“La sua tomba semplicemente non esiste”. Piccolo discorso sul corpo martoriato, sfinito, scomparso del poeta

Posted on Giugno 02, 2020, 6:51 am
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Il corpo del poeta equivale al suo corpo poetico – il corpo del poeta va letto con la stessa attenzione con cui si attende alla sua opera. In effetti, il corpo distingue uno stile, richiama un particolare prodigio del verbo.

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Il 4 giugno del 1970, in San Lorenzo fuori le Mura, Carlo Bo poteva dire, sul corpo del poeta, “Giovani della mia generazione in anni oscuri di totale delusione politica e sociale, sarebbero stati pronti a dare la vita per Ungaretti, e cioè per la poesia”. Certo, la morte è per tutti, ma nessuna morte è uguale all’altra; la morte non interrompe nulla, ma alcune morti hanno l’ardire del segno, dello stigma.

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La tomba di Lev Tolstoj, morto in fuga, il 20 novembre 1910 nella stazione di Astàpovo

Pur squarciato, assassinato, il corpo di Pier Paolo Pasolini ebbe assistenza d’amore, il 5 novembre del 1975, l’anno in cui Eugenio Montale fu omaggiato con il Nobel per la letteratura, durante il funerale, a Roma. “Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe esser sacro”, disse, allora, grave d’emozione, Alberto Moravia, combinando i piani – ciò che conta e ciò che è sacro. A nessuno, molti anni prima, importò del corpo di Dino Campana, il poeta formidabile, relegato in Castelpulci fino alla morte, nel 1932. Fu Piero Bargellini, riconoscendo a quel corpo carati di genio, a lottare, dal 1938, perché “una sistemazione più degna” fosse data al poeta. D’altronde, chi ha curato il corpo di Emanuel Carnevali, nei vent’anni di vita che gli son rimasti, tornato dagli Usa, tra Bazzano, Roma, Bologna, un policlinico e l’altro?

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Mi piace il testamento – pur letterario – di Luigi Pirandello, quasi un micro-racconto, una poetica. “Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui”. Più stringato quello di Giuseppe Verdi – “Che i miei funerali siano modestissimi e siano fatti allo spuntar del giorno o all’Ave Maria di sera senza canti e suoni” – ma qui, più che altro, lo s’intende dal tono retorico, mirabile, siamo nell’ambito delle intenzioni, di chi deve dare ai posteri, ricco di gloria, un’immagine di sé, di – pur autentica – sobrietà.

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Indipendentemente dai desideri degli artisti, i governi hanno tentato di schiacciarli, almeno da cadaveri. “La sepoltura della famosa poetessa Anna Achmatova fu collocata a un livello infimo: nell’obitorio dell’ospedale venne improvvisata una commemorazione sul suo feretro, che poi fu trasportato direttamente al cimitero” (John e Carol Garrard). Era il 1966, e gli ostacoli di Stato animarono l’energia di molti poeti – tra cui Iosif Brodskij e Arsenij Tarkovskij – che decisero di proteggere il corpo morto, memorabile, della Achmatova, “donna dalla vita leggendaria, la cui sfrenata resistenza a ciò che considerava indegno nel suo paese la trasformò non solo in un emblema della letteratura russa, ma della storia russa del XX secolo” (Isaiah Berlin). D’altronde, la morte di Boris Pasternak, accaduta sei anni prima, fu salutata con un trafiletto pubblicato dalla “Literaturnaja Gazeta” (“Si comunica l’avvenuta dipartita dello scrittore Pasternak Boris Leonidovič, membro della mutua degli scrittori, dopo una lunga e grave malattia”), e contenuta nella sua casa a Peredelkino. Dall’Informativa redatta “dal vicedirettore della Sezione cultura del Comitato Centrale del Pcus”, leggiamo che “una delle donne, lì con un bambino in braccio, ha detto ad alta voce: ‘Ma che tipo di scrittore è se si è messo contro il potere sovietico?’”.

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Paul Celan si getta nella Senna il 20 aprile 1970; è ripescato dieci giorni dopo

…poi ci sono i corpi che spariscono, per un crinale di giorni – la prova dell’angelo – e ricompaiono, incrinati e corrotti. Il corpo di Paul Celan vaga, tra il 20 aprile e i primi di maggio, nella Senna – la sua opera prevede il trafugamento, il travisamento delle fattezze. Quattro anni prima, Delmore Schwartz muore in una camera del Chelsea Hotel. Si era fatto fuori da tutto da tempo – bussarono alla sua porta dopo tre giorni. D’altronde, nell’aprile del 1932, nessuno riuscì a prelevare dalla Fossa delle Marianne il corpo di Hart Crane, scomparso a ogni orazione, per il gusto, forse, di una eterna giovinezza. Altri, invece, hanno goduto, da morti, di lauti onori e giusti tributi, dacché “un bel morir tutta la vita honora”.

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Il corpo di Marina Cvetaeva, che penzola in una piccola casa a Elabuga, nel Tatarstan, è l’ultimo giorno di agosto del 1941, è trattato come un rifiuto, come ciò che non dovrebbe esistere, come un accessorio inaccettato. “Fu sepolta in una sorta di fossa comune del cimitero di Elabuga, su una collina, tra alberi di pino. Senza una lapide. La tomba di Marina Cvetaeva non esiste”.

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Nell’anno in cui la Cvetaeva si ammazza, Bruno Schulz è relegato nel ghetto di Drohobyč. Nel 1942 un ufficiale della Gestapo gli spara in testa – per gioco, per vanto, perché quel corpo è nulla, pura parola, se la ripeti al contrario, che differenza fa? Spazzato in una fossa comune, il corpo di Bruno Schulz, leggero e alieno come i suoi racconti, svanisce, inghiottito dalla Storia.

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Il punto oscuro a cui tende il poeta, lo scrittore è proprio quello. La sparizione. Una sparizione sonora, fisica, reale. Defunto all’opera – cioè, compiuto – lo scrittore deve svanire: la tomba è un’offesa, il sacrario un sacrilegio, la lapide una chiacchiera. Se Cristo risorge nella carne – ma con le ferite/feritoie – il poeta in carne scompare. Che fine ha fatto il corpo del “controrivoluzionario” Osip Mandel’stam, che si ostina ancora – refoli agiografici – a recitare Petrarca in russo, a Vladivostok, un nome che appena lo pronunci spalanca crociate nel gelo? “L’unica sua lettera dalla Siberia giunge a Mosca il 13 dicembre, dà notizia, fra l’altro delle sue pessime condizioni di salute… muore il 27 dicembre, si spegne nella baracca che serviva da infermeria, e il suo corpo verrà poi sepolto in una fossa comune, vicino al campo” (Remo Faccani). Era il 1938, ma della sua morte i parenti sapranno qualche anno dopo – scombinare le date della morte, braccate fino al frainteso, all’errore, deviando l’opera pia, anche questo è un segno formidabile.

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Isaak Babel’ muore, fucilato, il 27 gennaio 1940. La moglie, Antonina Nikolaevna Pirožkova, nel 1954, scrive al Procuratore generale dell’Urss “per un eventuale alleggerimento del suo destino futuro”. Lo credeva vivo. Gli aveva scritto – per 14 anni. Chi avrà letto le sue lettere? Qualcuno, pio sconosciuto, avrà risposto alle sue lettere? C’è margine per un romanzo. La verità, invece, dice che “non esistono né documenti né testimonianze sulla morte di Babel’, né sul luogo dove è stato sepolto” (Costantino di Paola). Puf. Sparito. Restiamo noi, a disseppellire quei corpi, a lavarli, a scrostarli dall’orrore, a renderli lucidi, ancora pericolosi. (d.b.)

*In copertina: il corpo di Percy Bysse Shelley viene cremato sulla spiaggia di Viareggio, nel 1822, alla presenza degli amici, tra cui Lord Byron; il quadro che raffigura l’evento è di Louis Edouard Fournier