“Un ago che entra nella carne ed esce subito, senza il tempo di capire da dove proviene il dolore, quanto a fondo davvero è andato il metallo”. Claudia Durastanti, “La straniera”: impressioni di lettura

Posted on Luglio 16, 2019, 8:39 am
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La straniera di Claudia Durastanti (La Nave di Teseo, 2019) è una autobiografia sincera e concreta: come tutte le cose che raccontano il vero porta nel suo narrato forza e caduta, vette e difetti. Un libro autentico non privo di imperfezioni che si apre al lettore in un incontro unico d’amore, perché tutti gli incontri d’amore sono unici, dove i fatti narrati sono complementari e allo stesso tempo contraddittori, opposti a volte. Appunto reali. Due ragazzi sordi che si incontrano salvandosi a vicenda, raccontano due versioni diverse, chi ha salvato chi non si capisce, e sinceramente al lettore non importa, sono estremi e bellissimi. Feroci nel loro essere assoluti, innamorati ed entrambi sordi.

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La Durastanti procede raccontandoci la storia famigliare di entrambi i rami e già in queste prime pagine vengono buttati i semi che verranno lentamente annaffiati durante il continuo della narrazione: “la lingua dei segni è teatrale e visibile, ti espone in continuazione. Ti rende subito disabile”. Da qui quindi la necessità di usare una lingua scritta, di scegliere l’autobiografia come ponte solido per la memoria, la scrittura come mezzo di comunicazione discreto e intimo, nessuna declamazione, nessuna lettura a voce alta. L’autobiografia si snoda in una confessione a sé stessa, tenta di essere analitica e oggettiva ma le prime narrazioni si alternano già tra la descrizione della vita della madre e della vita del padre, due voci che si intersecano e che rimangono come fili di diversi colori intrecciati, formano una trama ma da vicino i colori si assomigliano ma non coincidono. Ed è esattamente questo che rende ogni incontro unico, ci si incontra per sopravvivere insieme.

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Il tema della disabilità è quello più largamente trattato, lo si affronta dall’interno in una oscillazione di rabbia e nitidezza, una visione lucida e priva di pietismo. La Durastanti ci fa riflettere: i disabili sono semplicemente coloro che già da prima degli altri sperimentano una perdita, sono precoci nell’evoluzione poiché tutti invecchiando verremo mutilati della vista, della memoria, di una parte del nostro corpo che ora ci sembra immortale e perfettissimo. Il disabile quindi non è colui che manca di qualcosa, ma è colui che già si abitua prima del tempo alla sopravvivenza più feroce, è quello che fa progredire la specie senza pesare su quelli abili, colui che trova metodi alternativi, un creatore di mondi.

Verso la fine della prima sezione, già nel capitolo “Divorzio”, l’atmosfera eroica e selvaggia si attenua, la madre della narratrice ci dice che “l’amore tra sordi non esiste, è una fantasia da udenti.” e che “La somiglianza viene prima di tutto”, e quindi il nostro immaginario da lettori perfetti e sani ci viene ribaltato. C’è qualcosa quindi che ancora non abbiamo capito, regioni ancora poco esplorate, se la somiglianza viene prima di tutto allora forse è questo che anche a noi meno disabili attrae di una persona, un fuoco comune, una comune crepa.

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La Durastanti a un certo punto si svela, si fa narratrice in prima persona e si spoglia della fatica del recupero dei ricordi. Scrive che “Rileggere te stessa significa inventare quello che hai passato, individuare ogni strato di cui sei composta: i cristalli di gioia o si solitudine sul fondo, le conseguenze di una memoria che è evaporata, tutto ciò che è stato scavato e poi inondato, solo per renderti conto che non è vero che il tempo guarisce: c’è una frattura che non verrà mai riempita”. La lettura de La straniera procede veloce, ci troviamo assetati di conoscenza, vogliamo sapere tutta la storia. Claudia più volte tocca abissi e vette profondissime dell’essere umano, ma più procede nel percorso temporale e arriva alla narrazione della sua vita più queste punte si fanno altissime e veloci. Un ago che entra nella carne ed esce subito, senza il tempo di capire da dove proviene il dolore, quanto a fondo davvero è andato il metallo. Questo è l’unico difetto del libro a mio avviso: in un racconto del sé scendere nei propri abissi e farlo con lucidità è difficile, è difficile affrontarli prima di tutto, figuriamoci stilare una cartina topografica dei nostri angoli bui, dei percorsi labirintici che fanno le crepe in profondità. Trovo normale questo “limite”, lo trovo umano.

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La straniera quindi è il tentativo, riuscito, di ripercorrere le tracce umane di chi ci ha messo al mondo per trovare l’origine dell’inquietudine di fondo, stranieri forse di sé stessi. Stranieri nel proprio corpo se ovunque andiamo ricerchiamo panchine libere e sole, vite compiute da osservare, strade da renderci proprie e che mai veramente ci appartengono.

Clery Celeste

*In copertina: Claudia Durastanti nella fotografia di Sara Luca Agutoli