Che cosa c’entra la canzoncina di Giorgia con la Decima Elegia di Rilke? Lettura spudorata di una hit con cui ci fanno due timpani così

Posted on Gennaio 05, 2018, 8:15 pm
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Uno dei successi più trasmessi di queste radiofoniche settimane è la canzone di Giorgia, Come neve, in cui interviene la vocina di Marco Mengoni, il Prince in trentaseiesima della musica italiana. La canzone, gradevole – per quanto, all’ennesima radiotrasmissione faccia venire il mal di pancia per eccesso di glucosio – fa parte dell’album Oronero Live, è censita ‘disco d’oro’, ed è in onda da un mese. Il gioco verbale – ma qualcuno li ascolta i testi delle canzoni? – ruota intorno alla frase, reiterata, “neve, insegnami tu come cadere”. Insomma, il tema è la caduta. Si cade tra le braccia nell’amato, si cade in una delusione, si cade nella curva della vita, in silenzio, senza “pesare sul cuore degli altri”. Al di là di questo, Giorgia non si muove, resta lì, caduta, a definire l’innevata caduta. Senza decrittarla. Senza risalita. Senza significato. Se sul crinale del 2018 Giorgia canta, con spavalda malinconia, la caduta, nel 1922 Rainer Maria Rilke ha fatto della caduta il culmine delle micidiali Elegie duinesi, il testo più alto ed enigmatico della poesia occidentale.

rilke

Il geniale Rainer Maria Rilke (1875-1926)

La Decima delle Elegie, l’ultima, chiude con questa strofa: “E noi, che pensiamo alla felicità ascendente,/ saremmo commossi/ e quasi sconvolti/ quando cade una cosa felice” (così la versione di Michele Ranchetti). Il testo, però, chiude proprio sulla caduta, fällt, scritto così, in corsivo, a esaltarne la fiammata semantica. Rilke non va spiegato, ma assunto, come ciò che dissecca le parole e sevizia la grammatica. Romano Guardini, uno dei grandi pensatori del Novecento, vasto esegeta di Rilke, spiega quel brandello di versi, provenienti da una dimensione ulteriore e abbacinante, così: “Per noi la felicità è collegata ai concetti dell’ascendere, del riuscire, del fiorire in bella libertà. Ma se noi potessimo esattamente comprendere questi simboli, ci faremmo coscienti del senso antivalente e sentiremmo ‘quasi sconcertati’ quale mai mistero si cela ‘quando una cosa felice cade’: quando una gioia diviene dolore e resta tuttavia gioia; quando una vita muore e tuttavia dà assenso alla morte, perché essa, cadendo, genera vita”. In una lettera del 6 gennaio 1923 a Margot Sizzo-Noris (ora in Rilke. La vita comincia ogni giorno, L’Orma, 2017), una delle sue ammiratrici, Rilke scrive che “si deve amare la vita con tale generosità, senza calcoli o preferenze, cosicché quasi senza volerlo, ci si trovi a includere in questo amore anche la morte (la metà della vita che ci volta le spalle). Che poi, in realtà, è quel che accade sempre nei movimenti interminabili e sconfinati dell’amore”. Il poema di Rilke, insomma, è salvifico, ci porta a riscattare la morte come fioritura della vita, avverte l’indicibile mistero per cui ‘cadere’ è il crisma di ciò che è felice. Micidiale capovolgimento dell’ovvio: il mondo ci dice che ‘potere’ vuol dire stare in cima, assiso sul trono con finanziario cipiglio, su una ziqqurat di dollari; al contrario, è nella caduta l’arconte della bellezza. Sintesi sommaria: Giorgia scopiazza Rilke? Magari. Mi domando perché ci fanno due timpani così con Come neve, mentre a ogni ora del giorno, infinitamente, non dovrebbero far altro che leggere e rileggere la Decima elegia di Rilke.

Federico Scardanelli