Cosa c’entra Raffaello Baldini con Fabrizio De André? Storia del fotografo che ha fatto il ritratto alla voce del poeta: “Dopo cinque anni mi ha detto, ‘Senta, siamo amici, passiamo al tu’”

Posted on Dicembre 12, 2018, 1:13 pm
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In questa storia ci sono tante storie, ma la prima, la più bella, riguarda un fotografo che ha poco più di trent’anni quando ascolta in radio la voce di un poeta. Quella poesia lo meraviglia a tal punto che il fotografo molla tutto e si mette alla ricerca del poeta. Il poeta – lo scoprirà più tardi – si chiama Raffaello Baldini, vive a Milano, è molto più grande di lui, di mestiere fa il giornalista, a Panorama, ma scrive poesie in dialetto romagnolo così belle da scuotere e commuovere anche chi il dialetto non lo mastica. Il fotografo si chiama Simone Casetta, e non va dal poeta, Raffaello Baldini, ritenuto da Pier Vincenzo Mengaldo tra i grandissimi poeti del secondo Novecento – dida atta a soddisfare superficialmente lo statista della letteratura – per conoscerlo e fargli il ritratto fotografico. Glielo farà, è ovvio, anche quello, ma quello accade più tardi. Al fotografo viene in mente di ritrarre la voce di Baldini. Baldini, in effetti, frodando la nota ritrosia, il cementato pudore, è stato un lettore formidabile, lo sa chi ha avuto in dote il piacere di ascoltarlo a teatro. L’opera è immensa. Il fotografo e il poeta si frequentano per dieci anni, dal 1995 al 2005; il poeta legge e registra 47 poesie. Prima in dialetto. Poi, le stesse, in italiano. Il fotografo raduna questo archivio imprescindibile per chi ama la poesia in quattro ciddì. Il titolo lo sceglie Baldini: Compatto. In questa fascina di storie, poi, se ne salda un’altra. Quella di Antonio Casetta, il papà di Simone. Antonio Casetta è l’inventore della Produttori Associati, che tra il 1970 e il 1977 ha pubblicato i più bei dischi di Fabrizio De André, da Tutti morimmo a stento a La buona novella e Storia di un impiegato. Con quel marchio storico, riesumato, viene edito Compatto. L’ultima storia è una avventura culturale. In un momento di “Baldini Renaissance” – è uscito il docu-film di Silvio Soldini, Treno di parole, e la Piccola antologia in lingua italiana delle poesie di Baldini, per Quodlibet – risorge la voce viva, argentea del poeta. Compatto esiste, ora, ingentilito dal progetto grafico di Leonardo Sonnoli; per vedere luce e trovare sostegno approda su piattaforma crowdfunding, qui, alla voce “Raffaello Baldini legge le poesie di Raffaello Baldini”. Baldini ha trascinato Casetta nell’amare la poesia contemporanea. Quando l’ho conosciuto, ricordo, avevo gli occhi trafitti da irritazioni radiose e una vita irretita da fatali oscurità. Il fotografo viaggiava per l’Italia alla ricerca dei poeti. Ha continuato a cercare i poeti, come se quella fragilità fosse una apocalisse. Ancora oggi lavora a quel progetto, immenso, ‘Registro fotografico dei poeti italiani’. Le fotografie sono stampate con una tecnica sapiente e particolare. Ne ha fotografati 133, di poeti, per ora. Perché un viso è esemplare come un verso e la struttura ossea degli zigomi è alfabeto. Di Baldini, ha fotografato anche la voce. (d.b.)

Intanto. Come è nata l’idea di ‘registrare’ Raffaello Baldini? Tu, in fondo, sei un fotografo…

Sì, sono un fotografo. Credo che dipenda molto da questo. La fotografia ti costringe all’incontro con il mondo e quando il mondo si presenta lo vuoi trattenere, lo vuoi testimoniare, lo vuoi confidare ad altri. Cerchi di conservare una traccia che ci sopravviva. Infatti, quando ho sentito la coda di “Ciàvga” alla radio (Radio3) e sono rimasto entusiasta e commosso, mi sono messo alla ricerca di quel poeta lì, di cui non avevo colto il nome. L’ho trovato nello scaffale di poesia di una libreria e ho visto che abitava a Milano. Era il 1994 e gli scrissi una lettera, poi ci siamo sentiti al telefono, poi ci siamo visti. Non aveva registrazioni fatte sistematicamente delle sue poesie e gli ho proposto di cominciare insieme.

BaldiniRaccontaci di Baldini: che sapore ha avuto la sua amicizia per te, che tipo era, come lo hai conosciuto?

È stato sicuramente un maestro importante, una figura un po’ di amico e un po’ paterna: aveva settant’anni e io poco più di trenta. Torno alla fotografia per riconoscere che quando nel 1997 mi sono reso conto di aver trovato la mia voce, quel modo di fotografare che avevo cercato senza sapere che ci fosse, è stato in buona parte grazie all’insegnamento che ho ricevuto da Baldini. Dall’amore e dal rispetto profondo che nelle sue poesie si impara, specialmente per le fragilità. Raffaello aveva un garbo e una delicatezza straordinari, spesso dubbioso e indeciso. Mi confessava di essere iracondo. Io non l’ho mai visto arrabbiato. L’ho cercato per le sue poesie, per la sua voce e ci siamo frequentati a intervalli irregolari per dieci anni. Dopo cinque anni e tanti pomeriggi, un giorno mi ha detto: “Senta, ormai siamo amici; possiamo darci del tu”. Un po’ mi è dispiaciuto, ma mi ci sono abituato e poi è andato benissimo.

Pare in atto una specie di ‘Baldini Renaissance’: film di Soldini, libro per Quodlibet, ora il ‘Compatto’. Cosa attrae della sua poesia, a tuo avviso, che poi è una poesia che ha l’ostilità rugosa del dialetto?

Le registrazioni di Compatto hanno chiamato il film che, forse, ha invitato il libro. È bellissimo che sia così! C’è una notevole passione latente e diffusa per Raffaello Baldini e per le sue opere. La specificità del dialetto e la naturale ritrosia dell’uomo hanno tenuto i suoi tesori al riparo da una più facile notorietà. Quando se ne intravede una scheggia diventa irresistibile cercare il resto. Secondo me attrae perché c’è il mondo che si racconta senza alcuna reticenza; il poeta non parla mai in prima persona, ma è l’umanità intera a svelarsi attraverso le sue molte voci monologanti, i suoi personaggi che alla fine siamo noi, tutti.

Mi pare che tu abbia a cuore i poeti. Ricordo il tuo progetto di fotografare, in un modo molto particolare (raccontacelo!), i poeti viventi, oltre al progetto intorno all’opera di Baldini. Come mai? Che cosa ti affascina della poesia, ma soprattutto dei poeti, di solito ai margini del ‘dibattito’ ufficiale, derelitti del mondo editoriale?

Un giorno, durante i nostri incontri per le registrazioni, avevo fatto dei ritratti a Baldini e ne avevo stampato uno con la tecnica ottocentesca del platino palladio. L’avevo poi mostrato nel 2010 a Pier Luigi Vercesi, che mi chiese di fare una mostra in un suo piccolo spazio a Milano. Ho pensato allora di non avere una serie sufficiente per giustificare una mostra intera e ho deciso di fotografare tutti i poeti italiani in una serie. Non sapevo che ce ne fossero così tanti! Fino a oggi ho fotografato 133 poeti e ho deciso di fermarmi a 200, ma ho già quasi 300 nomi in elenco. Ci sto lavorando da sette anni e spero di sopravvivere al progetto, che ho chiamato “Registro fotografico dei poeti italiani”. Quello che mi affascina della poesia è quella conoscenza “chiara e confusa” che ci pone con immediatezza di fronte al mistero e allo stesso tempo ci indica che una salvezza c’è. Senza sconti, però. Derelitti? Credo che i poeti proprio debbano restare ai margini del dibattito ufficiale. Il mondo editoriale, in fondo, non li riguarda. L’ha detto molto bene il poeta e filosofo Pier Mario Vello: “…se dovessimo pensare a uno schema cosmologico, la poesia sta ai bordi dell’universo. Il poeta è il viaggiatore che viaggia ai bordi di questa bolla, è ovviamente sempre border-line. Border-line perché ricerca la frattura, ricerca il momento in cui le cose non tengono, per creare nuove…” (Pier Mario Vello, estratto da un discorso per la presentazione della sua raccolta Migranti, Mondadori, 2014, a Casa Manzoni, Milano, marzo 2014).