Caro Morgan, è ora di crescere, da un decennio continui a balbettare la stessa lagna, predichi la ribellione e il genio e sei sempre in tivù. Confessioni di una fan pentita

Posted on Marzo 05, 2020, 9:16 am
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Secondo me Morgan farebbe meglio a capire che della sua vita può fare quel che caz*o gli pare, che tanto al resto d’Italia, e dell’umanità intera, cambia e frega una beata ceppa. Che continui a cantare o no, fare dischi o no, andare da Barbara D’Urso o no, fatti suoi. E però, questi fatti suoi, sarebbe opportuno attenuasse di rifilarceli ripetutamente e nei minimi dettagli, che ormai uno del privato di Morgan è edotto anche se non vuole e anzi, vorrebbe ignorare l’esistenza di siffatto personaggio. I caz*i privati di Morgan spuntano fuori da tempo e da ogni parte, tv, radio, siti, social, giornali, e sempre sotto forma di piagnucolio irritante, molesto. Ma forse peggio della lagnosa versione di Morgan sulla sua vita medesima, vi sono le autoanalisi esistenziali di questo musicista, che straparla senza tregua di se stesso connesso all’arte, non avendo forse ben chiaro in mente che il fulcro di un artista sta nella sua inaccessibilità.

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E infatti: a chi sarebbe piaciuto vedere un genio del passato divulgare gemente, ai quattro venti, i suoi guai con i colleghi, con le donne, con le tasse, con la vita in generale? A chi sarebbe rimasta la sua idea intatta, incontaminata, venerante? A che sarebbe servita l’esibizione di Bogart a mutande calate, Montanelli sulla tazza del cesso, Canova che si smoccola, Moravia che rutta? E tanto per citarne qualcuno, a caso, tra i grandi del passato, e per rimarcare un discorso di libertà che il signor Morgan fa e ribadisce ovunque. Mi svelo senza problemi: sono stata fan dei Bluvertigo, ho dischi solisti di Morgan, valuto il suo Non al denaro non all’amore nè al cielo, un azzardo riuscito. Ho letto le sue due autobiografie, l’ho seguito fino al suo doppiaggio di When you’re strange, il documentario sui Doors di DiCillo. Ma Morgan è anche protagonista del solo pezzo del mio tracciato giornalistico di cui mi sia pentita: di averlo scritto, di averlo definito “un caz*o di genio”, di averlo difeso nell’indifendibile cacciata da Amici.

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Perché, Morgan, sai che c’è? Si cambia. Si cresce, si guarda al mondo con altri occhi, dacché c’è poco da frignare, prima o poi tutti dobbiamo entrare in quella che è e si chiama maturità, e non è una questione anagrafica ma una presa di responsabilità di se stessi, di quello che pensiamo, facciamo, della nostra vita e di chi ci sta accanto. Non che io sia esempio massimo di maturità, e però, lo dico: io oggi di te, dei tuoi dischi, dei tuoi libri, non so che farmene. Come me, non sanno che farsene in tanti, di sicuro tutti meno i quattro gatti che il giorno del tuo sfratto hanno messo su la fallita adunata di sostegno fuori casa tua, dando prova di quanto può essere cinicamente orgasmica la caduta di chi è stato in alto. Diceva bene Curzio Malaparte, noi italiani il successo non lo perdoniamo, ci piace portare in trionfo una persona ma mai quanto vederla cadere nel fango, anche se oggi è diverso: oggi mediaticamente non esiste gemma che non possa valere fango, non esiste m*rda che non possa tramutarsi in oro zecchino. Leggo che Morgan si vanta di essere un uomo “libero dalle classifiche, dal mercato, tra i pochi che ha competenza, capace di spiegare a un alieno ma pure a un cane come si scrive un pezzo”; uno che ha pronte “57 canzoni, inedite”, ma non le pubblica perché “ancora sto aspettando che capiscano i miei dischi precedenti”, e poi pure perché “non è materiale pubblicabile per la discografia italiana”, ma neppure “in forma disco in quanto tale” perché io, Morgan, “creo canzoni con l’iPad, e altre di pura elettronica, in forma cangiante, frutto del mio studio dell’intelligenza artificiale, diverse ogni volta all’ascolto, e delle quali puoi usufruirne solo se ci sono io”.

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È quanto, testuale, dichiarato da Morgan in una recente intervista a Fanpage.it: tu c’hai capito qualcosa? Io no, non ce la faccio, e perciò sbotto: Morgan, ma davvero pensi che ci sia qualcuno che ci possa cascare? Che ancora crede a quanto vai cianciando nelle interviste, e nelle ospitate tv, a quei teatrini abbelliti da sonate al pianoforte dove ancora ti atteggi a ’sto caz*o della musica, quando ci sono le nuove generazioni che quanto fai lo sanno fare e meglio, e se non lo sanno se ne impipano poiché loro, e la loro musica, sono e esigono altro? Morgan, tu pensi di essere migliore di altri, di tutti, seguendo l’esausto, fuori moda copione del maledetto-incompreso-genio-assoluto che si cala a infondere sprazzi di estro a un pubblico bollato come pecorile, e che però se ancora non ci fosse, lì, per te, sotto a un palco, ad applaudirti, ma di più ad aver pagato il biglietto, ti ritroveresti con altre artistiche pezze al c*lo di quanto tu non sia già stato. Davvero credi di poter governare, guidare le regole della tv, quelle che aziona e comanda Barbara D’Urso? Sbaglierò, ma profetizzo che sua santità papessa D’Urso, appena non servirai più (cioè non farai gli ascolti dovuti, o appena dirai non una parola ma una sillaba che non trova l’approvazione di chi ha in mano quel potere che tu tanto deplori) le tue artistiche chiappe su quel divanetto bianco non te le farà poggiare più.

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E poi non è che Morgan non ci sappia fare, a trasformarsi in prezzemolino televisivo, showman, o concorrente da reality: lavori in cui riescono anche ex politici pe’ tira’ su due spicci (risollevare il conto in banca, per chi non è romano). Però, siamo onesti: sono anni (quanti, 10,15?) che Morgan si loda ripetendo in loop arteriosclerotici encomi, ovvero che con Altre forme di vita ha vinto un MTV Music Award (era il 1998!), che il numero delle sue vittorie da giudice a X-Factor è da guinness, e che la sua cultura spazia da Bach a Spinoza, fino a Douglas Hofstadter di cui cita un libro così ostico che a quanto pare è riuscito a leggere solo lui. Tutte frasi, nomi, sempre gli stessi, sempre più confusi, petulanti, già rivelati in In p(a)rte Morgan, il suo libro del 2008. Tutto già detto, letto, sentito, segno di uno stop, una involuzione paurosa, se non da uomo da artista che infantilmente si ostina a non far sua questa imperitura sapienza: che la vita va avanti, pure se non vuoi, e che se resti fermo, a guardarti l’ombelico, gli altri li perdi, ti mollano, proseguono per conto loro, ognuno a vivere secondo le sue scelte e possibilità, occupato a crescere. In tal modo a Morgan, se rimane convinto che noi, gli altri, il mondo intero “non potete capire… non siete preparati… io vi insegnerò… vi dimostrerò… allora vi renderete conto!”, non resta che augurare di non fare la fine del gatto, l’unico ad ottenere risultati nel leccarsi il c*lo da solo.

Barbara Costa