Cosa ce ne facciamo di 30 bravi cristi? Mattarella dovrebbe medagliare al Merito i poeti

Posted on novembre 20, 2017, 12:00 pm

Lo capisco, lo capisco. Bisogna cementare la Nazione, dare fiato alle trombe patrie, dare un senso all’appartenenza italica. Un tempo si tirava su un monumento equestre a Garibaldi, qualche alloro e tutti a casa, ora il Presidente della Repubblica sparge una manciata di medagliette. Il gesto presidenziale di Mattarella è delicato, delizioso, fa quasi sorridere. Affibbiando “trenta onorificenze al Merito della Repubblica Italiana” manda un messaggio chiaro a tutti gli italiani: se fai il bravo ti do la medaglia, ti do la pacca sulla spalla. I piccoli gesti di eroismo civico, d’altronde, sono un argine all’orrore quotidiano. C’è, però, in questa fiera dei puri di cuori, in questo ballo degli innocenti, una cosa che non mi torna. Tra i “cittadini che si sono distinti per atti di eroismo, per l’impegno nella solidarietà, nel soccorso, per l’attività in favore dell’inclusione sociale, nella promozione della cultura, della legalità e per il contrasto alla violenza”, manca lo scrittore, l’artista, il poeta. C’è l’azienda che sostiene un “dipendente gravemente malato e privo della copertura previdenziale”, c’è “l’Appuntato scelto” che “è riuscito a fermare un tir in corsa e senza controllo a causa di un malore del conducente”, c’è chi aiuta i “minori abbandonati, con disabilità e in condizioni di disagio sociale” e c’è chi fa del bene in India e chi fa del bene in Burkina Faso e c’è Gessica Notaro, la bellissima riminese sfregiata con l’acido dal suo ex compagno, “per il coraggio e la determinazione con cui offre la propria testimonianza di vittima”. Insomma, c’è un’infornata di brava gente, è tutto bello, buono e giusto e con l’aureola televisiva. Ma visto che il Presidente ha accennato anche a promozione della cultura, beh, io mi aspettavo altro. Mi aspettavo la medaglia appuntata sul petto del poeta. Per carità, capisco. Il poeta non è ‘socialmente utile’, non è ‘moralmente integro’, non ha alcuna patente etica da denunciare. Anzi, al contrario, il poeta non soddisfa i nostri superficiali istinti umanitari: il poeta ci squassa, attorciglia come filo spinato i nostri nervi, ci spianta, ci fa trasecolare, ci obbliga a pensare, ci tortura con versi-pugnali, così pugnaci, così abissali. Per questo, forse, il poeta non ha più un cavolo di civico appeal, non serve più a niente, tanto vale carcerarlo nel Gulag dell’indifferenza. Il mondo è davvero cambiato. Il poeta, infatti, ruotando il proprio ombelico e facendone un telescopio, ha creato l’identità di una nazione. L’Islanda non esiste senza Snorri, la Germania non è nulla senza Goethe e Friedrich Hölderlin, l’Inghilterra è Shakespeare come l’Irlanda è Jonathan Swift e William B. Yeats, la Francia la capiamo attraverso Montaigne, Pascal e Rimbaud, mentre il dna spagnolo è in Cervantes, per non parlare dell’Italietta nostra, che è una creazione puramente letteraria, che va da Dante & Petrarca passando per Machiavelli sfociando in Manzoni perfezionandosi in Ungaretti e Montale. Come mai i poeti sono assenti dalla vita pubblica, sono trattati come degli incivili? In parte è colpa loro. Le cricche dei poeti di oggi, che si riempiono come Nutella di sorrisi e fanno ciao ciao con la lira, sono una schifezza, la poesia se ne sta accucciata altrove, pantera biliosa. D’altronde, la collana poetica mondadoriana, ‘Lo Specchio’, si è rinnovata per pubblicare sempre gli stessi: è possibile che non si scriva nulla oltre il noto? Ad ogni modo, meglio un poeta mondadoriano di un italiano dal cuore d’oro, più utile a fini patriottici. Nella mia testa vuota risuona ancora il discorso tenuto trent’anni fa a Stoccolma da Iosif Brodskij, quando è andato a ritirare il Nobel per la letteratura: “credo che a un potenziale padrone dei nostri destini si dovrebbe domandare, prima di ogni altra cosa, non già quali siano le sue idee in fatto di politica estera, bensì cosa pensi di Stendhal, Dickens, Dostoevskij”. Proprio così, caro Presidente Mattarella. Gli atti passano e le scritture restano, il buono è relativo mentre il bello è assoluto, se gli atti di bene dovrebbero essere naturali, connaturati, ovvi, il bello è l’eccedente, l’eccezionale. Ne tenga conto, ogni tanto, la Repubblica. Sogno un paese di poeti, non un paese di bravi cristi.

Davide Brullo