“Comporre è un atto d’amore, come insegnare. La musica ha bisogno di maestri non di enfant prodige”: Francesco Consiglio dialoga con Remo Vinciguerra, pianista e grande didatta

Posted on Dicembre 03, 2018, 10:02 am
12 mins

A chi sente la chiamata di Euterpe, musa greca della musica, la contemporaneità offre blande alternative, tra un’oretta di flauto dolce alla media inferiore e la possibilità di frequentare un liceo musicale. I conservatori sono stati equiparati a una qualsiasi facoltà universitaria, e per essere ammessi bisogna avere un diploma di scuola secondaria superiore, con buona pace di tutti i bambini prodigio della musica. Fino ai 18 anni o giù di lì, il futuro di un aspirante musicista è riposto nelle mani di un essere che alcuni chiamano Dio, e altri caso o fortuna. Non crediate che stia scherzando se vi dico che pregare di imbattersi in un bravo insegnante è l’unico modo di supplire, anche se in modo irrazionale, alle carenze della scuola sul piano dell’istruzione musicale. Remo Vinciguerra, uno tra i più importanti compositori in Italia per la didattica pianistica in stile jazzistico e moderno, rappresenta il paradigma del Maestro nella bottega artigianale, un uomo saggio che non ha bisogno di ruoli istituzionali per creare quella dimensione empatica che attiva la comunicazione tra didatta e discente. L’ho incontrato a Lanciano, sua città natale, e questo è il sunto delle idee più importanti.

Al supermercato, su un autobus, nella sala d’attesa di un dentista. La musica ci aspetta dappertutto. Eppure quel diluvio di note che irrompe quotidianamente nella nostra vita sembra attraversare la maggior parte di noi senza lasciare un segno né propiziare l’accensione di un sacro fuoco. A quanti giovani piace la musica? Più o meno a tutti. Ma solo una minima parte decide di imparare a suonare uno strumento o frequentare le sale dei concerti. È evidente che la scuola generalmente non vuole o non è in grado di stimolare in loro quella propensione artistica che dovrebbe spingerli a sognare un futuro da musicisti.

Quando sono tante le cose che hai, perdi la capacità di scegliere. Nella cameretta di una bambina ho visto venticinque Barbie! Come può affezionarsi a una o due, se deve amarne venticinque? Proverà a dare un po’ d’affetto a tutte, ma nessuna sarà speciale. E questo succede anche ai ragazzi più grandi. Durante la settimana, oltre alla scuola, che solitamente reputano di minore importanza, hanno lezioni d’inglese e di basket, di tennis e di danza… come possono imparare bene una di queste cose? E i mille e più canali televisivi, a cosa servono se non a fare perdere la capacità di concentrarsi su un obiettivo? Molti adolescenti vivono dodici ore al giorno con il cellulare in mano e le cuffie alle orecchie, ma non ricavano un vero piacere dalla musica che ascoltano. È amore per la rockstar, per chi è diventato famoso, per chi è riuscito a evadere dalla mediocrità del quotidiano. Cercano di riempire un vuoto di solitudine e, per allontanare la paura del futuro, riempiono il presente di cose sempre nuove e distraenti. Come possono ascoltare un rap in lingua inglese senza nemmeno tentare di capirne il testo? E paradossalmente è meglio così, perché, se poi dovessero tradurne qualcuno si accorgerebbero che non c’è molto da erudirsi. Quanto alla musica che sostiene queste banali filastrocche moderne, ai ragazzi non importa niente se è fatta di due o tre accordi banali e un ritmo ripetitivo. Cosa può la scuola di fronte a questo andazzo? Poco, sicuramente, ma comunque quel poco lo continua a fare.

Vanitas vanitatum et omnia vanitas. Se intendiamo la locuzione latina alla maniera moderna, come l’atteggiamento frivolo di chi nutre uno smodato desiderio di essere lodato, possiamo ragionevolmente affermare che molto spesso la vanità di dimostrare che i propri figli sono migliori degli altri è la molla che spinge un genitore a farli avvicinare alla musica. Ma è una motivazione che non può reggere a lungo. Ben presto, questi forzati dello strumento cedono allo sconforto e abbandonano gli studi appena cominciati. Un epilogo triste che, perpetuandosi nel tempo, ha riempito le case degli italiani di pianoforti che giacciono in salotto senza essere suonati, come totem di un’assurda vanagloria.

L’abbandono dipende molto spesso da insegnanti che si ostinano a fare studiare ai ragazzi solamente un repertorio di tradizione, a volte anche obsoleto, che loro stessi hanno studiato con i propri insegnanti. Credo invece che, soprattutto all’inizio di un percorso di studi, bisognerebbe proporre musiche più vicine al vissuto degli allievi, per farli innamorare dello strumento. Perciò ho scritto oltre 50 libri di didattica musicale, molti dei quali sono stati divulgati nel mondo grazie alle Edition Peters, un editore musicale con sedi a Lipsia, Londra e New York. Sono convinto che la sfida di un insegnante debba essere quella di appassionare gli allievi più difficili e quelli che non pensano di fare della musica una professione. Un risultato che può essere ottenuto integrando il percorso tecnico per lo studio del pianoforte con i nuovi linguaggi del jazz e della musica popolare.

La passione è importante e, come disse Pascal, “la cosa più importante di tutta la vita è la scelta della professione”. Fare un lavoro che piace è bellissimo e promuove quella realizzazione personale che ciascuno cerca. Ma poiché è altrettanto fondamentale portare a casa la pagnotta, bisogna interrogarsi sul destino che attende i giovani laureati del Conservatorio. In Italia, chiudono più orchestre di quante non ne nascano. Il 30% dei laureati trova lavoro a scuola, gli altri sbarcano il lunario dando lezioni private o coltivano il sogno di un’occupazione artistica partecipando ad audizioni sempre più affollate. Saremo presto destinati a considerare la musica il più meraviglioso degli hobby?

Se non riusciremo a creare un pubblico di appassionati dotati di consapevolezza musicale non avremo speranze e soccomberemo alla musica imposta da un sistema mediatico – radiofonico, televisivo, pubblicitario – pensato da chi vuole che la musica sia un prodotto di mero consumo. Da tempo sogno l’istituzione di una graduatoria di strumentisti diplomati che suonino bella musica ai bambini, ai ragazzi, ai giovani, con una chiave di lettura che spieghi in modo semplice i segreti della musica. Lezioni-concerto da tenere nelle scuole, almeno una volta a settimana. Questo servirebbe a formare un pubblico consapevole e attento che entrerebbe in una sala da concerto senza tentennamenti perché ha ricevuto il giusto addestramento per poter capire e apprezzare la musica. C’è più bisogno di concertisti insegnanti che di ‘enfant prodige’.

Quando ho detto ad alcuni amici musicisti che stavo preparando un’intervista con Remo Vinciguerra, si sono scatenati in commenti e apprezzamenti. Uno ha esclamato: ‘Lo conosco, è un ottimo pianista’. E un altro: ‘È bravo in tutto. Suona, compone, scrive, insegna’. E un altro ancora: ‘So che ha scritto tanti bei libri sulla didattica musicale’. Non è facile, al giorno d’oggi, incontrare una personalità poliedrica come la sua. C’è un’attività che predilige più delle altre?

Sì: l’insegnamento. Lo svolgo da una vita: quarant’anni. L’insegnamento è un atto d’amore tra il docente e il discente. Il primo ha il dovere di tenere alto l’innamoramento per fare suonare lo strumento con il cuore. Il secondo ha il dovere di capire che non si può suonare bene solo con esso: è necessario un tempo di studio adeguato. Ti immagini se ogni giovane allievo studiasse anche solo la metà del tempo che spreca per la playstation o i social? Il fine di studiare il pianoforte o qualsiasi altro strumento deve essere prima di tutto quello di farlo per sé stessi, come un vero concertista che, quando si esibisce, pensa di suonare per sé. E di conseguenza suona pure per il pubblico. È un errore scegliere un repertorio per accontentare chi ti fa esibire o chi ti fa il piacere di venirti ad ascoltare.

Dando per scontato che il processo di creazione musicale varia da compositore a compositore, le è mai capitato di essere cercato da una frase musicale sgorgata nella mente, come un’intuizione folgorante, oppure preferisce sedersi al pianoforte e macinare note su note alla ricerca di un frammento da sviluppare? In sintesi: è la musica che cerca l’autore o è il contrario?

Entrambe le cose. Il comporre è un atto d’amore e l’amore si fa in due, come nella vita.

Infine, la più classica e inevitabile delle domande: progetti per il futuro?

Invece di andarmene in pensione continuerò a divulgare la bellezza attraverso la musica, cercando di appassionare i miei allievi, di cui non posso fare a meno. Dopo Una fantastica storia della musica raccontata ai ragazzi, un libro che tutti i musicisti dovrebbero tenere sul comodino, pubblicherò alcune favole scritte con termini attinti dal vocabolario musicale. Si chiamerà Favole di Musica e racconterà la storia di Pianocchio, di Flicornino, dell’Organo del destino. Poi, nel settembre 2019, uscirà Prove d’Orchestra, esercitazioni di musica d’insieme per i licei musicali e le orchestre giovanili del mondo, scritto insieme al mio ex allievo, ora talentuoso maestro, Mauro Giuliante.

Francesco Consiglio