“Come una bestia rognosa e famelica”: Truman Capote su Ezra Pound

Posted on Dicembre 21, 2018, 7:30 am
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Truman Capote e Ezra Pound. Se fossi Esopo direi. La favola del pavone e della tigre. Esquire, primo settembre 1959. ‘Ez’ libero dall’anno prima, lascia gli Stati Uniti per l’Italia. Troppo ghiotta l’occasione per Capote di raccontare, con cinico brio, il titano della letteratura del Novecento. Ne viene fuori un ritratto elegante, perfino devoto – a pensare a come Capote piglia per i fondelli Sua Attorialità Marlon Brando – che usa come pretesto le fotografie, omeriche, di Avedon. “Truman Capote and Richard Avedon on Ezra Pound”, in effetti, è il titolo sulla copertina di Esquire “The Magazine for Men” – con buona pace delle fanciulle in fiore. Il pavone, a debita distanza, descrive l’ultimo assalto all’America della tigre. Titolo del pezzo, laconico: Observations on Ezra Pound.

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Nel volto si decritta un destino. Proprio così. Il volto – l’arte occidentale raffigura il volto, perfino quello di Dio, pensando che sia lì, tra occhi, labbra, esegesi cuneiforme del mento, tutto, la totalità di una sorte, il sigillo dell’angelo. L’ha scritto Joseph Brodskij, “strane cose, le facce dei poeti. In teoria, l’aspetto di uno scrittore non dovrebbe avere la minima importanza per i suoi lettori… ma nel momento in cui si conosce e si apprezza una quantità sufficiente di versi di un certo autore, comincia la curiosità e ci s’interroga sulla sua apparenza fisica… insicuri per natura, vogliamo vedere l’artista (che identifichiamo con la sua opera) in modo che la prossima volta ci sia possibile sapere che faccia ha realmente la verità”. Quasi che il viso incarni il carisma, i carati di un’opera. Pound non potrebbe avere altro volto – altro volto non potrebbero avere i Cantos. Truman Capote, idem. Consustanzialità tra opera e corpo. Corpo verbale.

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esquireNel 1959 Capote ha appena pubblicato Colazione da Tiffany, ha già scritto i romanzi più lirici – Altre voci, altre stanze e L’arpa d’erba – si appresta a calare in una crisi da cui risorgerà con il libro pazzesco, A sangue freddo. Tanto Capote è ‘americano’ tanto Pound è ‘occidentale’, capite? Uno, Truman, è nell’oggi, si avvita all’ovvio, esplodendo esegesi avveniristiche; l’altro è nell’altrove, zenit dei significati, tra l’altare dei catari, la ballata di Cavalcanti, la cavalcata di Confucio, la faccia di tolla di Eliot.

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Cortocircuiti della traduzione. Il testo di Capote su Pound lo leggete in originale (la mia è una traduzione da saccopelista del verbo), lo trovate con fatica in libreria (libri immancabili: Ritratti e osservazioni e I cani abbaiano, entrambi Garzanti), lo leggete in spagnolo su Buenos Aires Poetry, dove l’amico poeta Juan Arabia sta facendo un gran lavoro sulla poesia contemporanea e sull’opera di Ezra Pound.

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Due cose mi abbaiano contro. L’idea della beffa e della gabbia. Ciò che Truman dice di ‘Ez’ vale per lui, vale per lo scrittore, per il poeta. Lo scrittore è sempre in gabbia: tutto gli è poco, e con quel poco edifica mondi che sono – anche – vie di fuga. Lo scrittore è un fuggiasco. Gli è gabbia il torace, l’amare, il respirare. Di questa gabbia fa epopee. Poi, la beffa. Il poeta si fa beffe della gabbia: con un gioco di prestigio prima è lì, poi non c’è, famelico e inafferrato. (d.b.)

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avedon pound

Le fotografie di Richard Avedon a Ezra Pound, cui si riferisce l’articolo di Truman Capote

Nato nel 1885, un ragazzo dell’Idaho. Scuola: buttato fuori perché “tipologia da Quartiere Latino”. Cerca conforto con anime simili, all’estero. A 23 anni, dilaniato da una dieta di patate a Venezia, pubblica A Lume Spento, il primo libro di poesie, che inaugura una potente amicizia con Yeats, il quale scrive di lui: “Di natura ruggente e selvaggia, ferisce sempre i sentimenti della gente, ma credo che abbia del genio e una certa energia”. Chiamala energia! Tra il 1909 e il 1920, vivendo tra Londra e Parigi, ha costantemente sostenuto la carriera artistica di molti (è a Pound che Eliot dedica The Waste Land; è Pound a raccogliere i soldi che permettono a Joyce di terminare l’Ulisse). Riguardo a questo ha dato testimonianza anche Hemingway, un tipo che non si spende a celebrare la generosità altrui: “Finora”, ha scritto nel 1925, “abbiamo Pound, il grande poeta che è devoto per un quinto del suo tempo alla poesia. Nel resto del tempo cerca di aiutare gli amici a fare fortuna, materialmente e artisticamente. Li difende quando vengono attaccati, li fa entrare nelle riviste e li tira fuori dalla prigione. Presta denaro. Vende i loro quadri. Organizza concerti per loro. Scrive articoli su di loro. Li presenta a donne piuttosto abbienti. Fa in modo che gli editori pubblichino i loro libri. Sta con loro tutta la notte quando questi dicono di voler morire, e raccoglie le loro ultime volontà. Anticipa le spese ospedaliere e li dissuade dal suicidio. E alla fine alcuni di loro rinunciano ad accoltellarsi alla prima occasione”. Tuttavia, riuscì a pubblicare regolarmente saggi, a ruggire i suoi Cantos (“l’epopea delle meraviglie di una mente letteraria”, così li ha definiti Marianne Moore, con consueta raffinatezza) e a dare alla scultura e alla pittura una prova d’indiscutibile necessità. Ma è stato lo studio dell’economia a diventare il suo interesse sempre più intenso (“La Storia che omette l’economia è puro dormitorio”); in merito, sviluppò strane nozioni, alcune di queste lo portarono alla rovina: nel 1939, ormai un italofilo mussolinizzato, cominciò a trasmettere su Radio Roma una sequenza di discorsi di taglio fascista che culminarono con l’accusa di essere un traditore degli Usa: unità dell’esercito americano che avanzavano in Italia lo catturarono nel 1945. Per diverse settimane, come un animale da zoo rognoso e famelico, fu imprigionato in una gabbia a cielo aperto, a Pisa. Qualche mese dopo, alla vigilia del processo per tradimento, fu dichiarato pazzo, come potrebbe essere ogni poeta nella sua giusta, giustificata facoltà artistica; e così trascorse gli altri dodici anni sigillato al St. Elizabeth Hospital. Mentre era lì, pubblicò i Pisan Cantos, vinse il Bollingen Prize, un premio eccessivamente censurato nei soliti circoli artistici indigesti. Tuttavia, un uggioso giorno di aprile del 1958, a Washington, Pound, un uomo anziano di 72 anni, la barba un tempo fiammeggiante e ora pura cenere e il volto da santo-satiro scarabocchiato da rughe che raccontano una storia sconfortante, si trovò davanti a un certo Giudice Bolitha J. Laws e si sentì definire “incurabilmente pazzo”. Incurabile; ma “innocuo”, dunque, libero. A quel punto, Pound dichiarò: “Ogni uomo che vive in America è pazzo”, e partì per l’Italia.

Queste fotografie sono state realizzate pochi giorni prima di salpare. Arrogante, beffardo, con gli occhi chiusi mentre urla frammenti di un poema senza senso, cammina avanti e indietro, come se stesse ancora percorrendo una gabbia pisana; o piuttosto, quella gabbia che è diventata la sua vita.

Truman Capote

*In copertina: Truman Capote fotografato da Richard Avedon, 10 ottobre 1955, New York