Forse aveva ragione Ryszard Kapuscinski: l’Africa non esiste.

È un continente troppo vario e vasto per poterlo comprendere e raccontare, e non ci resta che rimanere con il bicchiere vuoto di fronte a quest’oceano di dettagli come in quella parabola di Sant’Agostino.

Dovremo accontentarci di un’immagine, che tante volte ci hanno detto essere la stessa in tutto il continente. Terra generosa, fertile e piene di risorse: cobalto, coltan, nichel, petrolio. Più ne tiri fuori, più ne ritrovi. Tutta roba che serve più a noi che a loro; da qui sfruttamento, migranti economici e non. Vasti confini, scarso controllo. Ribelli armati, jihadismo. Si muore per niente. Nel caso della Repubblica Democratica del Congo, anche se torniamo alle origini e parliamo del primo europeo che ha voluto esplorare il paese e diventarne il primo amministratore in pectore non cambia molto: Leopoldo II, re del Belgio, è famosissimo. Cresciuto in un’epoca di grandi industrializzazioni e imperialismo, suo padre Leopoldo I si era ritrovato a governare il paese più densamente popolato d’Europa. Pensa che ti ripensa, per risolvere il problema demografico aveva partorito l’idea di una emigrazione di vasta scala: solo che serviva la colonia. Leopoldo I si era interessato a Creta, all’annessione di Cuba, al Texas; senza concludere nulla. Leopoldo II mirava alle isole del pacifico, alle Figi, alle Filippine e addirittura al Vietnam. Tutte occasioni sfumate. L’idea dell’Africa si affacciò lentamente, guardando gli altri stati europei acquisire concessioni su porti e linee di controllo tramite arbitrati internazionali.

Re Leopoldo II

I racconti dei primi esploratori, che ne descrivevano l’incredibile ricchezza, la fece diventare un’ossessione. La tratta degli schiavi era già attiva da anni e, con lo scopo di combatterla, Leopoldo si appropriò di 2,5 milioni di km quadrati. Li chiamò “Stato Libero del Congo”, trattandoli come proprietà personale. Per l’impresa, si servì di un esploratore tra i più noti e prezzolati del momento, sir Henry Morton Stanley. A conti fatti, è più conosciuto per quell’espressione di cortesia vittoriana Dr. Livingstone, I presume che per il fatto di essere stato il braccio armato di Leopoldo II. Fu il primo ad attraversare l’Africa da est a ovest, facendosi spesso strada con l’utilizzo di dinamite, le popolazioni locali lo chiamavano Bula Matari (lo spaccapietre), senza tralasciare uso e abuso di armi e accordi con i negrieri locali, come il famigerato Tippo Tip, cui garantì l’accesso a “nuovi mercati” in cambio di protezione nel corso delle sue esplorazioni. È stato lui a fondare Leopoldville, dal 1966 nota come Kinshasa, sulla riva del fiume Congo. Anche qui, poco di nuovo. Se però ci spostiamo sull’altra sponda, a Brazzaville, forse le cose cambiano un po’.

Prima di tutto, la città non ha cambiato nome nel periodo post coloniale: Brazzaville, dirimpettaia di Kinshasa, è l’unica città d’Africa a mantenere il nome assegnatole da un europeo in epoca coloniale. Il suo fondatore, Pietro Savorgnan di Brazzà, italiano naturalizzato francese, è conosciuto e rispettato dalle popolazioni africane, forse anche più che in Europa. In particolare, lo lega un rapporto di amicizia con i Batéké, grande gruppo linguistico e culturale presente negli odierni Congo e Gabon, e il loro capo tribù e guida spirituale Makoko Iloo, incontrato da Brazzà più di centoquarant’anni fa nel corso della sua seconda esplorazione avvenuta proprio intorno al 1880. I discendenti di quelle tribù lo ricordano ancora oggi. Sì d’accordo, direte voi. Siamo passati dallo sfruttamento al mito del colonialista “buono” e del “buon selvaggio”. Ma non è propriamente così. Per esempio, anche Stanley nel corso dei suoi viaggi ha acquistato numerosi schiavi dai negrieri che incontrava con l’intento di “civilizzarli”, ricevendone in cambio sincera gratitudine; e la stessa costituzione dello Stato Libero del Congo da parte di Leopoldo II è stata mascherata agli occhi delle potenze europee come impresa umanitaria, dedita a perseguire scopi puramente filantropici come l’eliminazione della tratta degli schiavi e lo sviluppo economico dei Paesi che di quella tratta subivano il giogo.

Si può dire che Pietro tentò non di civilizzare o di sfruttare ma una terza via, quella dell’integrazione. Queste alcune riflessioni raccolte nei suoi diari: “Non ho l’abitudine di viaggiare nei paesi africani in qualità di guerriero, come il signor Stanley, sempre accompagnato da una legione di uomini armati, e non ho bisogno di fare scambi perché, viaggiando come un amico, trovo dappertutto gente ospitale”.

Pietro percorse i territori esplorati dialogando con le tribù, scalzo e senza l’utilizzo della forza, con pochi uomini al seguito. Nel corso di quattro lunghe esplorazione avvenute tra il 1875 al 1887 risalì il fiume Congo, fondò città e concluse accordi con la sola forza del dialogo e della negoziazione. Fu certamente anche un lobbista e un burocrate dell’amministrazione delle colonie ma, come Governatore del Congo, si distinse per la difesa dei diritti dei lavoratori e per la formazione di un sistema produttivo basato sull’agricoltura e su ritmi locali, finanziando progetti coerenti con queste premesse, spesso con fondi propri.

In patria fu accusato di favorire le popolazioni indigene a discapito di quelle francesi, al punto che nel 1898 venne destituito da quell’incarico. La gestione successiva impose obiettivi produttivi impossibili da raggiungere prevedendo catene, mutilazioni ed esecuzionisommarie per chi non riuscisse a raggiungerli.

Alcune fonti parlano apertamente della formazione di campi di concentramento. Pietro Savorgnan fu tra i pochissimi che tentarono già all’epoca di denunciare e fermare la gestione scellerata delle colonie che, come scrive Joseph Conrad, veniva perpetrata “con la stessa moralità di chi tenti di scassinare un forziere”. Sull’onda delle polemiche che seguirono le violenze, Brazzà si propose quale Ispettore della colonia da lui fondata e partì, nel 1905, per redigere un rapporto di denuncia e formulando controproposte in modo da evitare in futuro il ripetersi di simili sopraffazioni. Morì nel viaggio di ritorno, a Dakar, con il rapporto nascosto nel doppio fondo di un baule appositamente costruitogli da Luis Vuitton prima di partire. Secondo la famiglia è morto avvelenato. C’è un episodio cui viene spesso associata la sua memoria.

Nel redigere il suo ultimo rapporto di denuncia, nel viaggio da cui non tornerà vivo, Pietro fu aiutato dallo stregone dei Batéké che, nel corso di una danza eseguita in suo onore alla presenza dei funzionari delle
colonie, mimò l’esistenza di prigioni e, solo con l’aiuto di gesti, gli fece capire dove poterle trovare.

Unico tra gli astanti a recepire il messaggio, Pietro mosse verso i territori del nord del paese, evitando il percorso edulcorato che avevano preparato per lui i nuovi amministratori delle colonie.

Entrato nella leggenda, forse anche grazie a racconti simili, il suo nome non è esente da una sorta di damnatio memoriae. Anche in Italia, non figura in alcun dibattito al di fuori di ambienti specializzati e i contesti divulgativi lo ignorano, sebbene fosse un significativo contemporaneo di Stanley e Livingstone, nomi ben più noti anche al grande pubblico.

Se l’Africa non esiste, esiste quantomeno la storia di queste persone che del dominio europeo sull’Africa sono state protagoniste. Ricordiamoci almeno che non tutti loro avevano in mente la stessa narrazione.

Giacomo Di Silvestro