Comincia il Festival di Santarcangelo: ecco cosa vedere. Tanto, tranquilli, contano solo le fotografie snebbiate e la passera. E poi, state attenti alle saune…

Posted on luglio 05, 2018, 9:35 am
8 mins

Mi cercano essenzialmente per tre cose. In ordine sparso, Inghilterra e dintorni, fotografia e teatro. Non mi lamento e sto ovviamente al gioco: non che questi tre argomenti abbiano grande appeal sull’altra metà del cielo, ma producono un sottile piacere. Non sono esperto di nulla, però faccio finta di saperne a pacchi, complice la scrittura, straordinaria maschera, se utilizzata con acuta precisione e parsimonia, di potenziali menzogne.
Luglio, per esempio, è teatro. Un ventaglio di persone si risveglia dal letargo. Sassi d’alpeggio dopo un terremoto, aguzzi e infingardi, fanno capolino dalle macerie dell’inverno e improvvisamente si ricordano che tra poco inizia il Festival di Santarcangelo e che, anche se sono allergici (e allergiche) ad ogni forma d’arte, devono fare una comparsata nel borgo clementino per dire “ci sono stato”.

Quindi scatta il WhatsApp, alle volte autentici copioni teatrali. “Ale, tu che sei esperto di teatro e che vedi tutto, cosa mi consigli quest’anno? Però non darmi le inculate dell’anno scorso quando mi hai fatto vedere delle robe che non si capiva un cazzo”. Messaggio di mano femminile (e di testa maschile: sui contenuti e l’espressione non mi pronuncio).
“Dipende da cosa vuoi vedere…”.
“Ah dì, sennò te lo chiedevo?”.
Apro i cassetti della memoria per cercare di ricordarmi gli spettacoli che non le sono piaciuti. Metto a fuoco le sue fattezze, mi soffermo ovviamente sul culo, provo a immaginare se la sua patatina è un’imitazione di un taglio di Lucio Fontana. No, troppo comunista. Quindi è trascurata e, se proprio va bene, ha lo scarminello. Però indossa gli occhiali e le Birkenstock. E ha le unghie corte e un fastidioso profumo, essenza Patchouli. Oscillo. Non ci penso più.
Cosa c’entra la passera? Apparentemente nulla. Andando a fondo (ma senza violenza), c’entra eccome: oggi il teatro, per mancanza di drammaturgia, di idee e di scenografia, si rifugia nel nudo e nell’assenza di parole. Quindi servono lavori perlomeno estetici se non estetizzanti, piacevoli agli occhi, e se non hanno una storia, perlomeno ti autogiustifichi che quei 11 o 13 euro li hai spesi per vedere qualcosa che è piaciuto agli occhi.

“Dai un occhio sul sito del Festival” le rispondo, “e vedi cosa ti ispira”. Mi manda un elenco sgrammaticato sia per assenza di cultura che per abuso di T9. Provo a decodificarlo e le invio un “programma bis”. Un’ora e risponde. “I tuoi titoli mi sanno di quelle cose pugnettose che piacciono solo a te e a una manica di sfigati intellettuali”.
“Ok, però mi ha chiesto un consiglio e quindi sapevi che ti avrei proposto gli spettacoli che piacciono a me. Il mio errore è quello di aver sopravalutato la tua intelligenza e la tua sensibilità artistica”.
“Sei il solito stronzo”.

Come accade nel cesso, dopo 20 minuti di finestra spalancata l’odore va via e torna l’aria buona.
“Ale, ho guardato sul sito. Faccio un po’ come dici tu e un po’ come dico io?”.
La situazione si fa interessante: cosa cerca una persona che non frequenta il teatro di ricerca? A cosa si affida?
“Per me sono belli (…) . Dalle foto mi ispirano. Ho letto le trame ma non ci ho capito niente”.

È la verità che cercavo: l’assenza di azione diventa assenza di parola. È impossibile descrivere il nulla, un’assenza di pensiero. Quindi le compagnie si affidano a fotografie invitanti o snebbiate, mosse, avvolte in una cortina di fumo, molto colorate. La mente umana è sensibile agli estremi, si impressiona davanti alla forza satura del colore e non al significato.

Le invio la mia bussola.
Venerdì 6 luglio: ore 19, Alessandro Sciarroni (45 minuti); ore 21.30, Tamara Cubas free; ore 23, Ligia Lewis (60 minuti). Sabato 7 luglio: ore 19.00, Asia Giannelli (30 minuti); ore 21,30 i Motus (15 minuti), ore 23, Michelle Moura (45 minuti). La settimana dopo mi parte di lunedì con “Let’s Revolution” e poi prosegue con “Pan”. Per gli altri giorni ho “segnato” Tania El Khoury, Mallika Taneja, Dewey Dell, Macao, Deflorian / Taglierini, Chiara Bersani, Nicola Gunn e Muna Mussie.
“Ale, scritti così sembrano una minaccia. Non per te ma per loro che sapranno che li andrai a vedere. Ma come li hai scelti?”.
Sono sincero: a naso. Titoli, durata e location, cercando di incastrare più spettacoli possibili. Per farmi un’idea delle direzioni che sta prendendo l’arte scenica, per degustare piatti diversi.
Lei ha scelto la musica. E gli spettacoli a costo zero. “Se non mi piacciono, almeno non mi sono costati”.
A lei e alle persone che non hanno ancora ricevuto i miei consigli, un brevissimo vademecum. Da utilizzare, cestinare o regalare.
Primo: il caldo. I luoghi al chiuso sono autentiche saune, e se ci metti che chi è vicino a te suda come un bricco, meglio spostare le proprie attenzioni verso le rappresentazione en plen air. Quindi Piazza Ganganelli (lì vanno in scena i Mutus, ma anche Macao), Piazza Marconi (Tamara Cubas), Sferisterio (ancora la Cubas, ma anche Sissi), Parco Cappuccini (Cristina Kristal Rizzo), Orto Cappuccini (Muna Mussie).
Sempre all’aperto si può mangiare un gelato, dormire e – per chi è particolarmente abile – mandare messaggi su Facebook e sulle App dedicate alla messaggistica senza farsi vedere troppo. E ci si può fumare una sigaretta, ma anche due. E, cosa non da poco, ci si può alzare a andare via.
Le insidie sono rappresentate dallo Spazio Saigi (Mallika Taneja, Dewey Dell) mentre al Supercinema e la Lavatoio c’è l’aria condizionata. Insidioso anche l’ITC Molari (armatevi di tuta spaziale refrigerata) mentre la Scuola Pascucci può diventare un forno come essere discretamente gradevole a seconda delle aule.

In realtà non c’è altro, se non la curiosità. Lasciatevi ispirare dai titoli e dalla durata (un’agonia di 20 si sbatte meglio di una di 60 minuti), dal pubblico (che può essere una piacevole distrazione), dalla trama (se ci capite qualcosa) e dall’esterofilia: gli artisti stranieri sono una buona cartina tornasole per capire il grado qualitativo di produzione del pensiero scenico oltre i confini italiani e per rendersi conto che tutto sommato nel Belpaese si fa ancora un discreto teatro. Che può piacere come no. Ma questo non è così rilevante. Il Festival è un rito pagano aggregante, lo struscio dei teatranti, la bacheca di gloria che si illumina per 10 giorni. Dopo la chiusura, molte compagnie non circuitano più. Sipario anche per loro. Un buon modo per sentirsi meno soli…

Alessandro Carli