tormentate da bronchi, capperi, cespugli istantanei, hanno le finestre murate. Ma questo non sconfigge l’uomo, che è più maturo della serpe: umani a petto nudo escono da alcune regge sorte dall’abuso. Macchine, intorno. Gesti. Immagino di tutto. Violenze – perversioni – esistenze primordiali. La capacità furibonda dell’immaginazione racconta la profondità del mio male, della mia malvagità.

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Scala per entrare nel borgo di Tropea, abitati sulla rocca, in esposizione all’abisso, con indecente spudoratezza, come guardoni. Di fianco al Comune, sul lato destro: un antico palazzo sorretto da impalcature che paiono più vecchie di lui, eruttano ruggine. Le impalcature sono decrepite, il palazzo, con eleganti timpani sopra le finestre superiori, è corrotto, morso dal vento e dall’evento. Degli uccelli lo percorrono, scrivendo storie nell’aria, ferma, di cera.

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Si viene nell’estremo Sud, penso, per ammirare la corruzione di tutte le cose. Le cose deperiscono – e questo ci dona una specie di pace. L’edificio abusivo è un esempio di tracotanza infinita: costruisco una casa, la lascio a metà. Il palazzo rifinito, ma corrotto dal tempo, è bello: l’opera del tempo conferisce grandezza all’edificio, la nobiltà di chi resiste alla decadenza di tutte le cose. Scalfiti, un rovello di rughe, gli edifici hanno la nitidezza dell’immortale. Ma moriranno – ed è questa pazienza nell’ammirare il decrepito a essere amabile.

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Concepire la Storia come una inevitabile condanna, l’uomo come il solito furbo che compie sempre le stesse misere meschinità, il fato padrone del mondo. Assecondare la statura del tempo. Non avere attese. A pensare in questo modo, non si è schiacciati, ma liberi. L’Occidente agonizza perché rincorre un compito non richiesto, irricevibile – l’unica sorte è guardare la morte. Felicitarsi che le cose decadono, senza che altre le sostituiscano.

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I palazzi vivono la corruzione, muoiono – e Tropea è piena di ristoranti. Non potendo vincere la morte, si mangia. Non sapendo cosa dire, si getta il muso nel pasto, che schifo.

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Turisti a frotte: sembrano camminare in mezzo a un sacrario di scheletri. Il custode della Chiesa del Gesù, posta sul lato sinistro del Comune, mostra una botola, con efficace soddisfazione, davanti alla statua (modesta) di Sant’Anna. “Se la alzo, entriamo in un labirinto di cunicoli… sono sepolte moltissime persone… l’odore è nauseabondo”. Poi se ne va, dandomi la sensazione che di notte quest’uomo sollevi la pesantissima botola di marmo e s’immerga tra i morti, tra i corpi decomposti, spettegolando con gli andati. I fedeli brillano di timore: perché? Le città del Sud sono catacombe – al Nord, i barbari bruciano il morto, la morte.

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Da un lato del mondo si vive nella morte – dall’altro lato si vive contro la morte; da una parte la corruzione, dall’altra la perfezione (ideale); da una parte la rassegnazione, dall’altra l’agitazione; da una parte il corpo, la carne, dall’altra l’astratto, la palestra per rassodare corpi definiti nel vano; da una parte si vive parlando con i morti, dall’altra si abita un aldilà del denaro; da una parte il sesso, dall’altra l’autoerotismo; da una parte si muore per una causa persa, dall’altra ci si suicida.

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Parlare è una maschera – non si dice, si mente. In questi luoghi è evidente la natura delle parole: il fruttivendolo, l’impiegato del supermarket, il cittadino comune, mascherano il loro pensare con le parole. Parlano per ammaliare, sedurre, fottere, e lo fanno in una forma così esplicita – come fosse un codice – che non c’è malizia nell’atto, ma gioco. Come la danza dei samurai, allestita per il pubblico, non per la morte. D’altronde, questi uomini sono degni figli di Gorgia, nato a Lentini 2500 anni fa, il papà della sofistica, per cui parlare vuol dire persuadere, una cosa equivale a un’altra, non c’è differenza tra verità e menzogna, vale solo la vittoria, cioè la capacità di convincere che si è nel giusto.

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D’altronde, perché chiedere la verità alle parole – le più lontane dal vero – quando la natura domina in modo così lussureggiante? Le parole, allora, sono un artificio, un sotterfugio, un passatempo, un incanto. Di fronte alla nudità della natura, in pietra e piante, solo il silenzio.

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Nel giardino di un edificio in abbandono, brillio di ferri arrugginiti, un gatto assiso su un trono di cemento – fu una fontana, forse, cento anni fa. Il gatto sembra un leone e ammira distrattamente una folla di gatti più piccoli, all’ingresso del giardino. I corvi chiedono il permesso per atterrare lì – il mare azzera ogni audacia – l’uomo è accessorio.

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Mentre sono in Calabria, su Pangea Matteo Fais pubblica l’intervista al nipote di Simone Cattaneo. Un dolore eccessivo, per me, che si rinsalda, in modo sorprendente. Il sole dilata il regime della solitudine – dio mio, quanto sono indifeso. Un santuario, sopra la rocca, convertito a fini turistici: vendono braccialetti di bigiotteria; una radio, posizionata in un luogo fortemente amplificato diffonde musiche devote.

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Bisogno devastante di donarmi a qualcuno, di distruggermi in qualcosa. In Calabria ho comprato Il colpo di grazia di Marguerite Yourcenar – lo rileggo l’ennesima volta, non so perché sia così importante per me. Ho portato con me le poesie di Boris Pasternak, come una protezione. Un libro baltico e uno russo per penetrare a Sud.

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Apro a caso il libro di Pasternak, nella consueta traduzione di Angelo Maria Ripellino. Una poesia tarda. “Scopo della creazione è il restituirsi,/ non il clamore, non il successo:/ è vergognoso, non contando nulla/ essere favola in bocca a tutti.// Ma occorre vivere senza impostura,/ vivere così da cattivarsi in fine/ l’amore dello spazio, da sentire/ il lontano richiamo del futuro”. Il poeta, qui, trascende la poesia, la letteratura – si scrive per descrivere il fato. La poesia mi fa da abbecedario estivo. “Occorre lasciare le lacune/ nel destino”; “Occorre tuffarsi nell’ignoto/ e nascondere in esso i propri passi”; “Essere vivo, nient’altro che vivo,/ vivo e nient’altro sino alla fine”. Con questo triplice “vivo” si chiude la poesia di Pasternak. Cosa altro importa?

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Scrivo a chi so io: “I corvi mettono tana tra le corna del Minotauro – in ciò che uccide, la vita. Gli occhi del Minotauro sono crisalidi, prima o poi voleranno via dal mostro, lasciandolo pietrificato come una casa vuota: la abiteranno i gatti, le rondini, i fuggiaschi”. (d.b.)