Come mai i poeti non hanno capito che il Novecento è terminato da un pezzo? Tre libri per capirci

Posted on Marzo 28, 2018, 8:12 am
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Questo è un paese di santi, poeti e navigatori – o, almeno, così dicono. È vero che qualche navigatore è rimasto – di santi non credo proprio –, di poeti però questa terra brulica, anzi, si moltiplicano. Non sempre, però, la quantità va di pari passo con la qualità. È pieno di poeti e concorsi di tutti i tipi. Pochi, a ogni modo, sono i testi prodotti che verranno ricordati. Altrimenti, ora, su due piedi, pensate a un titolo di poesia che abbia vinto un premio recentemente, che non vi siete già dimenticati. Non vale se l’ha scritto vostra cugina.

poesiaTanti poeti. Lo stato di salute della lirica nostrana non è però certo eccellente. A sentirle il polso, sembra debole e malaticcia. Questo rende quasi dignitosa una giornata di commemorazione per la poesia, recentemente celebrata, che altrimenti sarebbe inutile come il resto delle celebrazioni in cui non si mangia abbondantemente. La fortuna è che, di solito, chi scrive tende a leggere, almeno se è un autore onesto, per sincerarsi che valga la pena sprecare il suo tempo: è inutile mettere nero su bianco qualcosa che è già stato scritto meglio da qualcun altro. Massimiliano Parente, in una sua opera ha scritto significativamente in tal senso: “[…] Di certo non scrivo per “esprimermi”. Non scrivo perché mi piace, perché uno scrittore che non sia tale lo riconosci subito da due cose: o lo fa perché gli piace, e quindi, dilettandosi, è un dilettante, o lo fa per mestiere, e allora è un timbratore di cartellini editoriali. Scrivo, detto altrimenti, perché quello che voglio scrivere io posso scriverlo solo io”. L’originalità non è tutto, forse. Certo non significa che bisogna essere chissà quale personaggio per scrivere. Dovremmo forse smettere di imitare una tradizione che è tanto bella quanto pesante per la scrittura odierna. Bisognerebbe prendere atto che il ’900 è finito e, purtroppo o per fortuna, siamo nel nuovo secolo, con tutte le novità che comporta. Smetterla di ripresentare sempre le stesse formule e tematiche e sempre peggio. Casomai, individuare ciò che c’è di nuovo e significativo ai giorni nostri. Intercettare lo spirito del tempo.

Ecco che, leggendo molti libri di poesia scritti attualmente in Italia, si può avere l’impressione che tutti ripropongano più o meno lo stesso testo e allo stesso modo. Le dovute eccezioni, poche, per fortuna ci sono.

La verità è che da sempre si stampano più libri di quelli che si leggono. Possiamo scrivere ogni anno qualche articolo su tale questione. La fortuna, se volete, è che c’è poesia per tutti i gusti. Come nel caso dei tre testi che qui presento, tutti pubblicati dalla RPlibri di recente.

poesiaMelamangiai, 2018, di Daniela Matronola, classe 1961, recupera in questi versi un’ingenuità che forse, neanche un bambino, un poco cresciuto, oggi possiede. Il testo si apre con dei versi dedicati alla parola poetica, di cui lascio a voi giudicare la profondità (“Questo fruscio nei rami/ questa mano lieve sui fiori/ questo soffio leggero/ questa carezza dolce/ questo sguardo delicato/ questa tenera accuratezza/ questa cura di noi/ è la parola dei poeti/ la parola dei poeti/ è piana e lineare/ è come un respiro/ è una boccata d’aria/ è fiato fresco/ è vento pulito/ è ruscello e corrente/ è capovolgimento”). È coraggioso di questi tempi, riuscire a guardare oltre tutto quello che c’è di sbagliato nel mondo. E non lasciarne traccia, se non il segno di un paio di versi che non sono riuscito ad apprezzare, il cui espediente comunicativo è però senz’altro peculiare: “Lo vedo manifestarsi di continuo/ lo vedo aggirarsi ovunque/ l’Eichmann annidato in ognuno di noi. Il testo consiste in uno sguardo estetico sul mondo che indaga la natura e le vicende umane più comuni, che pretende di dissolvere, non far pesare, il soggetto spettatore, l’io narrante.

Anche nell’opera La corte dei miracoli, scritta da Maria Elena Danelli, la natura è protagonista dei versi, con i suoi simboli che dovrebbero risuonare in noi, parlarci: “Una rosa in bottiglia guarda/ appassendo la finestra./ Da quel vetro,/ maestosi uccelli./ Con foglie rinsecchite abbozza il volo/ nell’acqua intorbidita/ voce minerale/ acqua ferma che non va da nessuna parte./ Ho colto poi/ quei petali/ in panni stesi ad asciugare”. Quindi si muove dal mondo della natura al mondo umano, portando alcune domande esistenziali trattate fortunatamente senza retorica (“Ho lasciato Cristo alla sua croce/ nascosta in misere cose/ nella polvere/ alla luce di finestre opache/ dimenticando un fornello acceso/ nei transiti fumosi di bivacco/ in dita ingiallite e barbe pungenti./ Dio, mi assomigli tu?”).

poesiaIl Ritmo del mondo, di Luigi Vallebona, è edito nella collana di RPlibri diretta da Antonio Bux, ‘L’anello di moebius’. Il testo colpisce senz’altro per originalità, sia della forma metrica, sia dei suoi contenuti. Il poeta ha un’attenzione, per la tecnologia e altri dettagli che segnano i nostri giorni, che vale la pena segnalare (“Nei fogli excel/ Nelle pagine web/ Nei link, nei tweet/ Disincarnata è la vita/ Ci sconnette dal mondo/ L’ultima offerta wireless./ Intanto il cinipide uccide/ Lentamente i castagni/ A uno a uno li sfoglia/ Come pagine smorte./ Ma, nonostante tutto,/ Sullo sfondo bruno del bosco/ Marzo ci mostra ancora il filo/ Che cuce in un’unica tela/ La fioritura dei ciliegi e dei pruni/ La fogliazione dei faggi e dei frassini”). Una serie di scenari urbani contemporanei e interessanti, sicuramente reali, non eterei o esotici, caratterizzano il testo (“Il giorno ventisette di novembre/ Dell’anno novecentosessantuno/ All’ora in cui nascono i bimbi/ Ho preso effettivo servizio/ Al chilometro quattro e settecento/ Della Strada Statale 29./ Da allora qui è il mio mondo/ Non oltre il chilometro venti/ Dove incomincia la tratta/ Di pertinenza di un altro cantoniere./ È da tanto che vorrei varcare/ I limiti della mia giurisdizione/ Essere altrove, vedere/ La fine, il chilometro zero/ Ma grazie a Madama Fornero/ Non bastano mai le marchette/ Per andare in congedo./ E pensare che l’ANAS/ Ha persino dismesso la strada./ È così che proseguo/ Il mio andirivieni”).

Il numero di copie vendute e il successo momentaneo sono metri stupidi per giudicare la qualità di un libro, ma è pur vero che il tempo e il mercato, alla lunga, salvano solo i migliori. Molti sono giustamente già nel dimenticatoio.

Alessandro Paglialunga