Colta, avvenente, elegante: finalmente la donna della mia vita. Ovvero: tutti i rischi di andare a letto con una femmina che legge poesia

Posted on aprile 29, 2018, 8:22 am
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Già mi ero convinto di averla incontrata. Finalmente, la donna della mia vita. Colta, avvenente, dotata di uno stile molto elegante nel vestire, che però mi ricordava vagamente quello delle segretarie porche nei film della Brazzers. Ma si sa, come avrebbe detto Marx, se avesse scritto di sesso e non di economia, l’essere un po’ zoccola è la base. Tutto il resto è sovrastruttura.

Quindi, dopo tanto peregrinare, credevo di averla trovata quella che faceva al caso mio. Una donna al di sotto dei settantacinque anni, eppure con tante letture alle spalle. E che letture! Udite, udite, era anche una profonda conoscitrice di poesia. Aveva una citazione pronta per ogni occasione, dall’inaugurazione di un nuovo centro commerciale allo spostamento del bacino sulla sedia nella ricerca di una postura più comoda.

Ci intendemmo subito. Mi disse: “Ah, ecco infine un maschio che si diletta di poesia e non pensa unicamente all’opulenza dei seni di Valentina Nappi”. Considerato l’idillio iniziale della nostra relazione, evitai di precisare che spesso e volentieri il mio cervello altalena tra i versi sciolti del ’900 e il corpo della Nappi libero da indumenti.

In verità, malgrado l’antipatia per la celebre pornostar – probabilmente dovuta alla naturale competizione femminile – la ragazza non era da meno sotto le lenzuola. È noto, come fa precisare anche Tinto Brass a un suo personaggio femminile (una mignotta), che “voi donne intellettuali siete più troie di noi puttane”. Insomma, la tizia si dava da fare e amava Dante tanto quanto quello che potremmo definire, almeno a mio avviso, il motore latente della sua arte… Ok, questa non l’avete capita. Pazienza.

Solitamente, facevamo sesso a casa sua, circondati da scaffali traboccanti di libri. Spesso e volentieri, utilizzavamo anche la sua scrivania, quando riuscivo a incastrare la ragazza tra le pile di volumi. Là in mezzo c’era di tutto, persino la plaquette del 1964 di Pordellino Reietti, oscuro poeta operaio pubblicato da La vanga e l’incudine, piccolissima casa editrice di chiara impronta marxista, oramai fortunatamente scomparsa… Ah, dimenticavo, la raccolta di versi del summenzionato si intitolava Differenze salariali e mancate eiaculazioni alla catena di montaggio. Una specie di Bukowski di sinistra ante litteram.

Ma dicevo del sesso con la tizia. Fu all’incirca in occasione della nostra terza scopata, che la mia amante era solita descrivere con l’espressione “il clangore delle nostre carni”, che in lei evidentemente qualcosa si sciolse. La liquefazione fu tale che vidi questo fluido colarmi su tutto l’apparato riproduttore e giù lungo le gambe. Temetti il peggio. Lei proruppe in un orgasmico “Chiare, fresche e dolci acque!”. “Ehi, scusa, ferma un secondo”, replicai io, “ma mi stai pisciando addosso?”. Ridacchiò. “Non fare così che mi sembri il passero solitario appena sceso dalla torre antica. Si tratta di squirting”. Ammetto che non sono proprio un esperto di certe cose, o almeno evito di pensarci perché mi disgustano. A ogni modo, l’associazione tra il Petrarca e l’emissione di fluidi corporei in tale quantità mi lasciò turbato.

Una sera, dopo circa un mese che ci frequentavamo, tentai di spingermi oltre. Lo sapete come siamo fatti noi uomini: ci date un dito e noi vogliamo la bocca, ci date la bocca e noi vogliamo la fica, ci date la fica e poi non ci basta più e stiamo già puntando al… Mi avvicinai ed ero lì che un po’ pregavo, un po’ cercavo di farle capire che non mi poteva dire di no. Comunque, puntellavo. Cogliendomi di sorpresa, lei mi disse “In culo oggi no”. La mia reazione fu immediata, mi abbacchiai. Ma niente a paragone di come mi sentii quando lei continuò, recitando: “In culo oggi no/ mi fa male/ E poi vorrei prima chiacchierare un po’ con te/ perché ho stima del tuo intelletto,/ Si può supporre/ che sia sufficiente/ per chiavare in direzione della stratosfera”. Fu un attimo e mi ricordai. Era Jana Cerna, una scrittrice cecoslovacca che mi era capitata tra le mani tempo prima, con il suo titolo In culo oggi no. Una delle peggiori che abbia mai letto. Ci avrà messo anche il culo, oltre al cuore, nei suoi versi, ma il risultato era stato decisamente scadente. Sì, cioè, non è che si possa pretendere troppo dal proprio fondoschiena.

Mi addormentai a quasi un metro di distanza da lei. Quella ragazza mi faceva paura. Poco prima mi aveva pure confessato di masturbarsi con i cetrioli, ispirandosi a quanto detto da Patrizia Valduga in un suo verso verosimilmente contenuto in una delle Cento quartine e altre MINCHIATE d’amore.

Sgusciai fuori dal suo letto che ancora non albeggiava. Le lasciai un biglietto sulla porta: “Vado a illuminarmi di immenso, visto che manca ancora un’ora prima che sorga il sole. Perdonami, sono troppo prosastico per te. P.S: ti devo riconoscere una cosa, comunque: perlomeno tu, rispetto a molte altre, la poesia ti limiti a leggerla e non la scrivi”.

L’alba mi sorprese di ritorno a casa. Lì in periferia vidi una nera, probabilmente l’ultima sopravvissuta della notte e decisi di consolarmi. Per la contrattazione, ci chiarimmo a gesti – ma non vi dico quali. Del resto, parafrasando Vasco Rossi: “non parla neanche bene l’italiano, ma si vede che si fa capire bene quando vuole”.

Matteo Fais