Come siamo diventati dei cartoons, turisti di passaggio nella nostra esistenza: Gianluca Barbera dialoga con Giulio Milani

Posted on settembre 05, 2018, 8:09 am
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Come e perché siamo diventati quello che siamo, ossia dei cartoni animati in un mondo cartoonizzato? Quando è cominciato il tempo della perenne emergenza, dell’apocalisse perpetua, della scimmiottatura delle ideologie, dello sberleffo costante, della ossessiva percezione di pericoli inesistenti, dei gridi d’allarme per ogni nonnulla? Quando abbiamo cominciato a trasformarci in macchiette, nella parodia di ciò che sognavamo di essere? Ce lo racconta Giulio Milani nel romanzo La cartoonizzazione dell’Occidente, uscito nel 1998 e che oggi riappare in versione ebook per l’editore Laurana nella collana Reloaded, di cui ha da poco assunto la direzione lo scrittore Demetrio Paolin, fine conoscitore di cose letterarie. Giulio Milani non è solo l’autore di romanzi e di saggi come La terra bianca. Marmo, chimica e altri disastri (Laterza, 2015) e I naufraghi del Don. Gli italiani sul fronte russo. 1942-1943 (Laterza, 2017); è anche l’editore di Transeuropa; un intellettuale la cui intelligenza vola alta: basta leggere quello che scrive e come lo scrive per rendersene conto (anche questa stessa intervista). Come si diventa dei cartoon, dunque? Semplice. Quando tutto si fa finto. Quando si recita una parte scritta da altri, incuranti del tempo che passa, proprio come accade ai personaggi dei fumetti, i cui caratteri sono fissati una volta per tutte. Si diventa dei cartoon quando si rimane intrappolati in un ruolo. Come Bela Lugosi che continuava a credersi un vampiro anche a telecamere spente. Quello di Milani è un romanzo assolutamente da leggere, se non altro perché ci fa crescere nella consapevolezza. Abbiamo intervistato l’autore.

milani libroLa cartoonizzazione dell’Occidente è la storia di un giovane che nel corso di una torrida estate si rifugia in una località sulle Alpi Apuane e da lì, come messaggi nella bottiglia, scaglia invettive contro tutto e tutti attraverso lettere che cominciano allo stesso modo: “Compagni! Compatrioti! Irriducibili!”. Una chiamata alle armi che però si risolve in avventure farsesche. Come è nata l’idea e cosa ti prefiggevi scrivendolo?

Lo spunto è autobiografico. Nel 1994 mi ritirai dagli studi e cominciai a passare in rassegna tutto il materiale storico e letterario che riguardasse i movimenti rivoluzionari degli ultimi due secoli. Correva l’anno in cui Berlusconi vinceva le elezioni e sdoganava le destre – Fini, Bossi – gettando la sinistra nella frustrazione e nell’angoscia. Non potevo saperlo, ma come altri ero appena precipitato nella terrificante “guerra delle memorie” che da allora in avanti avrebbe scosso il Paese, alla ricerca di una nuova identità dopo il crollo del Muro e la fine della guerra fredda.

E cosa trovasti?

Nel 1995 uscì il manifesto di Umberto Eco sull’Urfascismo, quest’idea che il pericolo fascista non è morto con la fine della seconda guerra mondiale ma è una specie di malattia morale dell’umanità, che può manifestarsi con determinati sintomi (in pratica, aveva applicato il modello della Sindrome di immunodeficienza acquisita al fascismo). Era un’operazione politica e letteraria molto suggestiva, e il mio personaggio risponde per iscritto a questa necessità o compito storico di mappare i sintomi dell’epoca per rintracciare – nella famiglia, tra le amicizie, negli studi, sul lavoro, in amore, in politica, insomma nel privato come nella sfera pubblica – le prove di questo contagio. Il problema è che l’analisi dell’inconscio è interminabile, freudianamente, e quindi il mio personaggio comincia ad avvitarsi sempre di più, fino ad affondare in un limbo che non si aspettava di trovare: quello della “cartoonizzazione”, appunto, un mondo dove “resistere è inutile” perché il totalitarismo delle tecnologie dell’informazione ha vinto su tutto e tutti, compreso il fascismo e l’antifascismo.

Come e perché dunque siamo diventati dei cartoni animati in un mondo cartoonizzato, secondo quando recita il titolo del tuo romanzo? Il “rivoluzionario da salotto” ne è il tipico esempio?

L’esempio perfetto di “rivoluzionario da salotto” cartoonizzato è Diego Fusaro: come scrivo nella postfazione questo “marxista scongelato” rappresenta quasi un parto della mia fantasia di allora, perfino nel rifiuto dell’inglese come lingua del mercato turboliberista e nei cascami di linguaggio libresco/rivoluzionario otto-novecentesco, di cui abbonda anche il mio romanzo. Solo che il mio protagonista si accorge di essere “cartoonizzato”, ossia coglie la verità romanzesca sotto la menzogna romantica, mentre Fusaro ci costruisce un personaggio mainstream, un radicale in un mondo dove la radicalità ci è preclusa per statuto. Alla fine lui ci fa i soldi e io no: vita cartoonizzata vince romanzo realista 1 a 0. Anche questa è cartoonizzazione.

MilaniEppure non tutto è cartoonizzato; di tragedie ne esistono ancora, lo vediamo tutti i giorni. In quei casi passa la voglia di scherzare. Anche di fronte a esse restiamo cartoonizzati?

La distanza che ci separa dalle cose e dal mondo è ormai stratosferica. Le tecnologie dell’informazione hanno completamente deformato la nostra percezione della realtà. Viviamo con la velocità negli occhi anche quando siamo in casa, nel posto più isolato, come se abitassimo in un perenne autogrill. Siamo diventati turisti di passaggio nella nostra stessa esistenza, degli altri ci interessa solo il consenso e l’approvazione che possono darci. La nostra condizione è già abbastanza tragica da renderci insensibili alle sofferenze altrui e quindi ogni cosa ci appare come farsesca, cartoonizzata appunto: il sentimento prevalente nei social non è l’indignazione o la rabbia, ma l’ironia. Ironia social, la chiamano, e condisce ogni altro e ogni altrui sentimento espresso. Di fronte a questo dilagare dell’ironia o del sarcasmo, non c’è tragedia che tenga.

I nostri nonni non scherzavano quando si trovavano alle prese con fascisti e nazisti. Quando si trovavano a combattere battaglie per la sopravvivenza e per i diritti in un’epoca in cui venivano negati, contro lo sfruttamento. Ma poi è accaduto che l’Occidente è diventato ricco, ha conosciuto il benessere, ha conquistato molti dei diritti per cui si è battuto. E a quel punto ha iniziato a combattere battaglie di retroguardia, marginali. Non che manchino le battaglie vere in cui cimentarsi. Ma sono in pochi quelli che se la sentono di rischiare. Un tempo non si aveva nulla da perdere. Ora si ha tutto da perdere. Non credi che sia la mancanza di realtà e di tragedia ad aver cartoonizzato il mondo? Non è forse vero che la cartoonizzazione comincia quando finisce la tragedia e inizia la farsa, quando viene a mancare il gancio con la realtà?

Sì, lo scollamento tra la percezione e la realtà, tra l’interpretazione e i fatti, ha acuito la mancanza d’essere di cui parli. Oggi sempre più dobbiamo “avere per essere” e l’invidia per ciò che hanno gli altri e che a noi sembra sempre mancare produce il meccanismo di consumo che tiene in piedi il gran teatro del mondo.

“Siamo tutti in cerca di una nuova regia e della sceneggiatura più adatta al nostro ruolo” hai scritto. Come mai non ne veniamo a capo? E venirne a capo porterebbe dei benefici?

Se troviamo una regia e una sceneggiatura è la fine: significa che siamo diventati personaggi e non persone. Guadagnare un ruolo significa sopravvivere nel mondo della cartoonizzazione, da una parte, e dall’altra rinunciare alla nostra libertà di continuare a cercare. Per questo non se ne viene a capo.

MilaniLeggendo il tuo romanzo mi sono domandato: Milani, vent’anni dopo, avrebbe scritto le stesse cose e in quella forma? Poi mi sono accorto che avevi già fornito la risposta, scrivendo nella postfazione: “Per certi versi, nessuno – o comunque non io – può dirsi molto più adulto del ventiseienne che scrisse quelle pagine”. In altre parole, sei d’accordo con me se dico che il nostro è un mondo nel quale non si diventa mai adulti?

È un mondo sempre più complesso, che richiede tempi di adattamento sempre più lunghi. Se è vero che si diventa adulti quando ognuno è ormai ciò che poteva essere e lo accetta, è vero però che il nostro tempo ci spinge a credere che ci sia sempre la possibilità di tentare un’altra strada, di “vivere una vita diversa”. Quindi l’impressione di essere “ancora giovani” aumenta. Peccato che sia solo un’impressione.

Il tuo è un romanzo di idee. C’è tutto il gergo dell’epoca, nelle sue pagine; che in parte è anche quello di oggi. Anche se l’impressione è che, come spesso accade in questo genere di opere, l’impalcatura teorica prevalga sulla resa narrativa, finendo un po’ per sacrificarla. Che ne pensi?

La cartoonizzazione è una sorta di pièce pirandelliana in cui non ci sono personaggi in senso stretto, ma attori che s’interrogano sull’idea di diventarlo e di accettare quindi una regìa e un sacrificio, intuendo che la decisione comporterà qualcosa da guadagnare e altro da perdere: sono persone giovani e fluttuanti colte nell’atto di esercitare la loro libertà, che è un momento terrificante, sacro. Per forza di cose, con una impostazione del genere, l’azione è sempre percepita dentro il donchisciottismo cerebrale della voce narrante.

A La cartoonizzazione è seguito un altro romanzo, sei anni dopo, per Baldini & Castoldi, che doveva esserne la naturale prosecuzione: Gli struggenti o i kamikaze del desiderio. In che rapporto stanno?

Dopo aver affermato sé stesso nelle terribili sessioni di studio e di contemplazione del passato che si infligge, l’io senza nome della Cartoonizzazione diventa Guido, l’ideologo del gruppo di “macchine celibi desideranti” – indifferentemente omo ed eterosessuali –, che negli Struggenti trova un nemico comune da battere nell’orrido architetto Cartesio Curzi, simbolo del pensiero logico-calcolante alla base del nichilismo contemporaneo. Proprio qui, nell’azione che tenta di realizzare il desiderio di lotta e di rivalsa, il donchisciottismo cerebrale della Cartoonizzazione rompe lo stallo e si trasforma in uno spettacolo d’idiozia spaventoso e a tratti insopportabile (tanto che l’editor dell’epoca, Canalini, mi suggerì di attribuirlo a una prospettiva “rossobruna”, diremmo oggi, operazione di addomesticamento che mi rifiutai di eseguire). Viceversa, per me tutto si teneva.

E come va a finire?

La cartoonizzazione termina con l’ingresso di un attore spagnolo che porta il gruppo a lavorare, con le forme disponibili al teatro, sulla costruzione di un’identità stabile e fittizia, una cifra riconoscibile, che venga assunta come statuto e faccia da trampolino per individuare un nucleo di desideri opzionabili e di opportunità per realizzarli: è quanto va in scena nel romanzo d’azione antagonista successivo, e poi in onda sui nostri schermi (il sottotitolo degli Struggenti, “i kamikaze del desiderio”, è posteriore al 2001 e tiene conto di quanto era avvenuto, nel frattempo, col fenomeno del Jihad, non diversamente da quanto deve aver pensato Tiziano Scarpa per il suo Kamikaze d’Occidente, 2003, pubblicato nella stessa collana “Sintonie” dove sarebbero dovuti apparire i miei kamikaze l’anno prima). La voce narrante della Cartoonizzazione, che cerca a tutti i costi di trovare, nei modelli della Resistenza e dell’antagonismo di matrice marxista e libertaria, un’identità politica forte in cui riconoscersi, finisce così per preconizzare tanto il colpo di coda donchisciottesco delle “nuove Br” quanto l’avvento di personaggi popolari come Diego Fusaro, appunto, il marxista-gramsciano scongelato, nemico del “nichilismo, dell’americanizzazione, della società dei consumi” e di ogni prestito “dalla lingua degli sfruttatori e del mercato assoluto”.

MilaniA sentirti parlare, chissà perché, mi viene in mente Willliam Burroughs, La macchina morbida, La lettera che esplose, Nova Express, e cose così. Ma andiamo avanti. Col tempo mi sono convinto che, se il mondo che ciascuno di noi sogna si tramutasse in realtà, per molti sarebbe un incubo. Perché la verità, secondo me, è che il mondo in cui viviamo, nel bene e nel male, è una specie di mondo medio o di sogno medio. E cambierà ogni volta che muterà la media dei nostri sogni, attraverso aggiustamenti tendenti al raggiungimento di nuovi punti di equilibrio. È questo a renderlo vivibile e accettabile per i più. Lo sbaglio in cui quasi tutti incappano, storicamente, è quello di voler a tutti costi eleggere a modello unico, a ideale di bellezza, il proprio mondo sognato, agognato. Per dirla con Cioran: “In ciascuno di noi sonnecchia un profeta, e quando si risveglia c’è un po’ più di male nel mondo”. Perché la domanda delle domande è: può esistere un sogno comune a tutta l’umanità? Un mondo ideale per tutti? Io non credo, dal momento che a me appare evidente che ciò che per alcuni è il paradiso per altri è l’inferno. Di questo dovremmo ricordarci; ecco dove hanno fallito le ideologie, le grandi utopie. Che ne pensi al riguardo?

Sono d’accordo. Per me la verità è un processo, non una conquista. E quindi non può e non deve esistere una minoranza che imponga il suo modo di vedere la cose a tutti gli altri. Ogni utopia che comporti la dittatura di un pensiero unico va combattuta con tutte le forze. Il sogno di eradicare il male e l’errore dalla società umana è un incubo, perché il male e l’errore sono proprio l’altro nome della nostra umanità. Per tutto il resto, bastano i robot.

Un’ultima cosa: spesso gli intellettuali – ma non solo loro – generalizzano fino al punto da rasentare la più totale ingenuità e sprovvedutezza; non trovi che a sparare nel mucchio o si manchi completamente il bersaglio o si faccia strage di innocenti?

Sì, generalizzare è una brutta abitudine che dipende spesso dall’errore di costruire una teoria per induzione, sulla base di casi specifici. Diversa la circostanza in cui si dispone di una teoria strutturata e la si mette alla prova della realtà, tenendo però conto del fatto che la persona umana non è mai nulla che si possa ridurre al contenuto di una proposizione. Il linguaggio, per quanti sforzi si faccia, resta il modo in cui ci sforziamo di afferrare la realtà, ma è condannato per sua natura a fallire.

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Già. Dite quel che volete, ma una mente così lucida e complessa la si incontra raramente. Non so in che misura abbia ragione e in che misura abbia torto. Per la verità non so nemmeno se ragione e torto esistano veramente. A volte penso di sì, a volte di no. In ogni caso non fatevi mettere troppo in soggezione. Milani è pur sempre un uomo in carne e ossa, proprio come noi. Leggete i suoi libri, parlatene con gli amici; e anche con lui, se volete. Lo trovate alla sua pagina Facebook, sempre molto attivo e disponibile al dialogo. Mi preme da ultimo segnalare le prossime uscite della collana: il romanzo Codice, di Mauro Giorgi, a settembre, libro non meno misterioso dei romanzi di Kafka. E a seguire Gli ultimi giorni di Lucio Battisti di Iginio Domanin.

Gianluca Barbera