“Sei un mostro… e io non voglio vivere con un mostro”. Gelosa di una gatta: intorno al capolavoro smaliziato di Colette, “La chatte”

Posted on Ottobre 03, 2019, 8:40 am
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All’uscita de La chatte – è maggio 1933 – Edmond Jaloux acclama il libro di Colette come “un capolavoro di concisione, d’arte, di perfezione classica”, pieno “di verità, intelligenza e poesia”. Dopo averlo letto con uguale ammirazione, Gérand d’Houville scrive all’autrice da Saint-Tropez, dove gli amici si ritrovano tutti d’estate: “La Gatta (quella vera) è qui con me, come tutte le estati da sette anni. È giovane per la sua età, e la mattina all’alba danza come un demonio” (Lettres à ses Pairs).

La protagonista del libro è dunque nota all’entourage di Colette ben prima di essere raccontata nelle pagine di un’opera straordinaria – romanzo breve o racconto lungo che si preferisca definirlo – comunque un gioiello. Pochi anni dopo Sido, un altro vertice narrativo: una piccola tragedia intimista, scandita da un’azione semplice e rapida e soprattutto un inno alla libertà della fantasia infantile e delle sue azioni selvagge. Il nodo d’amore e fedeltà – alla fanciullezza e alla gatta che l’accompagna – è il vero tema: sogno di un’infanzia eterna e nostalgia per una purezza che non ce la fa ad adattarsi alla vita adulta.

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Il simbolo di quel passato dalle dimensioni mitiche che Alain trasforma in un suo privato paradiso perduto è una gatta certosina, pelo cinerino e corto nome esotico “pronunciato a mezza voce e con la H molto aspirata”: Saha.

Uno sguardo quasi cinematografico segue i due protagonisti che si muovono come ombre mentre l’unica protagonista vera sembra, sin dall’inizio lei, la “piccola e perfetta” gatta Saha.

La storia fissa un “prima” e un “dopo”: la vita di Alain prima e dopo il suo matrimonio. Il “prima” lo rappresentano la casa vetusta dell’infanzia, un’ampia dimora borghese a Neuilly protetta dalla madre e da domestici affezionati, e una vita che scorreva tra giornate appartate e l’ombra del giardino dominata da Saha con la sua amicizia silenziosa. L’“orgoglio di abitare una casa antica” scriveva Colette di sé e della celebre Claudine: pensava alla propria casa di villaggio in Borgogna, ricordando da Parigi il piccolo giardino con le erbe aromatiche, la gatta Nonoche e il glicine abbarbicato al cancello.

Così il giardino “grande e circondato da altri giardini” di Neuilly dà alla casa tonalità e profumo della terra: “Alain girò la testa verso la porta-finestra aperta da cui entrava un gradevole odore di spinaci e fieno fresco, perché quel giorno avevano tagliato l’erba in giardino. Anche il caprifoglio che ammantava un grosso albero secco portava il miele dei suoi primi fiori”.

Da qui Alain passa al piccolo appartamento modernissimo, abbacinante di luce e spalancato sulla città (in realtà l’appartamento di un amico di Colette) nel quartiere recente dal nome un poco pretenzioso di “Neuilly nuova”, condiviso con l’altrettanto moderna e frenetica Camille.

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Camille è giovane, appena diciannovenne, ama alberghi e ristoranti alla moda, le macchine sportive, gli amici frettolosi come lei. È “una ragazza di oggi”: fuma troppe sigarette e guida troppo velocemente. È bella, con “gli occhi che brillano” e i capelli “color pianoforte nuovo” ma a volte “brusca e imprevedibile come un torrente di montagna”. Mentre aspetta che un’ala della villa di Alain sia ristrutturata per loro, ha preso in prestito da un amico un monolocale, al nono piano di un grattacielo scintillante vetrate e linearità che guarda su Parigi.

La grande città non sembra stendersi davanti a loro, piuttosto entrare in casa, imponendosi dai vetri indiscreti. Anche nelle fessure delle tende la luce s’infiltra nelle stanze quasi accecante, “gialla come una bacchetta d’ambra”: “Parigi e i suoi sobborghi, azzurrognoli e sconfinati come il deserto, chiazzati di un verde ancora tenero e di vetrate di un blu da insetto, entrarono di colpo nella camera triangolare che aveva un’unica parete di muratura, dato che le altre erano per metà di vetro”.

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La predilezione di Camille per l’altezza e la luce la distacca dai gusti di Alain. La spider che guida pericolosamente contraddice la pigrizia di lui e l’indolenza felina dei movimenti di Saha, la sua loquacità lo rende ancora più taciturno. Per Alain, abituato ad “una vita a livello del suolo”, l’altezza gli fa sembrare l’appartamento un’allucinazione, e se stesso di vedetta sull’albero maestro di una nave nell’uragano: “Non è un’abitazione umana … Tutto quest’orizzonte in casa … E nei giorni di tempesta? Sperduti in cima a un faro, fra gli albatri …”. Sul terrazzo frusta la “secca sventagliata del vento dell’est che colorava Parigi d’azzurro, spazzava via il fumo e faceva risaltare in lontananza il Sacré-Coeur.”

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Nonostante tutto i due si sposano. Alain sa che quel matrimonio, aspettato dalle due famiglie sin da quando lui e la giovane moglie si conoscono da bambini, “accontenta tutti e Camille”, e un poco anche lui stesso. Sa di non avere con Camille un rapporto esclusivo per la disarmonia dei loro caratteri, che solo con la sua gatta sente vera, profonda comprensione. Un’unione molto debole: per il disprezzo velato di Alain per Camille, che fuori dall’intimità gli dà noia, e per l’irruenza un po’ volgare di lei.

L’amicizia di Alain con Saha ha invece il sapore delle favole: sono cresciuti insieme, il ragazzo e la sua gatta. Hanno esplorato ogni metro del giardino e giocato insieme in appostamenti lunghi e rincorse appassionate. Hanno mangiato e dormito, riso e sofferto insieme. Hanno imparato a conoscere la vita ciascuno negli sguardi, nei desideri e nelle risposte dell’altro.

Soprattutto Saha gli sempre ha regalato e continua a farlo nell’età adulta, affetto disinteressato nella sua semplicità istintiva, prezioso nel suo attaccamento, non urtato dal pensiero o da una volontà in contrasto con la sua. Il legame che li unisce affiora nello “sguardo pieno d’un amore devoto ed esclusivo”. La lentezza docile del felino gli dà senso di pace, domesticità, sicurezza pacata, da ritrovare ogni volta in cui la mano sfiora il pelo color ardesia e la gatta fa le fusa: “Alain, alla cieca, accarezzò affettuosamente la schiena lunga, più morbida del pelo di una lepre, e si trovò sotto le dita le piccole narici fresche, dilatate dal fervido ron ron. “è la mia gatta …Tutta mia.” … Accarezzò il pelo della gatta, caldo e fresco, fragrante di siepi di bosso, di tuia, di prato rigoglioso … Lei ronfava a tutt’andare e gli diede nell’ombra un bacio da gatta, premendo per un attimo il naso umido sotto quello di Alain”.

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Leggendo sentiamo quell’umidore di “bacio da gatta” sfiorarci con miele nella gola: eccola la scrittura di Colette, il “métier d’écrivain”, il “mestiere di scrittore” come le piace chiamarlo. Non descrive solo con gli occhi ma con tutti i sensi: rivolti alla terra, alla ricerca di una possibile felicità, con la saggezza antica di chi vuol godere ogni momento. Ci fa vedere la cenere di una gatta certosina e toccare la sua soffice pelliccia, sentire il profumo dei fiori in giardino, il muschio all’ombra o il muro caldo di sole, o il coro notturno dei gatti innamorati e il silenzio di mezzogiorno sotto gli alberi. Un mondo a colori puri, attaccato alle gioie terrestri: magnifica semplicità che stupisce il lettore, perché “l’arte di vivere” di Colette regala davvero una “parte di paradiso” (La naissance du Jour).

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Nel giardino di Neuilly la luna velata pende ingrandita nella foschia delle prime giornate tiepide di primavera, e Saha si nasconde sotto le siepi “color nero-verde come la notte”, corre sulla ghiaia rosata del vialetto d’ingresso, ma sola. Prima di sposarsi, Camille e Alain si sedevano tra il verde, la gatta che andava e veniva. Camille saliva poi sulla decappottabile e se ne andava. In una scena magistrale Alain, accompagnata Camille al cancello, rientra in casa con Saha: “La gatta sbucò dall’ombra quasi sotto i suoi piedi, corse quando lui si mise a correre e lo precedette a lunghe falcate. La sentiva vicina senza vederla; lei entrò di volata nell’atrio, per prima, e tornò ad aspettarlo sul primo gradino”.

Alain e la gatta sembrano essersi liberati di un ospite inopportuno, trattenutosi troppo a lungo. Si riprendono adesso la loro solitudine, la casa e la complicità di sodali, private allegrie reciproche che mettono in scena l’uno per il divertimento esclusivo dell’altro. Saha “agitò la coda, saltò in mezzo al tavolo da poker e sparpagliò le carte con le mani da gatta tutte aperte”. Alain “scoppiò in una risata da bambino, quella che riservava alla casa e alla più stretta intimità, che non usciva mai dall’ombra degli olmi e dal cancello nero”.

Mai stanca, Saha s’arrampica temeraria sulla parete, seguendo un percorso verticale a lei ben noto per attirare l’attenzione del padrone. E lui “docilmente, andò a mettersi sotto di lei, le offrì le spalle e Saha scese, attaccata al muro come una goccia di pioggia ad un vetro. Atterrò sulla spalla di Alain e si avviarono insieme verso la loro camera da letto”.

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Come spesso i personaggi maschili di Colette, Alain non ha molta forza. Inconsistente, non fosse vivificato dall’amicizia per Saha, in cui riversa ogni suo desiderio di semplicità e innocenza: una sensibilità quasi femminile lo rende fragile, “un’adolescenza dolce e interminabile” lo rende “debole, sognatore”. Si rifiuta in sostanza di uscire da quell’alone dorato ed entrare nel mondo adulto di realtà e ragione. Passo difficile da compiere tremando così, tra due mondi e due condizioni: si può scegliere di restare sulla riva o navigare in alto mare. Eppure si deve scegliere, se si vuol proseguire.

La scrittura di Colette si fa reticente: sensuale, naturale, amica degli impulsi e degli animali, rivela qui e altrove una timidezza da selvaggio, un pudore che le impedisce di spiegare, se mai sia possibile farlo, i sentimenti e le loro oscillazioni. Preferisce parlare di una gatta e il suo giardino e nel loro respiro ritrovare gli istanti – pochi, accecanti, unici – di estasi, che spaventano e pure ci attraversano: “La brezza di maggio passava sopra di loro, piegando un arbusto di rose gialle che sapevano di ginestra in fiore. Fra la gatta, il rosaio, le cince a coppie e gli ultimi maggiolini, Alain assaporò quei momenti che sfuggono alla durata umana, l’angoscia e l’illusione di smarrirsi nella sua infanzia. Gli olmi svettarono altissimi, il viale si allargò perdendosi sotto gli archi di un pergolato scomparso e Alain, come chi vive nel sonno l’incubo di cadere da una torre, riprese coscienza dei suoi ventiquattro anni”. Ne è immagine e simbolo Saha, e il ricordo incancellabile di un piccolo essere salvato in quel batuffolo di pelo, il nodo in gola, la certezza di un amore limpido e indistruttibile, lungo come la vita: “La leggeva come un capolavoro sin dal giorno in cui, tornando da una mostra felina, aveva posato sull’erba rasa di Neuilly una gattina di cinque mesi comprata per il suo musino perfetto, per la sua precoce dignità, per la sua modestia senza speranza dietro le sbarre di una gabbia”.

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Per una volta, il denaro ha comprato quanto non si può comprare: gli “occhi dolci e dorati” di un gatto, infinitamente più nobili di quelli che, di qua dalle sbarre, l’hanno guardata distratti con molti altri, fino all’arrivo di un ragazzo che sapeva sognare. A quei sogni Alain non vuole rinunciare: “amava i suoi sogni, se li teneva cari”. Accorato e risoluto. Dimentico del mondo reclama doveri e impegni, decisioni da prendere e responsabilità da assumere.

Proprio come il suo più noto antecedente – quel Chéri che aveva suscitato l’ammirazione entusiasta di Gide – Alain sembra sin qui trascinarsi senza in realtà vivere davvero, indugiare sulla soglia di un’adolescenza di fatto già cessata e un’età adulta già avviata ma che rischia, se affrontata apertamente, di travolgerlo. Continua a dividersi tra la moglie Camille e la gatta Saha, che ha dovuto lasciare nella casa materna, l’una quasi di continuo presente, l’altra dotata dell’affascinante vantaggio emotivo della lontananza: mentre immagina o pensa a lei sola in giardino, lo bracca un molesto senso di colpa per averla abbandonata. Tacendolo a Camille, torna come un clandestino alla casa natale, a sua madre, al suo unico amore: Saha. Il verbo “tornare” inizia ad assumere per lui un significato nuovo e forse inaccettabile: “Sgattaiolò in giardino come un adolescente che ha passato la notte fuori casa. Aspirò a lungo l’odore intenso del terriccio innaffiato, il segreto vapore di rifiuti che nutre i fiori opulenti e costosi, le perle d’acqua portate dalla brezza, e nello stesso momento si accorse che aveva bisogno di farsi consolare”.

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Alain sa di poter tornare alla sua gatta ogni volta che vuole ma solo ora sembra comprendere – con inedita chiarezza – che la sua vita è cambiata: ha bisogno di consolazione per tutto ciò che ha lasciato. Lo vede adesso remoto, tanto da sembrargli perduto, comunque compromesso. Vorrebbe tornare indietro, se potesse, e non provare più quella nostalgia acre da esiliato che dev’essere consolata. Saha appare all’improvviso a ogni suo ritorno e beve avidamente il latte che le offre, “come un animale che ha camminato molto e dormito poco”. Non gli riconosce quasi “quel viso smarrito, incredulo, come velato da un brutto sogno”. Lo stesso smarrimento, la stessa incredulità Alain li ritrova nel giovanotto che lo guarda dallo specchio, ogni mattina.

La lotta latente tra Camille e Saha per il primo posto nel cuore di Alain s’innesca quasi subito e inevitabile. La giovane donna capisce l’impossibilità, per sé, di sostenere il paragone con Saha, chiusa da Alain dentro il cerchio invincibile del sogno. E Saha sa dimostrare bene “le sue affinità con la parte migliore dell’umanità”, nonché una chiara ostilità nei confronti dell’intrusa che riconosce in Camille, sparendo ogni volta in cui lei arriva.

Un pomeriggio Alain riposa accanto alla moglie. Il ricordo pungente di Saha si sovrappone al presente fino a fargli perdere i confini precisi di luogo e tempo e distrugge l’istante di dolcezza tra i due. Nel dormi veglia inconsapevole nell’ombra, confonde la fisicità della moglie con la gatta: “Era distesa al suo fianco, … felina per la prima volta. “Dov’è Saha?” Accennò meccanicamente sul corpo di Camille una carezza “per Saha”, passandole delicatamente le unghie sul ventre… Lei gettò un grido di sbigottimento … Seduta, con gli occhi ostili … Camille lo minacciava con lo sguardo”.

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Saha diventa per Camille la sua “rivale”, a tutti gli effetti. Le due non potrebbero essere più diverse, anche fisicamente: Camille guarda Alain con “grandi occhi di uno splendore ostile e minerale”, o l’atteggiamento puerile “di bambina che non vuole salutare”. Saha splende nel confronto con gli “occhi d’oro puro”, le pupille variegate di giada e d’acciaio dove scintilla il cuore di un essere troppo bello per tradire, fatto d’un lembo di nuvola, con la misura e la grazia di “uno spirito di gatto (…) luminoso”, dal manto azzurro-grigio. Mentre la nervosa Camille parla e si muove molto, Saha si esprime nell’eleganza naturale del silenzio e sinuosi movimenti argentati, mettendo in mano ad Alain il proprio destino e tutta la sua anima di piccolo elfo.

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La primavera matura nei rododendri che fiammeggiano. Sui tronchi degli alberi coperti di edera in fiore le api in volo intonano note gravi, uguali di stagione in stagione. L’unica differenza è che adesso Alain non può più dormire “sull’erba, fra il cespuglio di rose gialle e la gatta”. Mentre il tempo passa, lei sembra rinunciare alla speranza di rivederlo, ogni giorno e da solo: lo fissa con lo stesso sguardo che aveva, piccola, dentro la gabbia, approfondito da una “saggezza amara e profonda”.

Giugno arriva con i suoi cieli notturni senza mistero, gli orli sollevati dal chiarore che indugia su Parigi: “La sera di giugno, intrisa di luce, tardava a declinare verso la notte. Su un tavolino di vimini alcuni bicchieri vuoti attiravano i grossi calabroni rossastri, ma sotto tutti gli alberi, tranne i pini, si allargava un cerchio di umidità impalpabile, una promessa di frescura. Né i gerani rosati che spandevano il loro profumo meridionale, né i papaveri di fuoco pativano il calore feroce dell’estate appena cominciata”.

L’estate si apre come uno dei gerani nel giardino, con crepuscoli lunghi nell’aria carica di aromi e profferte di felicità che invitano a uscire, camminare, muoversi, che spingono, semplicemente, a vivere.

Solo Saha non sta bene. Quando Alain si accorge che il suo “piccolo puma” soffre di mancanza e nostalgia, decide di portarlo a vivere con sé e Camille nel loro appartamento, e Saha prende a regnare tra due esseri che ormai quasi s’ignorano e si sfidano, mentre la gelosia s’insinua tra loro con passo vellutato da fauno. In pagine superbe Colette spalanca la gamma di sentimenti che agguantano i protagonisti, semplicità dell’affetto più caldo, sospetto che ficca un cuneo di piombo nell’anima, dubbio che strappa ogni certezza dalla mente, crudeltà dell’amore, a cui la gelosia ha inferto unghiate feroci.

Felice di aver ritrovato il tesoro d’infanzia e incurante del crescente senso di esclusione di Camille, Alain non si accorge del pericolo e non fa niente per diminuire l’inimicizia tra lei e Saha. Vorrebbe anzi che la moglie l’accettasse come una parte di sé e l’“adottasse”: “‘Un gatto è soltanto un gatto. Ma Saha è Saha’. Alain, vanitoso, cantava le lodi di Saha. … Le insegnava gli usi e i costumi dei gatti come una lingua straniera troppo ricca di sottigliezze…”.

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Colette mostra la distinzione e il mistero della gatta in un mondo dove l’uomo è misero: tra Alain, chiuso nel suo egoistico possesso e Camille, limitata dalla sua assenza di profondità e frivolezza, Saha è l’unica “persona di qualità” della storia. Di nuovo l’innata bontà animale risalta contro la crudeltà umana: un contrasto a cui in piena Guerra Mondiale Colette intitolava eloquentemente la raccolta di racconti La Paix chez les bêtes. Nelle orecchie ancora vivo il fragore delle bombe di Verdun, dov’era stata inviata dal suo giornale, dedicava quella “pace” a parole di toccante apprensione: “Nell’ora in cui l’uomo dilania l’uomo, sembra che una singolare pietà faccia sì che lui si chini sugli animali, per poter riaprire le porte di un paradiso terrestre che la civiltà ha chiuso. L’animale innocente ha diritto – lui solo – d’ignorare la guerra. … Ho radunato degli animali in questo libro, come in un recinto in cui voglio che “non ci sia la guerra”… Dedico questo libro ad un qualunque soldato sconosciuto che la primavera potrà di nuovo vedere, sanguinario, dolce e sognatore come il Primo Uomo del pianeta, disteso accanto alla sua brava arma, con un verde ramoscello tra i denti, una biscia arrotolata intorno al polso e un docile lupacchiotto appoggiato ai suoi piedi” (Premessa, La pace tra le bestie, 1916).

Solo la “pietà” aveva potuto salvare animali e uomini e il soldato di Colette, viste da vicino le trincee, portava sì un’arma per sparare bensì nel cuore un desiderio: non sangue sulle mani ma, “dolce e sognatore”, una tenera biscia a fargli da bracciale e un giovane lupo a tenergli compagnia. La convivenza pacifica è praticabile – dice tra le righe l’autrice – tra uomo e animale e tra uomo e uomo: se ragionamento e calcolo tacciono e parlano istinto e natura, convinta che l’armonia e non l’intolleranza debba vincere sulla terra e che questo gli umani debbano imparare, senza limiti, dagli animali.

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In antitesi alla banalità della coppia umana, pur di restare con l’antico compagno, con Alain, Saha si adatta a essere “imprigionata in venticinque metri quadrati”. Gode l’aria solo nel terrazzo, dove si siede a sondare “gli abissi dell’aria, seguendo con lo sguardo calmo, sotto di sé, i dorsi delle rondini e dei passeri in volo”. Lassù arrivano alcuni pioppi giganteschi: dietro cala l’ampio sole dei tramonti parigini, rosso scuro e avvolto di foschia, le grida dei bambini che giocano in cortile, confuse ai garriti acuti delle rondini. L’oro insostenibile dell’estate sembra un incendio in un cerchio di fuoco. Lontana dalla casa con il giardino, chiusa tra pareti e vetro, Saha diventa malinconica e magra, il velluto del pelo perde “l’iridescenza delle piume violacee dei colombi”, si spengono le pagliuzze d’oro negli occhi giapponesi. Tutto il giorno non fa che aspettare con fedeltà caparbia, commovente, il rumore dell’ascensore che le riporterà Alain.

In preda a una nostalgia “famelica” per il suo passato e il suo candore incarnati dalla bestiola, in parte anche pentito di aver acconsentito al matrimonio, Alain avverte sempre più la presenza di Camille come un’intrusione nella sua vera vita: l’incanto della casa natale e l’amore per Saha. Vuol trattenerne almeno i riverberi. Formula un desiderio, prima nebuloso poi sempre più lucido di grettezza: impedire a Camille, la “giovane estranea” che vive con lui e Saha, l’accesso al suo passato, quando lui “era un re”. Anche per Saha, Alain “si sforzava in tutti i modi di far ritornare i sogni del passato, disgregati dalla fatica amorosa”.

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La sensualità polinesiana con cui la moglie l’attrae non serve che a scavare, dopo, ancora di più l’inimicizia. Nobile e remota, Saha non partecipa a tutto ciò: non sa pensare, la gatta, non è dotata come noi umani dell’ingranaggio perverso chiamato “ragione”. L’adoratrice di felini Colette si spinge oltre e qui e là suggerisce che, anche sapesse pensare, Saha rimarrebbe estranea ai diverbi.

 La visione della sua gatta sottratta all’erba fresca e in bilico sul parapetto altissimo del terrazzo, sembra quasi ad Alain l’avvertimento di una minaccia alla loro amicizia e alla loro stessa vita: “Una piccola forma di un azzurro d’ombra, orlata d’argento come una nuvola e seduta sul ciglio vertiginoso della notte…”. Di giorno Saha è infatti color cardo o color salvia. Al sole prende riflessi madreperlati di pesce ma nel buio sembra azzurra come il fumo delle sigarette orientali, la coda d’argento curvilinea che dondola. Le sere in cui è lasciata sola, Saha aspetta, vigile. Dalla soglia Alain vede campeggiare contro la luna la piccola ombra cornuta di un gatto che guarda in basso, in attesa.

La notte lei di nuovo aspetta che Camille dorma, per avvicinarsi furtiva ad Alain e al letto dove giace anche “l’altra”. Verso mattina, lui ha preso l’abitudine di spostarsi nella panca dell’ingresso, dove Saha può raggiungerlo: nel silenzio notturno si sentono solo i rumori attutiti delle barche sulla Senna, un piccolo balzo e il respiro di Saha. Un abbraccio li stringe, il padrone e la sua gatta, lei sempre più dolce, essere in cui si perdono i limiti tra umano e naturale e affiora solo la profondità dell’affetto: “Veniva a lui, ombra più azzurra dell’ombra … “Vieni piccolo puma, vieni… La mia gatta delle cime, la mia gatta dei lillà, Saha, Saha…”. Saha resisteva. Di lei Alain distingueva soltanto il profilo di gatta sullo sfondo del cielo, il mento chino, le orecchie appassionatamente rivolte verso di lui, senza mai riuscire a sorprendere l’espressione del suo sguardo. A volte l’alba … li trovava seduti sul terrazzo rivolto ad oriente e intenti a contemplare, guancia a guancia, il cielo che impallidiva…”.

Il duplice profilo stagliato contro il cielo mentre insieme fissano l’alba sui tetti di Parigi, arancione come una pesca, sfuma nella malinconia: sembrano due innamorati rivolti all’orizzonte “guancia a guancia”, e tuttavia la scena è dominata da un’inevitabile sensazione di solitudine, un presagio inquietante di pericolo.

Malgrado ogni attenzione che Alain può riservarle e la sua stessa compagnia, nell’appartamento Saha continua a deperire, giorno dopo giorno: nell’agata metallica degli occhi vibra la disperazione muta degli animali prigionieri. Non si lamenta, nella sua dignità e dedizione, nel suo patto d’affetto: “mansueta e paziente come tutti quelli che sono stremati e sostenuti da una promessa”. Alain decide allora di portarla via di lì e torna sempre più spesso dalla madre per restituire a Saha “il nostro giardino”, la notte e la libertà.

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Il dramma avanza a rapidi passi in un pomeriggio sonnolento di calore bianco, strade deserte e giardini ronzanti d’api.

Saha e Camille sono sole e aspettando insieme il ritorno di Alain. Le due rivali sono l’una contro l’altra. Senza pietà Camille, sul viso un’“espressione d’ingenuità disumana e di angelica durezza”. Premuta dall’istinto forte di salvezza Saha, negli occhi l’angoscia del condannato, il terrore disegnato sul pavimento dai piccoli garofani delle impronte lasciate dalle zampe convulse, dopo una lotta frenetica e spietata. Esasperata di rancore e gelosia, Camille riesce ad afferrare Saha e a gettarla dal nono piano. L’azzurro di Saha si contorce nel vuoto.

Poi, il colpo di scena: contusa, terrorizzata, le minuscole scimitarre delle unghie spezzate nell’assurdo tentativo di aggrapparsi all’intonaco, la gatta si salva. Un tendone che sporge quasi a terra attutisce il salto.

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Nella notte d’estate fuochi d’artificio incidono il buio d’allegria vagamente sinistra, note jazz della band che suona da qualche parte, giù in strada, Love in the Night, e il pensiero dei lettori e di Alain (e per motivi opposti di Camille) va solo alla sublime Saha, malconcia ma viva, avvinti dal blu del notturno su Parigi e insieme sempre più attenti a un fremito, dentro, “paragonabile al tremolo di un’orchestra, sordo e precorritore”. Gli ultimi fuochi d’artificio si spengono in una colata di pioggia rossa e verde mentre il fremito sta diventando un fragore che scuote tutto il corpo. Nel buio, gli occhi di Saha seguono ogni gesto di Camille. Quando Alain induce la moglie a toccarla, un grido quasi umano, il furore negli occhi gialli e i baffi rigidi denunciano l’assassina: “tutto il viso felino era teso verso un linguaggio universale, una parola dimenticata dall’uomo …”. Inorridito dalla sua crudeltà premeditata, Alain la lascia e torna – definitivamente – a casa con Saha. Nel giardino l’odore dei gerani innaffiati di fresco sorprende lui e la gatta come segno di bentornato, di pace e silenzio riconquistati: “le dedicò la notte, la libertà, la terra spugnosa e morbida, gli insetti che vegliavano e gli uccelli addormentati”. Sul prato, con le frange della notte si distinguono già i fantasmi dei colori e i due indugiano ancora, troppo felici per dormire. Ma tutto è comunque in fuga: “Era già odorosa di menta, gerani e bosso. La stringeva a sé, fiduciosa ed effimera, destinata a vivere forse una decina d’anni, e soffriva pensando alla brevità di un amore così grande.”

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La mattina dopo Saha gli va incontro sbucata da un rifugio invisibile, “come nata dal suo richiamo”. Il paradiso perduto sembra riconquistato ma non è più inviolabile. Alain, Saha e il lettore lo sanno: “Intorno a lui splendeva il suo regno, minacciato come tutti i regni”. Comunque Alain non vuole né può più rassegnarsi a lasciarlo: “Improvvisamente il suo volto s’illuminò di un riso, di un’infanzia ritrovata. Saha, ritta sulle zampe di dietro, pescava con una zampina a cucchiaio le formiche annegate in un innaffiatoio pieno. “Guardala, mamma! Non è una meraviglia di gatta?” “Già”, sospirò Madame Amparat. “è la tua chimera”. Quando Camille va da lui per tentare di riconquistarlo, Alain l’accoglie in giardino e camminando sicuro sull’erba natale con “la fastosa complicità degli alberi, mentre Camille lo guardava da poveretta”. Lui ha deciso di restare lontano da lei, “sotto la protezione di … una gatta certosina”.

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La macchina si sta allontanando, questa volta per sempre, sul viale. Uno spiraglio nel fogliame permette a Camille di vedere lo “sguardo vigile e umano” di Saha che l’osserva uscire di scena e Alain che allunga verso di lei una mano “agile e incavata come una zampa per giocare con le prime castagne d’agosto, verdi e spinose”. I confini tra umano e animale si confondono. Il cancello si richiude.

Colette, che da bambina voleva sposare un “grande gatto” e negli animali amava da sempre la purezza dell’istinto opposto al viziato ragionare umano, chiude con la vittoria totale di Saha sull’uomo: “Un piccolo essere senza un difetto, azzurro come i sogni più belli, una piccola anima … fedele, capace di morire con discrezione se perde quello che ha scelto … è questo che hai tenuto fra le mani, sul vuoto, e hai aperto le mani … Sei un mostro… E io non voglio vivere con un mostro…”.

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Dentro il giardino s’inarca il ponte invisibile d’amore e comprensione che, colmando un mistero, lega alla nostra l’anima degli animali: “quegli esseri che non hanno smesso, malgrado noi, di sperare in noi” (La paix chez les bêtes). Saha vince alla fine perché migliore di tutti i disprezzabili protagonisti umani, e vince per la sua innocenza, “la nobiltà felina, la generosità senza limiti, il suo savoir vivre”. In amore, credeva Colette, non vale la differenza o peggio un’usurpata priorità tra esseri a due o a quattro zampe. Anni prima sua madre Sido, che le aveva insegnato l’amore per i fiori, gli animali e ogni creatura vivente, le scriveva nel suo stile volitivo: “I gatti sono animali divini e appunto perciò disconosciuti. Soltanto le anime superiori ai comuni mortali sono davvero in grado di percepire tutto ciò che di misterioso vi è nel carattere dei gatti: in quanto alla loro bellezza, è al di sopra di tutto” (“Figaro Littéraire”, 24 gennaio 1953).

L’amicizia “misteriosa” con la “piccola creatura azzurra” vibra nel rimpianto per la propria infanzia, il giardino della vecchia casa di villaggio in cui era cresciuta sotto l’ala di Sido, il ricordo del fratello Léo fino alla fine incapace di crescere, la timidezza barbara dell’altro fratello Achille. Scrivendo ricreava tutto ciò che aveva amato.

Dopo la morte de “la chatte”, “quella vera”, Colette non volle più animali e la certosina che era stata sua compagna inseparabile a Parigi e sulla Costa Azzurra diventò, nel suo lessico personale, “la chatte dernière”. Di lei, “l’ultima gatta”, rimangono queste pagine straordinarie.

Paola Tonussi