Letteratura della crisi. Cormac McCarthy, “La strada”. Il romanzo che perfora la notte con una lingua di fuoco

Posted on Marzo 10, 2020, 7:37 am
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Il ragazzo urlava “signor McCarthy, signor McCarthy”, con la voce roca, spaccata, dei coyote, mentre un sole violento gli faceva lo scalpo. La fattoria poco fuori El Paso era un cubo di legno, la dimora di uno che sa cos’è la fame e ha voglia di ricordarsi quella morsa. Attorno al ragazzo, che si copre gli occhi con la mano, schermandosi dalla luce, un nulla rosso e marrone, radi bronchi d’erica, un cavallo, forse, che si perde in una bolla di polvere fitta come nebbia. Il ragazzo torna a urlare in quel feroce giorno del 1992, finché dalla porta della fattoria non esce un tizio, qualcosa tra Democrito e un re in esilio, comunque un uomo senza tempo. “Il signor McCarthy?”, dice il ragazzo, stravolto. L’uomo fa un cenno con la testa, gli occhi perduti oltre l’orizzonte terrestre. Il ragazzo sorride, prende la rincorsa per dire qualcosa di lungo e pomposo, ma il fiato gli si blocca in gola, come un nodo, e dice semplicemente “lei ha vinto il National Book Award”. L’uomo riceve quelle parole ma sembra ignorarle, si volta e rientra in casa. Non offre al ragazzo neppure un bicchier d’acqua, e decide di ignorarne il destino.

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In quel giorno del 1992 il mondo conosce Cormac McCarthy, che non è un giovane e rampante talento della letteratura a stelle e strisce, ma un uomo di quasi sessant’anni, che ha già scritto cinque libri, un paio dei quali dei sonori capolavori. Il romanzo premiato è All the Pretty Horses, di certo non il libro più bello di McCarthy, eppure pur sempre un libro che ti s’incide nel torso con la tensione di una lama. È il primo volume della così detta “Border Trilogy”, la trilogia della frontiera, che ricama i destini drammatici e sfiatanti di John Grady Cole e di Billy Parham. Seguiranno The Crossing (1994), il più intenso, il primo libro di McCarthy tradotto in Italia da Einaudi, un anno dopo l’uscita negli States (da allora l’editore torinese pubblicherà tutti i libri di Cormac: dopo le imprese di Igor Legati e di Rossella Bernascone con Andrea Carosso, trovando un abilissimo traduttore in Raul Montanari – gli ultimi libri sono firmati dalla brava Martina Testa), e infine il melò di dai risvolti sciamanici Cities of the Plain (1998).

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Fino al giorno prima, prima della consacrazione pubblica, Cormac non era proprio uno sconosciuto: restava pur sempre scrittore per iniziati e per dodici discepoli. Cormac, nato a Providence il 20 luglio del 1933, è della stessa classe di Philip Roth e di Donald Barthelme, più vecchio di Thomas Pynchon (1937), che quanto a rassegna critica è un matusalemme rispetto a lui. Questione di stile e di destino, dirà qualcuno. Dopo tutto, parlano gli anni. Cormac nasce alla letteratura nel 1965, con The Orchard Keeper, quando Philip Roth ha già alle spalle un paio di romanzi e si appresta a scrivere e completare Portnoy’s Complaint (1969) che farà urlare al capolavoro massimo. Thomas Pynchon, dal canto suo, precocissimo, ha già scritto un libro come V (1963) e di lì a poco siglerà The Crying of Lot 49 (1966). Questione di scrittura, dico io, perché con la scrittura puoi giocare ma non puoi mentire, altrimenti ti si ritorce contro, e Cormac, uomo integro ed integrale, leggendario, è ciò che ha scritto. Soprattutto, è uno a cui importa pochissimo del mondo dei vivi, men che meno dei letterati.

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Raccontiamo le cose dal principio. In principio fu il figlio di un avvocato nato per caso a Providence, Rhode Island, ma cresciuto a Knoxville, Tennessee, dove la famiglia si era trasferita nel 1937, che è anche la patria di James Agee. In principio fu il terzo di sei fratelli, suddivisi in tre maschi e tre femmine, dagli studi irregolari, prima del 1953, quando il ragazzo si arruola nell’Air Force e vi rimane per quattro anni, due dei quali in Alaska. Nel 1957 Cormac torna all’università. Soprattutto, affila la penna. Pubblica due racconti su un foglio studentesco e vince, nel 1959 e nel 1960, l’Ingram-Merrill Award, uno dei molti premi di provincia che comunque ti rinfrancano con vitamine e dobloni. Per non farsi mancare nulla l’anno seguente, nel 1961, si sposa con Lee Holleman, da cui ha un figlio, Cullen. È l’anno in cui Cormac chiude il sipario con l’università, se ne va a Chicago e si getta a scrivere qualcosa. La città lo risucchia, lo ossessiona. E lui, americano bello e bravo, con la faccia che è ancora alla Robert Redford, ma già è straziata da un dolore inspiegabile, inimmaginabile, che riguarda l’intera specie umana, non porta un soldo in casa. Quando dice alla moglie ce ne andiamo a Sevier County, Tennessee, prepara la borsa, lei gli sbatte la porta in faccia e gli risponde vattene. Scrive e passa giorni, è lui a ricordarlo, di adamantina povertà, senza una ghinea per comprarsi un dentifricio, migrando tra motel e baracche. Comincia lì, forse, in austera ma decorosa sofferenza, la storia del monaco-scrittore, soprattutto, della scrittura in quanto clausura.

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Intanto termina il suo primo romanzo, duecentocinquanta pagine che sono puro Faulkner, mescolato magari alla visionaria Carson McCullers. Cormac spedisce il manoscritto alla Random House, non per presunzione ma perché è l’unico editore che conosce, almeno per sentito dire. Albert Erskine, che è stato l’editor di Guglielmo il Grande fino alla sua morte, nel 1962, legge il lavoro e stenta a crederci: sono passati tre anni e Faulkner ha già trovato l’erede. Destino segnato nei pianeti, The Orchard Keeper vince il Faulkner Prize.

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Mettiamola così, McCarthy deve ringraziare gli Stati Uniti delle borse di studio e dei premi letterari se è diventato McCarthy. Uno di questi premi gli ha pure offerto una moglie. Nel 1965 Cormac, grazie al Travelling Fellowship concessogli dalla American Academy of Arts and Letters, s’imbarca per l’Irlanda, la terra dei suoi avi. Una tipa che lavora sulla chiatta come cantante lo conquista. Si chiama Anne DeLisle, e dal cocktail all’altare il balzo è brevissimo: nel 1966 i due si sposano in Inghilterra. Nello stesso anno, Cormac s’intasca il Rockefeller Foundation Grant, se ne va a Ibiza e completa Outer Dark (1968), il libro, acuminato ed euripideo, con cui salda ogni debito contratto con Flannery O’Connor. Poi è poco altro, vita granitica scolpita dalle parole. Nel 1969 Cormac rimette in piedi una stalla neogotica e depressa a Louisville. Lì scrive Child of God (1973), sotto la protezione spirituale di Erskine Caldwell, evocando il primo dei suoi cattivi integrali, Lester Ballard, stupratore e omicida idiota, stordito dalla miseria, così privo di sadico eroismo da restare intollerabile.

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Ogni libro è uno scandaglio sempre più perfetto nell’orrore e nell’uomo, e ha la consistenza di una stele di sale. Ogni libro è un azzeramento di sé, perché su ciascuna parola ci giochiamo tutto, è come se non avessimo scritto altro, come se non potessimo scrivere più altro. Nel 1976 Cormac lascia il Tennessee per sempre, si trasferisce a El Paso. Da solo, quello con Anne è un altro matrimonio in fumo. In Texas scrive Suttree (1979) e grazie ai fiorini che gli versa il McArthur Fellowship nel 1981 si paga la possibilità di un altro libro. Con Blood Meridian (1985), il western sulfureo ed eschileo, allucinato e stordente, cosa viva incorniciata dalla violenza del Mucchio selvaggio di Sam Peckinpah e dalla sgranata desolazione de I cancelli del cielo di Michael Cimino, che punta direttamente a Herman Melville squalificando ogni concessione all’ironia e allo shakespearismo acuto (in una linea pittorica che tiene insieme anche Joseph Conrad), non ci sono più scuse, tutti si accorgono del suo genio. Robert Penn Warren lo benedice, Harold Bloom lo enuclea tra i santi e i papi, dicendo a chiare lettere che un libro così originale non è stato mai scritto, per Ralph Ellison «è uno scrittore da leggere, da ammirare, ma soprattutto invidiare».

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Cormac, come al solito, non muove ciglio, se ne sta serrato nella sua stamberga, non si fa fotografare né tanto meno intervistare, è uno che ti getta addosso un libro ogni quattro o cinque anni, che non ha tempo da perdere. Sappiamo che non sopporta scrittori da altri giudicati grandissimi come Henry James e Marcel Proust, che legge e rilegge Moby Dick, ma cosa importa, infine? Le parole lo fondano, e bastano. Parole ancestrali, dimenticate, terribili. Parole semplici ed eterne. John Sepich si è preso la briga di stilare una tabella delle concordanze nei libri di McCarthy. Le parole che ricorrono di più sono “water” e “wind”, “desert” e “dead”, “fire”, poi, ovviamente, “dark” e “darkness”, “light” e “god”. Cose piccole, ossidate nei millenni, che solidificano l’uomo e il suo mistero. McCarthy si risposa per la terza volta, e per la terza volta divorzia (nel 2006), con Jennifer Winkley, da cui ha un figlio, John (nato nel 1998), a cui è dedicato l’ultimo, stupendo e patetico libro di Cormac, The Road (2006).

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Nel mondo «arido, muto, senza dio», un uomo cammina con il figlio, «il bambino». Una malattia, una pestilenza, una rovina nucleare ha svuotato la terra di vita. I sopravvissuti, s’intonano a una grave aggressività – domina il caos e la sua gemella, violenza. L’uomo e il bambino vagano senza un fine, verso il definitivo: percorrere La strada – il regno opposto del mondo di Kerouac, di On the road – significa aderire a una via, a una regola. Il bambino chiede con reiterata costanza – come ad aggiornare il codice – se lui e il padre sono i buoni, se sono loro i portatori del fuoco.

«Devi portare il fuoco.
Non so come si fa.
Sì che lo sai.
È vero? Il fuoco, intendo.
Sì che è vero.
E dove sta? Io non lo so dove sta.
Sì che lo sai. È dentro di te. Da sempre. Io lo vedo.
Portami con te. Ti prego.
Non posso… Tu sei il migliore fra i buoni. Lo sei sempre stato».

Il romanzo è il testamento della paternità; è un annuncio, una parabola evangelica. Il bambino è il fuoco ed è il candore, è il bene, perciò va difeso fino a uccidere, è l’avvenire – ed è per l’avvenire che si dà la vita.

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Le parole che ricorrono in The Road sono dark e fire, l’oscurità e il fuoco; è un romanzo binario, questo, eschileo, con un coro di cannibali. È un fuoco che escoria la schiena dell’oscuro, agisce con pazienza di chiodo. Alcuni brani sono di corrosiva bellezza («Una volta nei torrenti di montagna c’erano i salmerini. Li potevi vedere fermi nell’acqua ambrata con la punta bianca delle pinne che ondeggiava piano nella corrente. Li prendevi in mano e odoravano di muschio. Erano lucenti e forti e si torcevano su se stessi. Sul dorso avevano dei disegni a vermicelli che erano mappe del mondo in divenire. Mappe e labirinti»). Da allora McCarthy non pubblica. Sono passati quattordici anni, da tre si parla di un romanzo che s’intitolerebbe The Passenger. Da quel libro, dieci anni fa, John Hillcoat ha tratto un film, omonimo, con Viggo Mortensen.

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Dicono che Cormac ami passare le giornate alla Santa Fe University, ad ascoltare uomini di scienza che parlano del cosmo e della fine di tutte le cose. Wystan H. Auden, in uno dei suoi saggi barocchi e spocchiosi, scrisse che Kafka è «il sommo maestro della parabola pura», e che è per questo, in fondo, che spiazza un po’ tutti i critici. Chi scrive parabole oltrevarca la letteratura, per cui gli “strumenti critici” sono al dunque piccozze inutili. McCarthy, in fondo, e lo svela quest’ultima lancinante favola, è uno scrittore kafkiano, uno scrittore di vangeli. Sa che la letteratura è incenerita, esausta, e che il libro non è né più né meno che una strategia di sopravvivenza. Dopo tutto, biblico al pari di Kafka, Cormac è interamente vivo nel Salmo 39, quello che antivede le fulminanti e drastiche sentenze di Kohelet, per cui l’uomo è «un’ombra che cammina», un «filo di fumo», uno sbuffo di nebbia. «Getta via da me il tuo sguardo», prega Davide al Potente, lasciami così, solo, prima che vada, che svanisca. (d.b.)

*In copertina: Cormac McCarthy, 23 anni, con scimmietta in braccio