Claude Simon, il più maltrattato dei Nobel. “Un cavaliere dell’Apocalisse senza Dio che viene a dirti il fallimento di tutte le utopie”

Posted on Gennaio 31, 2020, 7:17 am
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La parola Nobel confina con quell’altra, oblio. In effetti, si premia qualcuno perché da quel momento se ne possa fare felicemente a meno.

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Di lui mi piacevano tre cose. Anche quattro. Il luogo dov’è nato. Altrove. Atananarivo, in Madagascar. Il nome della metropoli sembra squittio di fiume. Il viso, poi. Squadrato, ruvido. Non da letterato. In effetti, faceva il viticoltore, a Roussillon, sui Pirenei, un luogo possente, dove la morte si coagula in massi sul mare. Prima, irreggimentato tra i ‘dragoni’, era stato imprigionato dai nazi – poi è scappato di gabbia, si è affiliato ai resistenti. Prima ancora aveva fatto la Guerra di Spagna, andava di moda, tra i repubblicani. Ma mi piaceva – per così dire, per affinità biografica – quell’altra cosa. Il padre che muore a Verdun, Prima guerra, nella tarda estate del 1914. Il figlio non ha neanche un anno. Nel 1925, falciata dal cancro, muore la madre. Lui ha 12 anni. Questo doppio espatrio mi affascinava: sradicato dalla Francia, dai genitori. Un uomo senza genealogia – meglio, e sarà utile a decrittarne lo stile: senza una grammatica della parentela. Poi c’è il quarto motivo – che è poi un ulteriore espatrio. Quando gli danno il Nobel per la letteratura, nel 1985, gli urlano contro. Lui di anni, allora, ne ha 72, e vivrà ancora a lungo, fino al 2005, ruvido e pimpante. E gli urlano addosso.

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“Il 17 ottobre 1985 la Francia, sorpresa, apprende il nome del vincitore del Nobel per la letteratura. Claude Simon. Chi? Simon. Ma dove abita? L’hai mai letto? No. Certo, è irragionevole, dopo Sartre e Camus… Nel suo Discorso di Stoccolma Simon ironizza sullo sgomento della critica francese e americana. Allo sbigottimento, seguirà la reazione, violenta. Claude Simon? Illeggibile, dicono alcuni. E il suo messaggio morale? Introvabile. Il mostro del nouveau roman che uccide la letteratura. Una provocazione, un complotto. In realtà, il tempo ha dimostrato quanto l’autore de La strada delle Fiandre sia diverso dai suoi contemporanei. Gli effetti di Robbe-Grillet invecchiano rapidamente, l’enfasi di Marguerite Duras si è attenuata con la fine del lungo regno di Mitterrand, i nodi psicologici di Nathalie Sarraute si disfano, il rigore scheletrico di Beckett resiste, ma sul palco. Come mai? Perché in Simon la presenza della Storia è fisica, la sua narrazione è crudele e lirica. Faulkner? Certo, ma anche Conrad, Proust, Céline… Simon è un cavaliere dell’Apocalisse senza Dio che viene a dirti con una profusione di dettagli il fallimento di tutte le utopie, il fallimento dell’umanesimo. Simon è intrattabile, inarginabile, marginale, ‘maiale nero nato da una pecora nera’, si dice. È anarchico, sensibile, viscerale”. Così Philippe Sollers, su le Nouvel Observateur, era il 2006, Claude Simon era già pappa per bisce della terra, Gallimard era uscito con il primo tomo delle Oeuvres, in quarta si paragonavano i suoi romanzi a quelli di Balzac, “la forma si rinnova di romanzo in romanzo… l’opera di Simon è una delle più commoventi del nostro tempo”. Eppure, c’era ancora bisogno di difenderlo, Simon, pure da morto. La foto-tessera sui due tomi Gallimard: sempre quel viso brusco, agricolo, anti-letterato.

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L’altitudine letteraria di Simon. “Non dimostrare più: mostrare. Non riprodurre più: produrre. Non esprimere più: scoprire”. Il primo romanzo, Le Tricheur, poco dopo la guerra, nel 1945, per le preziose Éditions du Sagittaire, legate ai surrealisti. Nel 1967, con Histoire, vince il Prix Médicis; da dieci anni – con Le Vent – Simon pubblica con le Éditions de Minuit. Simon prosegue, con instancabile rigore, contadino, a dissodare il genere romanzo, fino a vortici che in troppi snobbano come biecamente ‘sperimentali’. In realtà, Simon è in adorazione di Proust e di Faulkner, ma trascina quei dettami nell’era atomica, li fa esplodere. Si pone, in fondo, la domanda fondamentale: come posso dire, ora, la realtà? Alterare la formula della forma e quella del linguaggio – sbobinando le grammatiche – è il compito dello scrittore.

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Da ragazzo, con foga certamente snob, andavo in giro con La battaglia di Farsalo nella tasca della giacca. Pubblicato in Francia nel 1969, per Einaudi nel 1987, è uno dei libri estremi di Simon. Un frammento dal De bello civili di Cesare scatena il forsennato patchwork tra eventi dell’oggi, del passato, con esaltazione registica di quisquiglie quotidiane. Simon mantiene una lingua corrusca, epica, che s’aggroviglia, però, al delirio contemporaneo – “quel personaggio ponderabile e severo contempla il campo di battaglia di Farsalo con quegli occhi dalle pupille scavate nel bronzo, freddo, ambizioso e conciso… là, sulla pietrosa collina di Tessaglia, emanazione paradossale e anacronistica di un passato da cui tornavano a ondate gli effluvi bisunti dei biglietti di banca mischiati ai profumi melensi usati dalle vecchie signore e al puzzo d’incenso sullo sfondo sonoro di litanie, suppliche, e all’ossessionante cigolio delle carrozzine per invalidi”. Un lungo saggio di Guido Neri, in calce al libro, Il romanzo come intersezione, assegnava all’autore il volgare valore del ‘classico’.

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Ovvio: se vuoi dilettarti, se vuoi spassartela, non leggere Claude Simon. (Come se dicessi: se prediligi Raffaello, non andare a una mostra di Francis Bacon. Solo che nell’ambito artistico è tutto più chiaro: chi si mette, oggi, a rifare Raffaello – o i preraffaelliti – se l’imitazione è peggio dell’originale? In letteratura, invece, la cattiva imitazione del romanzo ottocentesco vince). Inattuale, solitario, Claude Simon – più prossimo, per intenderci, a Julien Gracq, un genio, che ai granatieri del Nouveau Roman – chiede lo scombinamento delle proprie convinzioni estetiche. Un libro più abbordabile, decisamente, è L’acacia, dove allo tsunami cronologico – si alternano le navate del tempo, tra 1880 e 1982, raspando nell’autobiografia dell’autore – si fa fronte con una scrittura marmorea, verticale. (Esempio: “Era il periodo in cui l’estate incomincia a ritirarsi, a precipitare, a crollare per così dire sotto il suo stesso peso, con quella sua pesante e inesorabile sfinitezza, e quell’anno, a mano a mano che le giornate si accorciavano, che le sere si portavano dietro un po’ più di quella nostalgica frustrazione della luce e che la calura di attenuava gradatamente, lasciando dietro di sé – l’estate – quella cosa mostruosa di cui si era gonfiata, che aveva portato a termine come una donna incinta, con quello stesso stupore, quello stesso ebete orgoglio, sgravandosene al suono delle trombe e degli schiamazzi da ubriachi, pronta già ad abbandonarla, inorridita, per ritrovarla un anno più tardi, diventata adulta, coperta di fango e tramutata a sua volta in fango, sepolta viva fino al collo o a marcire sotto il sole ritornato in un fetore di escrementi, di purulenza e di carogne in decomposizione”). Le ossessioni di Simon – la morte del padre, la scrittura melmosa, magmatica, a spirali – trovano qui un disinvolto punto di statura, di sutura.

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Pubblicato in estro da Gruppo 63 – nel 1962, per Einaudi, esce La strada delle Fiandre, nel 1965 è l’ora de Il palace; nel 1975 è Nanni Balestrini, sempre per Einaudi, a tradurre Trittico –, Claude Simon, a poco a poco, esce dall’orbita dell’editoria nazionale. L’acacia, appunto, è pubblico per Einaudi nel 1994. Il resto è l’iniziativa sporadica di piccoli editori: Lavieri nel 2012 pubblica Le georgiche; nel 2014 e nel 2015 l’editore Nonostante recupera L’erba e Il tram. Nel 2015 Neri Pozza ripubblica La strada delle Fiandre: la frase lapidaria di Franco Cordelli in quarta (“Dopo la morte di Thomas Bernhard, lo stilista maggiore”) non evita al romanzo di finire quasi subito fuori catalogo.    

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Viene da pensare che per i romanzi anomali non siamo attrezzati. Lo sperimentalismo – che significa: la riflessione formale, la lotta, il massacro del linguaggio – lo lasciamo tutto a Gadda (sia lode), alle clownerie di Manganelli (sia lode), il resto ci suona al palato un poco rancido (chessò: i romanzi di Edoardo Sanguineti e di Antonio Porta). D’altronde, chi si avvia verso cabbale formali notevoli – cito a caso: Davide Orecchio, Riccardo Corsi, Andrea Zandomeneghi – sta, con fierezza, ai margini del noto. Tra gli ultimissimi premi Nobel – macchissenefrega del Nobel – nessuno è stato trattato così male come Claude Simon, in esilio dai marchi editoriali che contano, dagli scaffali dove impera l’ovvio. Forse è invecchiato lui, forse non ne siamo degni noi. La propensione intellettuale, selvatica, non ci piace – tanto meno l’aristocrazia della forma. (d.b.)

*In copertina: Claude Simon (1913-2005) nel 1981; nel 1985 è onorato con il Nobel per la letteratura