Con quale distacco Emma guarderebbe al movimento #MeToo… Ovvero: non c’è nulla di più osceno, oggi, della signorina dabbene di Jane Austen

Posted on Maggio 21, 2018, 8:33 am
5 mins

L’inconscio chissà cosa comunica agli altri, il mio all’improvviso mi impone: Leggi Jane Austen!, neanche avesse chiamato fuori dalle nebbie una misconosciuta da strappare a un ingrato oblio; eppure non ricorre nulla di suo, il 2018 non fa cifra tonda con la nascita o con la morte – che sono le date tra le meno determinanti nella vita di una scrittrice; di ben più interessanti: Jane quando avrà imparato a leggere? Quando avrà scritto la prima frase di cui sarà andata fiera e che le avrà messo addosso la frenesia di scriverne delle altre, alla continua ricerca di quelle che non le avrebbero mosso il tormento di cancellarle, di non averle mai scritte? Nascita e morte della scrittrice non possono combaciare con la nascita e la morte della donna che le ha fornito un nome e un cognome se non un alias.

Magari l’inconscio mi ha proposto la Austen perché provenivo da una serie di letture di autori non soltanto europei o americani ma tutti uomini, di questo o quell’orientamento sessuale o nessuno ma uomini, e se ho seri dubbi esista una scrittura al femminile ho la certezza che il lettore maschilista esista, perciò mi guardo con sospetto: non potrà mai bastare aver frequentato lo sconcerto statistico del caso Brontë con tre scrittrici, sorelle, in una famiglia sola, né l’aver fatto visita alla stanza tutta per sé della Woolf, o l’essermi lasciato toccare dalla crudeltà rurale di Flannery O’Connor o l’aver provato il ridicolo di scrivere poesie che Wisława Szymborska preferisce al ridicolo di non scriverne. La trafila da Saffo alla Munro e prima ancora e dopo ancora è lunga, e io ho assecondato l’impulso: dalla piccola biblioteca di mia sorella, incustodita perché lei nel mentre è diventata una migrante economica giusto in tempo per viversi l’esperienza storica della Brexit, pesco Emma nella traduzione di Pietro Meneghelli, e: che caratterino la Austen sa infondere a Emma, com’è moderna la Austen, assai più di me, da non preoccuparsi affatto di dare un piglio femminista alla sua protagonista così smaccatamente borghese da concedersi tutte le debolezze anche d’ingegno che vuole, perché tanto ha una buona posizione sociale e economica, come pure tanta bellezza.

Emma Woodhouse è un bellissimo personaggio da ghigliottina, con quale distacco guarderebbe al movimento #MeToo, sarebbe il bersaglio preferito delle Femen e io mi sono immaginato Emma al mio fianco al cospetto del recente manifesto pubblicitario romano che festeggia lui sì un anniversario, il quarantennale della legge 194, gettonatissimo per i suoi toni grigi e neri che lo fanno assomigliare a un parto della mente ombrosa di Nicola Samorì, quel ventre gonfio e nero e maculato e pietrificato, quel grembo cimiteriale, quella resa plastica della morte che viene così bene agli ispirati prolife, con quel suo messaggio incisivo e inclemente sull’aborto come prima causa di femminicidio nel mondo; l’avrà almeno escogitato una donna, un’altrettanto affilata Jane Austen che racconta la norma perché meglio se ne colga la portata pestifera?

La scritta da cartellone è una provetta provocazione letteraria a cui può voler rispondere con la censura solo chi difetta di altrettanto stile dritto come una spada, e che disappunto è passato sul volto della Emma che il mio inconscio ha voluto rievocassi per l’occasione quando ce siamo rimasti per un po’ impalati davanti al manifesto come fossimo davanti alla parete di un museo a cielo aperto: ha giudicato come imperdonabile mancanza di gusto e decoro tutto quel nudo di donna gonfio di vita forse sì forse no senza neanche un nastrino colorato, offerto alle orge sempre affollate degli sguardi lubrici d’indignazione a comando, ora che nulla è più osceno di una signorina dabbene che disapprova questo e quello.

Antonio Coda